21:42 – 18/07/09 – Lo Sfascio della Scuola Pubblica.

La Riforma della Scuola Pubblica...
La Riforma della Scuola Pubblica...
di Lucio Garofalo

E’ ora di mandare finalmente a casa i “vandali distruttori” che hanno occupato il governo della nazione, stanno saccheggiando e sciupando le risorse migliori, i beni culturali e materiali più preziosi, lo stato sociale, il ricco patrimonio di civiltà, i diritti e la legalità democratica del nostro Paese.

Costoro hanno scambiato lo Stato per un’impresa privata e l’hanno ridotto in brandelli, l’hanno straziato, svilito, oltraggiato. Più di tutti la Gelmini, un vero flagello della cultura, sta maltrattando e rovinando la Scuola Pubblica. Un’istituzione che era il vanto della nazione, pur avendo ereditato una scuola materna e una scuola elementare che erano considerate tra le migliori realtà pedagogiche del mondo, persino da parte degli esperti nordamericani, tanto cari ai fautori della “riforma”. Evidentemente, gli “acuti ideologi” del centro-destra sanno bene che la Scuola Pubblica svolge un ruolo fondamentale ed eversivo in quanto forgia personalità libere e potenziali ribelli.

E’ innegabile l’importanza della scuola nel processo di formazione della mentalità, del carattere, delle attitudini, degli interessi, dei valori e delle aspirazioni ideali delle persone, in particolare dei soggetti in età evolutiva. Io credo che un rinnovamento sociale e politico passi soprattutto attraverso un rinnovamento culturale e morale. In tal senso ritengo decisivo rilanciare la funzione della scuola e dell’educazione.

Oggi, il principale problema della scuola italiana è costituito dal corpo docente, precisamente dallo scadimento e dalla svalutazione della professionalità e del ruolo degli insegnanti, dunque dallo stato di malessere, demotivazione, avvilimento e frustrazione che li attanaglia. Occorre pertanto rivalutare concretamente la professionalità educativa e didattica. Ma in quale modo?

Rivalutando anzitutto la posizione economica degli insegnanti italiani, che risultano i più sottopagati d’Europa. Solo così si potrà innescare un meccanismo virtuoso, attivando un processo di riqualificazione della scuola italiana. Infatti, rendendo più appetibile e desiderabile la professione dell’insegnamento, inevitabilmente si creeranno le condizioni che indurranno le persone più ambiziose, più valide e preparate, ad aspirare ad un lavoro ben remunerato, molto più apprezzato e riconosciuto rispetto al presente.

Il recupero del potere d’acquisto condurrà ad un incremento proporzionale del prestigio sociale e, di conseguenza, favorirà un crescente impegno e rendimento qualitativo dei docenti. Naturalmente, a beneficiarne saranno anzitutto gli studenti. Questo, in sintesi, è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la nostra scuola. Di certo la Gelmini, ma anche altri ministri che l’hanno preceduta, ha arrecato danni notevoli, non ancora irreparabili, alla scuola pubblica, in modo particolare al ruolo professionale dei docenti.

Oggi è un’impresa ardua insegnare. Infatti, sono troppi i fattori che ostacolano e pregiudicano il buon esercizio di tale professione. Ad esempio, il carico di lavoro burocratico è cresciuto a dismisura, soprattutto in seguito all’applicazione della Legge n. 53/2003 (alias “riforma Moratti”) che ha introdotto altre competenze formali.

Così pure sono sempre più prevalenti e condizionanti gli incarichi di lavoro aggiuntivo e le attività cosiddette “funzionali all’insegnamento”, in realtà funzionali solo ad un tipo di organigramma, molto simile ad una caricatura del modello aziendale neocapitalista.

Questi adempimenti sottraggono tempo prezioso all’insegnamento e al rapporto con i ragazzi. Inoltre, gli insegnanti sono sempre più tartassati dai soprusi, dalle intimidazioni e dall’arroganza di tanti “presidi-manager” che hanno scambiato la scuola per un’azienda e l’autonomia scolastica per una tirannia dei dirigenti.

Nel frattempo il potere d’acquisto degli stipendi è crollato vertiginosamente, come pure è in caduta verticale l’intero sistema scolastico, che vede nei docenti il perno centrale da ricostruire con iniziative tese a stimolare ed accrescere la loro professionalità.

Fonte: ReteScuole

11:26 – 18/07/09 – Pisa: No ai Corsi Gratuiti.

La scelta dell’Università di Pisa di bandire corsi di insegnamento non retribuiti è un’iniziativa grave, che colpisce la dignità di coloro che prestano la propria opera intellettuale al servizio della formazione delle giovani generazioni. I provvedimenti della Gelmini, di per sé già preoccupanti, che hanno previsto la possibilità di attivare insegnamenti sia in forma gratuita che retribuita (pur senza specificare le modalità e l’entità di tale retribuzione) sono stati estremizzati dall’ateneo pisano, che ha deciso che la stragrande maggioranza dei corsi dovessero essere effettuati gratis. Noi sosteniamo invece che qualsiasi lavoro debba essere riconosciuto economicamente: lo dice la Costituzione (art.36) e lo dicono i diritti che vogliamo che ad ogni lavoratore siano assicurati.

Questo provvedimento sui corsi non retribuiti è ancor più grave se si evidenzia anche il fatto che a tenere tali insegnamenti possa essere anche personale “in formazione”: i precari della ricerca e della didattica, ossia dottorandi, borsisti, assegnisti, contrattisti. Siamo al paradosso di un’Università che prima nega ai dottorandi lo status e i diritti di lavoratori, considerandoli alla stregua di “studenti” che fanno ricerca, o che prima stabilisce che gli assegnisti non possano svolgere attività didattica e poi coinvolge i soggetti più deboli (e ricattabili dai baroni di turno) ad effettuare gratuitamente attività senza delle quali le facoltà non potrebbero andare avanti. All’Università chiediamo di scegliere: o il personale in formazione deve occuparsi solo di ricerca ed essere quindi esentato dall’insegnamento; oppure, se si ritiene che anche l’attività didattica debba far parte del processo di formazione di un ricercatore universitario, essa deve essere pagata in maniera congrua rispetto al servizio svolto.

Naturalmente, il provvedimento di cui ci troviamo a discutere è figlio dei tagli al sistema universitario portati avanti a livello nazionale dai governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Se l’università fosse stata finanziata come avviene in altri Paesi, avremmo oggi la possibilità di compensare i ricercatori per tutto il servizio svolto. Ciò che non possiamo accettare è che il prezzo dei tagli di Tremonti e Gelmini sia fatto pagare ai lavoratori universitari, in particolare ai precari già sottopagati e supersfruttati, a cui toccherebbero la gran parte dei corsi gratuiti.

I Cobas università di Pisa sono al fianco dell’Assemblea della Ricerca e della Didattica dell’Università di Pisa e sostengono la campagna rivolta al personale universitario per l’indisponibilità ad accettare insegnamenti gratuiti.

Nella scuola italiana accade qualcosa di simile ai tanti docenti precari che, non riuscendo a trovare lavoro presso gli istituti pubblici si vedono costretti ad accettare di lavorare presso scuole private spesso in forma gratuita o con compensi irrisori, pur di fare punteggio ed aspirare in tal modo ad un futuro meno incerto. Che forme simili di sfruttamento vengano sostenute anche dalle università pubbliche lo riteniamo del tutto inaccettabile.

Fonte: Pisa. No ai corsi gratuiti :: Il pane e le rose – classe capitale e partito.

12:10 – 16/07/09 – Studiare non serve e il lavoro non c'è…

Il Corriere della Sera pubblica un articolo di Alessandra Mangiarotti sui giovani inattivi, circa settecentomila su uno studio che riguarda i giovani dal 15 ai 35 anni.

Giovani Colpiti in Volo...
Giovani Colpiti in Volo...

Giovani nè-nè vengono definiti perchè non credono che lo studio possa servire e non credono di riuscire a trovare un lavoro.

Non ci sono grandi novità da rilevare perchè è un atteggiamento riconducibile a quello che Padoa Schioppa definì inopportunamente “bamboccioni”, ricevendo notevoli e meritate critiche.

Ma il problema rimane la nostra è una gioventù iperprotetta ma anche con delle considerazioni che se non giustificano offrono un facile cuscino dove piangere invece che muoversi per trovare quello che non c’è.

Ne abbiamo parlato spesso di come il nostro sia un paese non per giovani, dove vige una scarsa mobilità sociale, dove avere il papi conta e molto, dove non conta invece la meritocrazia.

Può bastare per non impegnarsi nel trovare un lavoro, per smettere di studiare al primo scoglio, per non partecipare, pur con mille difficoltà di accesso, alla vita della comunità?

Viene da riflettere anche sui dati dei bocciati nella scuola, la Gelmini dice che questa dimostra una inversione di condotta nella scuola, dove si vede chi studia e chi non studia.

Io sono seriamente preoccupato dall’abbandono scolastico, dalle bocciature che lo provocano senza costituire un incentivo al riconoscimento del merito.

Dovrebbe essere preoccupato anche il nostro governo da queste statistiche che escono perchè se questo è il nostro futuro forse questa è davvero una emergenza.

Date però una occhiata dove si spende nel welfare in generale , tra politiche del lavoro e politiche di prevenzione sociale, per la promozione di opportunità per i giovani e capirete come davvero questo non sia un paese per giovani .

Fonte: Studiare non serve e il lavoro non c’è – Pollicino.

18:37 – 13/07/09 – Tagli alle superiori: 3.643 docenti in esubero e oltre 6.000 precari licenziati

Dal riepilogo dell’organico della scuola secondaria di secondo grado dopo i dopo i trasferimenti pubblicati il 26 giugno, è possibile ricavare immediatamente l’effetto dei tagli voluti da Gelmini e Tremonti: oltre 3600 professori di ruolo non trovano posto nelle scuole della loro provincia e quindi sono dichiarati soprannumerari.

Inoltre in molti casi per rientrare nei tagli imposti, sono state costituite cattedre in organico di diritto illegittimamente a più di 18 ore in aperta violazione del Ccnl.

Il dato conferma quanto avevamo sostenuto, malgrado i tentativi di rassicurazione del Ministro: ci sarà meno scuola, ma anche meno docenti, sia di ruolo che precari.

Questa situazione di esubero, infatti, si aggiungerà alla riduzione dei posti determinando il licenziamento, solo per i docenti della scuola secondaria di secondo grado, di oltre 6.000 lavoratori precari per i quali il Ministero, dopo alcuni annunci propagandistici, non ha ancora fornito risposte concrete.

Dopo i dati della primaria, questo è un altro effetto tangibile dei tagli al quale si aggiungeranno a breve quelli per secondaria di primo grado e per il personale ATA oltre agli ulteriori tagli previsti in organico fatto.

Di fronte a questa intollerabile situazione la FLC Cgil prosegue nelle sue iniziative di contrasto alla politica di tagli e di smantellamento della scuola pubblica e sarà in piazza Montecitorio il 15 luglio per sostenere le rivendicazioni e i diritti dei lavoratori precari della scuola.

Roma, 13 luglio 2009

Fonte: Tagli alle superiori: 3.643 docenti in esubero e oltre 6.000 precari licenziati / Luglio / 2009 / News / Notizie / Home / FLC CGIL.

16:15 – 13/07/09 – Libertá, fraternitá… diversitá?

Sociologia e Divisione in Classi in Occidente (audio mp3)

Il Dibattito

Per il colore della pelle, l'orientamento sessuale, l'appartenenza religiosa, interi strati sociali vengono tenuti in disparte dalla cittadinanza ordinaria, vittime di discriminazioni. In diversi paesi, esistono invece tratti culturali, un sentimento di appartenenza, legami di solidarietà che uniscono i membri di un gruppo ad una comune storia. Non si può dunque analizzare ogni società solo attraverso i rapporti di classe. Per citare un solo esempio, ricorderemo l'esperienza amara dei sandinisti, in Nicaragua, all'inizio degli anni '80: animati da idee nobili ma eccessivamente giacobine e centralistiche, ignorarono la cultura specifica degli indios Miskitos e iniziarono contro di loro un conflitto dalle conseguenze funeste – una guerra! D'altro canto, l'Obamamania dilagante in Francia ha restituito attualità al dibattito sull'invisibilità delle minoranze visibili e alla lunga marcia degli Obama francesi. Dopo la nomina di Rachida Dati, Rama Yade e Fadela Amara al governo, il presidente Nicolas Sarkozy ha annunciato il 17 dicembre l'arrivo di Yazid Sabeg alla funzione appena creata di commissario alla diversità e alle pari opportunità. La differenza viene dunque riconosciuta e valorizzata. E addirittura amplificata! Con il rischio di rafforzare un confinamento comunitario o religioso mentre, afferma Walter Benn Michaels, il problema principale è la ricerca dell'uguaglianza economica.
Walter Benn Michaels *
Nel 2001, la questione della diversità non si poneva nemmeno; oggi, il dibattito è aperto (1) L'osservazione del quotidiano Libération salutava l'aumento (ritenuto ancora timido) del numero dei candidati di sinistra cosiddetti della diversità alle elezioni municipali del marzo 2008. Ma la sinistra non ha il monopolio della riflessione sulla diversità, in Francia. Dopotutto, Nicolas Sarkozy, pochi mesi prima, aveva proposto di inserire questo valore nel preambolo della Costituzione; il capo dello stato intende infatti accelerare decisamente l'espressione della diversità etnica (2) all'interno delle élite.

Di fronte a questa dinamica francese, un americano può provare due sentimenti contraddittori. Innanzitutto, la sorpresa: da trent'anni, la diversità occupa un ruolo sempre più importante nella vita politica, sociale e, soprattutto, economica degli Stati uniti; come hanno potuto i francesi accumulare un tale ritardo? Poi, la delusione: perché mai la Francia ha deciso infine di recuperare questo ritardo? Questo libro non risponderà alla prima domanda, che in tutta evidenza rappresenta un argomento di studio per gli storici. Si dedica però alla seconda.

Lo schieramento dei sostenitori dichiarati della diversità – dagli indigeni della Repubblica (3) al capo dello stato – rappresenta, per le sue stesse dimensioni, un principio di risposta.

Se ne possono delineare meglio i contorni esaminando un quesito posto da un militante degli Indigeni della Repubblica non sulla diversità, ma sull'eguaglianza: Cosa significa concretamente la paradossale affermazione di un'eguaglianza tra ricchi e poveri, borghesi e proletari, imprenditori ed operai, padroni e servi, bianchi e non bianchi, uomini e donne, eterosessuali e omosessuali (4)? Ciò che conta è la forma stessa dell'interrogativo, e in particolare lo slittamento strutturale che si attua quando si mette su uno stesso piano l'opposizione tra padroni e servi, da un lato, e tra bianchi e non bianchi dall'altro.

Infatti, le diseguaglianze tra bianchi e non bianchi – e tra uomo e donna, eterosessuali e omosessuali… – derivano soprattutto da discriminazioni e pregiudizi. E poiché nascono dal razzismo e dal sessismo, per eliminarle basterà sradicare il razzismo e il sessismo.

Ma le diseguaglianze tra ricchi e poveri, imprenditori e operai non nascono dal razzismo né dal sessismo: esse derivano dai rapporti di proprietà e dal capitalismo. In materia di diseguaglianza economica, il razzismo e il sessismo funzionano come sistemi di smistamento: non generano la diseguaglianza in sé, ma ne distribuiscono gli effetti.

Ecco perché anche la più completa sconfitta di razzismo e sessismo non colmerebbe il divario tra ricchi e poveri; essa modificherebbe solo la sua ripartizione per sesso, inclinazione sessuale e colore della pelle. Una Francia in cui un maggior numero di neri fosse ricco non sarebbe automaticamente più egualitaria, ma solo un paese in cui il divario tra neri poveri e neri ricchi sarebbe maggiore.

Senza dubbio, la situazione francese presenta le sue peculiarità: dal dopoguerra fino alla fine degli anni '70, le correnti dominanti della sinistra si preoccupavano esclusivamente dell'uguaglianza economica.

Le questioni relative al femminismo, al razzismo, all'omosessualità ecc. erano relegate al rango di contraddizioni secondarie o semplicemente ignorate. Ma, in un quarto di secolo, la situazione è evoluta al punto da rovesciare l'ordine delle priorità: a partire dalla svolta liberale del 1983, la lotta contro le discriminazioni (illustrata in particolare da Sos-Racisme) ha preso il posto della fine del capitalismo, nella gerarchia degli obiettivi. Poiché esso si è spesso sostituito (invece di aggiungersi) alla lotta per l'eguaglianza, l'impegno in favore della diversità ha indebolito gli argini politici che contenevano la spinta liberale.

Un impegno tanto più consensuale in quanto non comporta alcuna redistribuzione di ricchezza La volontà di sconfiggere razzismo e sessismo si è rivelata compatibile con il liberismo economico, mentre la volontà di ridurre – non parliamo neppure di colmare – la distanza tra ricchi e poveri non lo è. Mentre esibiva il suo impegno in favore della diversità (combattendo i pregiudizi, ma anche celebrando le differenze), la classe dirigente francese ha accentuato la sua vocazione liberista. Questa tendenza, caratteristica della destra (cos'altro incarna Sarkozy?), si ritrova spesso nelle persone che si dichiarano di sinistra. In realtà, mentre la questione dell'identità nazionale rafforza il suo impatto sulla vita intellettuale francese – che la si celebri (il presidente della Repubblica) o che la si combatta (gli indigeni) – essa nasconde l'aumento delle disuguaglianze economiche che caratterizza il neoliberismo in tutto il mondo.

Non è certo mia intenzione sostenere che la discriminazione positiva (o l'impegno per la diversità in generale) aumenti le disuguaglianze.

Si tratta piuttosto di dimostrare che la concezione di giustizia sociale che sottintende la lotta per la diversità – i nostri problemi sociali fondamentali deriverebbero dalla discriminazione e dall'intolleranza piuttosto che dallo sfruttamento – si fondi anch'essa su una visione neoliberista. Si tratta, d'altro canto, di una parodia di giustizia sociale che ammette l'allargamento del divario economico tra ricchi e poveri finché tra i ricchi vi siano tanto (in proporzione) neri, bruni e gialli quanto bianchi, tanto donne quanto uomini, tanto omosessuali quanto eterosessuali. Una giustizia sociale che, in altri termini, accetta le ingiustizie generate dal capitalismo. E che ottimizza anche il sistema economico distribuendone le diseguaglianze senza distinzione di origine né di genere. La diversità non è un mezzo per instaurare eguaglianza; è un metodo di gestione della diseguaglianza.

Nonostante il loro tardivo avvicinamento alla causa della diversità e del neoliberismo, le classi dirigenti francesi imparano rapidamente.

Nel rapporto annuale 2006 dell'Alta Autorità nella lotta contro le discriminazioni e per l'eguaglianza (Halde), il presidente Louis Schweitzer espone la sua singolare visione di uguaglianza: Se si crede all'eguaglianza, l'assenza di diversità è il segno visibile di discriminazioni o di pari opportunità poco garantite (5). Insomma, se quelli che guadagnano più soldi di tutti sono solo bianchi e uomini, c'è un problema: se tra loro ci sono neri, scuri e donne, non c'è problema. Se la vostra origine o il vostro sesso vi priva delle possibilità di successo offerte agli altri, c'è un problema; se è la vostra povertà, va tutto bene.

Un certo numero di commentatori ritiene che la fonte stessa di tali riflessioni meriti cautela. D'altra parte, Schweitzer ha diretto a lungo la Renault, un'impresa condannata numerose volte per discriminazioni sindacali. In realtà, queste due obiezioni mancano il bersaglio.

Il problema della Halde non consiste nella scarsa diversità del comitato che la dirige. Se pure quest'istituzione rivaleggiasse in diversità con la squadra nazionale di Francia che fu campione del mondo di calcio nel 1998, la società francese non risulterebbe affatto meno diseguale, sul piano economico, per un goal segnato da Zinedine Zidane o da Lilian Thuram.

Il problema non è nemmeno che Schweitzer si sia reso responsabile di discriminazioni sindacali: non vi è alcuna ipocrisia nell'opporsi ai sindacati di sinistra mentre si sostiene la diversità. Analogamente, non vi è alcun conflitto tra la conservazione delle élite e la loro diversificazione: ci si sforza di diversificarle per legittimarle, non per eliminarle.

Da uomo d'affari navigato qual è, Schweitzer sa che l'impegno in favore della diversità rappresenta tanto una strategia manageriale quanto una posizione politica. La questione suscita d'altronde passioni altrettanto potenti nelle scuole di economia che tra gli Indigeni della Repubblica. Preoccupati di offrire ai futuri dirigenti di impresa una prospettiva “globale” dell'interculturalismo nel campo degli affari, Carlos e Javier Rabassó hanno pubblicato nel settembre 2007 una Introduzione al management interculturale. Per una gestione della diversità (6). Il saggio, che affianca nella stessa collana titoli come Marketing delle attività terziarie, Finanza di mercato, Strategia finanziaria e Il coaching in cinque tappe, riserva sorprese a chi si avventura all'interno dei capitoli dedicati alla diversità: praticamente ogni riga potrebbe essere stata scritta dagli estremisti di sinistra degli Indigeni della Repubblica.

Per esempio, la critica da parte di uno dei loro dirigenti, Sadri Khiari, nei confronti della sinistra unitaria (occuparsi della diversità culturale su scala mondiale ma non nella stessa Francia (7)) fa rima con quella dei fratelli Rabassó all'indirizzo dei governi europei, che sottintendono la diversità tranne che all'interno dei confini nazionali (p. 168). E così come gli Indigeni chiamano lo stato e la società a operare una riflessione critica sull'universalismo egualitario, affermato durante la Rivoluzione Francese (L'appello degli indigeni della Repubblica), i nostri due professori di marketing invocano una nuova “rivoluzione francese” fondata sui temi controversi della diversità, della discriminazione e dell'azione positiva (p.

194).

Cosa può significare il fatto che dei rappresentanti del mondo degli affari e dei discendenti dei nonni posti in schiavitù, colonizzati, animalizzati condividano la stessa visione del mondo? Che la diversità, nella sua accezione più ampia (origini etniche, sesso, handicap, età, orientamento sessuale) ha acquisito quello che il quotidiano finanziario Les Echos definisce uno status di imperativo economico (8) e che la sinistra si dimostra altrettanto pronta della destra a entusiasmarsi per questo nuovo imperativo.

In altri termini, che la logica secondo cui le questioni sociali fondamentali riguardano il rispetto delle differenze identitarie e non la riduzione delle differenze economiche comincia a diffondersi in Francia come già è avvenuto negli Stati uniti. Qui come laggiù, la destra neoliberista ha finalmente trovato una sinistra neoliberista che rivendica ciò che la destra è fin troppo felice di concederle.

E, quando si tratta di rendere il mercato del lavoro e il mercato finanziario più efficiente sviluppando la diversità in seno alle imprese (l'imperativo economico), questa sinistra rinnovata si mostra addirittura impaziente di svolgere un ruolo di avanguardia.

Parlare di convergenza tra destra neoliberista e sinistra neoliberista riguardo alla diversità può apparire sorprendente. Dopo tutto, Sarkozy non è stato eletto, nel 2007, sulla base di un programma che esaltava l'identità nazionale? Non ha forse, nel corso della campagna, conquistato gli intellettuali più conservatori, come Alain Finkielkraut? E una volta eletto non si è forse affrettato a instaurare un ministero dell'immigrazione e dell'identità nazionale? Tuttavia, poco dopo l'inaugurazione del ministero, Sarkozy dichiarava nel gennaio 2008: La diversità fa bene a tutti. Per poi annunciare che questa battaglia sarebbe stata al centro del suo mandato.

La sinistra neoliberista tuttavia continua ad attaccare spesso Sarkozy come se egli fosse davvero razzista. La spiegazione è allo stesso tempo semplice e logica: se la sinistra neoliberista non dipingesse la destra neoliberista come l'altra faccia della vecchia destra xenofoba, nulla permetterebbe di distinguere la prima dalla seconda. Così si spiega la felicità del direttore di Libération Laurent Joffrin non appena Sarkozy accenna il minimo borbottio preoccupante in tema di immigrazione e identità nazionale.

In verità, la sinistra neoliberista è essa stessa molto più vicina a Sarkozy di quanto quest'ultimo sia vicino a Jean-Marie Le Pen: entrambe sostengono il capitalismo (temperato), l'economia di mercato (regolata) e il libero scambio (ragionevole). Certo, il presidente francese ha un leggero vantaggio: se ne assume le responsabilità.

Il Partito socialista, invece – come nota lo stesso Joffrin con una certa malinconia – tenta sempre di dare alla parola “socialismo” una definizione che sia allo stesso tempo attuale e ben distinta dalle politiche dell'Ump [Union pour un mouvement populaire] (9).

L'obiettivo, in questo caso, consiste nel dichiararsi di sinistra senza mai adottare, nei fatti, alcuna posizione politica di sinistra – ben sapendo, ciò che facilità ulteriormente le cose, che la critica radicale del capitalismo non è considerata molto attuale. Ma noialtri americani abbiamo finalmente trovato la soluzione. Noi discutiamo all'infinito sull'identità, inventando distinzioni come: opporsi alla discriminazione positiva (poiché, sostengono i repubblicani, è discriminazione contro i bianchi!) sarebbe una posizione di destra, sostenere la discriminazione positiva (in quanto, replicano i democratici, è una riparazione che dobbiamo ai neri per gli anni di discriminazione che abbiamo imposto loro!) sarebbe di sinistra. Bene, noi ce ne occupiamo.

Basta confrontare i doveri legati alla diversità (tutti devono essere gentili con tutti) con quelli che comporta l'eguaglianza (qualcuno deve rinunciare alla propria ricchezza) per capire quanto l'impegno per la diversità abbia trasformato il progetto politico della sinistra americana in un programma il cui fine è che i ricchi di carnagione o di orientamento sessuale diverso si sentano più a loro agio senza toccare la materia che, tra tutte, li rende più a loro agio: i loro soldi.

Depotenziare la questione sociale riformulandola come problema di identità culturale Non è sempre stato così. Il militante dei diritti civili Bobby Seale, co-fondatore nel 1966 del partito delle Black Panther negli Stati uniti, ammoniva i suoi compagni: Chi spera di oscurare la nostra lotta anteponendo l'esistenza di differenze etniche aiuta la conservazione dello sfruttamento di massa: bianchi poveri, neri poveri, ispanici poveri, indiani, cinesi e giapponesi poveri. Per Seale, le cose erano chiare: Non combatteremo lo sfruttamento capitalistico grazie ad un capitalismo nero. Combatteremo il capitalismo grazie al socialismo (10). L'allontanamento da quest'ultima prospettiva doveva avere come corollario il riavvicinamento a un capitalismo nero?

Non contenti di sostenere che il nostro vero problema è la differenza culturale, e non la differenza economica, abbiamo cominciato a considerare quest'ultima come se essa stessa fosse una differenza culturale.

Ci si attende da noi, oggi, un maggior rispetto nei confronti dei poveri e che cessiamo di considerarli come vittime – in quanto trattarli da vittime significherebbe dimostrare commiserazione nei loro confronti, negare la loro individualità.

Ebbene, se riusciamo a convincerci che i poveri non sono persone che chiedono soldi ma che chiedono rispetto, allora il problema da risolvere è il nostro atteggiamento nei loro confronti, e non la loro povertà. Possiamo dunque concentrare i nostri sforzi riformatori non verso la soppressione delle classi, ma verso l'eliminazione di ciò che noi, gli americani, chiamiamo classismo. Il trucco, in altri termini, consiste nell'analizzare la diseguaglianza come una conseguenza dei nostri pregiudizi piuttosto che del nostro sistema sociale: si sostituisce così al progetto di creare una società più egualitaria quello di condurre gli individui (noi, e soprattutto gli altri) a rinunciare al loro razzismo, al loro sessismo, al loro classismo e alla loro omofobia.

Questa strategia può essere adottata anche dalla Francia. A tale proposito, l'interminabile dibattito suscitato dalla vicenda del velo nelle scuole può essere considerato una prova promettente.

In un certo senso, infatti, si trattava, come ha sottolineato Pierre Tévanian, di un falso dibattito – le poche ragazze che portavano il velo non rappresentavano alcuna minaccia per la Francia o per il sistema educativo francese, e il loro scopo non era mettere in discussione il principio stesso della laicità. Perché, dunque, questo dibattito ha raggiunto una simile ampiezza? Per Tévanian, la risposta dipende da un razzismo latente, che si ritrova in ogni ceto sociale e in tutte le famiglie politiche (11). Ma questa risposta è esatta solo parzialmente – si potrebbe dire sintomaticamente. Poiché il dibattito sul velo ha anche portato alla luce la forza di seduzione dell'antirazzismo degli uni, e d'altronde l'antisessismo degli altri.

Ridistribuire le diseguaglianze senza distinzione di origine e di sesso, o eliminarle?

Ogni parte politica ha potuto scatenarsi, l'una accusando l'altra di razzismo, mentre la seconda inscenava un processo per sessismo contro la prima – Voi siete contro il velo islamico perché disprezzate i diritti dei musulmani! Voi siete favorevoli solo perché disprezzate i diritti delle donne musulmane!. Ciò che alimentò il successo è il fatto che, come nella polemica sulla discriminazione positiva negli Stati uniti, tale dibattito non si allontanava mai dalla questione dell'identità.

Non mancheranno le occasioni di affrontare nuove tematiche per controversie di questo tipo; in effetti, la polemica intorno alla memoria e alla storia di Francia offre un modello riproducibile all'infinito. Mentre la sinistra movimentista deplora – attraverso la voce degli indigeni – che la Francia trascuri del tutto la riabilitazione e la promozione della nostra storia nello spazio pubblico (corsivo dell'autore), la destra conservatrice – con la voce di Finkielkraut e consorti – ritiene che gli Indigeni dovrebbero considerare la storia della Francia come la loro storia, o ricordarsi che hanno il diritto di partire (12).

E mentre Finkielkraut si mostra particolarmente duro nei confronti di chi reclama un pentimento francese per le malefatte e i crimini commessi in passato, i suoi allievi all'Ecole Polytechnique (che, una volta divenuti dirigenti d'azienda, non avranno alcun desiderio di vedere tutta questa manodopera a basso costo esercitare il suo diritto di partire) non tarderanno a imparare la lezione che i loro colleghi americani hanno assimilato dopo molto tempo: manifestare rispetto nei confronti delle persone – per la loro cultura, la loro storia, la loro sessualità, il loro abbigliamento, e così via – costa molto meno che versare loro un buon salario.

Coautore di un saggio su La diversité dans l'entreprise. Come realizzarla?

(Editions d'organisation, 2006), l'imprenditore milionario Yazid Sabeg ha lanciato nel novembre 2008 un manifesto coraggiosamente intitolato Oui, nous pouvons (13)!; il mese seguente, il capo dello stato lo nominava commissario alla diversità e alle pari opportunità.

L'America ha confermato la validità di un modello democratico fondato sull'equità e sulla diversità, proclama il manifesto, firmato da personalità di destra e di sinistra e sostenuto da Carla Bruni-Sarkozy.

La quale ritiene che bisogna aiutare le élite a cambiare. Non per mettere in discussione alcunché, ma per renderle più nere, più multiculturali, più femminili – il sogno americano.

Note:* Docente di letteratura all'università dell'Illinois di Chicago, autore di La Diversité contre l'égalité, in uscita il 19 febbraio per le edizioni Raisons d'agir (Parigi), di cui pubblichiamo l'introduzione.

(1) Libération, Parigi, 8-9 marzo 2008.

(2) Associated Press (Ap), 27 novembre 2008.

(3) Il Movimento degli Indigeni della Repubblica – Mouvement des Indigènes de la République (Mir) – è nato nel gennaio 2005 dopo la pubblicazione dell'Appel des Indigènes de la République. Il Mir combatte le disuguaglianze razziali che relegano i neri, gli arabi e i musulmani ad uno status analogo a quello degli indigeni nelle antiche colonie e lotta contro ogni forma di supremazia bianca su scala internazionale. Intende creare un partito politico. Cfr. www.indigenes-republique.fr.

(4) www.lmsi.net, ottobre 2005.

(5) www.halde.fr/rapport-annuel/2006.

(6) Carlos A e Javier Rabassó, Introduction au management interculturel.

Pour une gestion de la diversité, Ellipses, Parigi, 2007, p. 7.

(7) Sadri Khiari, www.indigenes-republique.org, 18 novembre 2006

(8) Mieux gèrer la diversité dans l'entreprise, Les Echos, Parigi, 22 febbraio 2008.

(9) Libération, 31 marzo 2008.

(10) Bobby Seale, Cogliere l'occasione? La storia del Black Panther Party e di Huey P. Newton, Einaudi, Torino, 1971.

(11) Pierre Tévanian, Le Voile médiatique. Un faux débat: l'affaire du foulard islamique, Raisons d'agir, Parigi, 2005, p.

(12) Alain Finkielkraut, Quelle sorte de Français sont-ils? intervista con Dror Mishani e Aurelia Smotriez, Haaretz, Tel Aviv, 17 novembre 2005.

(13) Le Journal du dimanche, Parigi, 9 novembre 2008.

(Traduzione di A. D'A.)

Fonte: Le Monde Diplomatique

21:27 – 10/07/09 – L'ISPRA pubblica bandi di selezione per l'attivazione di nuovi co.co.co.

Basta Precariato
Basta Precariato
Mentre è ancora in corso la drammatica vertenza di queste ultime settimane per chiedere la proroga dei circa 170 contratti di collaborazione in scadenza il 30 giugno u.s. che invece OGGI sono diventati veri licenziamenti, la struttura commissariale dell’ISPRA pubblica alcuni bandi di selezioni per l’attivazione di nuovi Co.Co.Co.

Una decisione che ci preoccupa e che giudichiamo priva di TRASPARENZA, rispetto ai criteri con i quali verranno da oggi in poi attivati i nuovi contratti.

Appena il 7 luglio, infatti, la FLC Cgil, FIR CISL e UILPA UR, hanno scritto al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro dell’Ambiente chiedendo, in sede di riconversione del DL anticrisi, l’introduzione della norma ISPRA che consentisse la proroga dei contratti scaduti per non compromettere i risultati di anni di lavoro e non vanificare gli investimenti e i progetti di ricerca in corso in ISPRA.

Questa è la priorità della FLC Cgil: rinnovo per tutti e soluzione complessiva e definitiva per tutto il precariato dell’ISPRA utilizzando tutti gli strumenti normativi e contrattuali a disposizione.

La scelta di bandire queste selezioni ci porta a pensare che ci siano spazi per rinnovare solo una PARTE dei contratti attualmente licenziati e che la struttura commissariale sia intenzionata a rinnovarne alcuni piuttosto che altri.

Questa scelta la giudichiamo impropria e discutibile in quanto si agisce in dispregio dei 200 precari licenziati e senza tenere conto delle richieste sindacali sostenute dalla forte mobilitazione delle ultime settimane. Il rispetto per il dramma vissuto dai precari licenziati e per le giuste rivendicazioni sindacali, avrebbero imposto di prendere ancora del tempo.

E poi, al di là di queste considerazioni generali e di ordine politico, ci si chiede quali criteri ci stanno alla base dei bandi? Siamo forse alla vigilia di operazioni clientelari e consociative dove i più forti e i più spregiudicati faranno valere le proprie ragioni non sempre trasparenti ed eticamente cristalline?

Allo stesso modo giudichiamo incomprensibile l’ostinarsi dell’amministrazione nel negare la proroga di alcuni contratti a termine in attesa di un fantomatico parere del dipartimento della funzione pubblica quando la normativa di legge, ormai chiarissima alla luce del decreto anticrisi, non presenta alcuno ostacolo.

La FLC Cgil ritiene ancora aperta la vertenza finalizzata ad ottenere in sede di conversione del decreto anticrisi una norma che permetta all’Ispra di riattivare tutti i contratti scaduti. Pertanto diffidiamo l’amministrazione dal proseguire nella definizione unilaterale dei contenuti dei nuovi bandi. Chiediamo un percorso CONDIVISO per la definizione di criteri trasparenti per il rinnovo dei contratti affinché tutti possano partecipare con pari opportunità e secondo le reali esigenze dell’ISTITUTO e, in ogni caso, a parità di requisiti professionali richiesti, sia data priorità ai collaboratori che da anni hanno prestato servizio nei 3 enti disciolti ora ISPRA.

Roma, 10 luglio 2009

Fonte: L’ISPRA pubblica alcuni bandi di selezioni per l’attivazione di nuovi co.co.co. / Luglio / 2009 / News / Notizie / Home / FLC CGIL.

21:00 – 10/07/09 – A colpi d'ascia sulla scuola pubblica.

Tutti in fila per il sussidio
Tutti in fila per il sussidio
La Gelmini con una mano brandisce l’ascia per sfoltire gli organici di fatto (circa cinquemila posti in meno) e con l’altra sguaina la Legge 133 per mandare a casa 1.294 persone tra bidelli, segretari e tecnici. Intanto Tremonti ripesca la norma sui 40 anni di contributi utili al pensionamento forzato. E sono altri settemila posti in meno.

Le riforme scolastiche si fanno, da qualche anno a questa parte, con l’accetta. Un occhio al contenimento della spesa pubblica, l’altro ben serrato per non vedere gli effetti devastanti di tagli, riduzioni di orari, soppressioni di cattedre, razionalizzazioni territoriali. E’ che sulla carta i conti tornano e l’obiettivo è raggiunto, ma le implicazioni reali, oggettive di questa drastica riduzione di risorse economiche e umane sono inquietanti e delineano uno scenario desolante.

BUONE VACANZE – A settembre si preannuncia una ecatombe di posti. Sarà un autunno nero soprattutto per migliaia di precari. Il divario tra l’organico di diritto e quello di fatto si è ulteriormente allargato tanto da aver portato ad una compressione di altri 5mila posti a fronte delle 36.850 unità già soppresse, per un totale complessivo di 42mila posti. Tradotto nella pratica lavorativa, questo significa che diminuiranno le supplenze annuali ed ogni altra opportunità di occupazione a tempo determinato. Vuol dire anche che molti docenti dovranno cambiare sede, con le dovute ripercussioni sul fenomeno del pendolarismo e che molti altri resteranno a casa perché avviati forzatamente al pensionamento.

I MIEI PRIMI 40 ANNI – Al riguardo, interviene un prossimo maxiemendamento governativo in cui verrà riproposto il pensionamento con 40 anni di contributi. Intorno a questa questione si è molto dibattuto ultimamente perché molti docenti, in virtù di questo provvedimento, hanno ricevuto una lettera dal Ministero che notificava loro l’uscita dal mondo lavorativo. E senza tanti giri di parole. Una successiva circolare di rettifica ha indotto moli insegnanti a fare ricorso, confidando nell’opportunità offerta dalla riforma Brunetta che, invece, prevede il pensionamento dopo 40 anni di servizio effettivo. Uno spiraglio per tutti quei docenti che non hanno gradito l’aut aut del governo.

CONTROTENDENZE – Ma non basta. I tagli riguardano anche bidelli, personale di segreteria, tecnici di laboratorio. Una drastica riduzione di personale preannunciata dalla Legge 133. Anche in questo caso, i tagli saranno assorbiti, in parte, dai pensionamenti anticipati e graveranno principalmente sui precari con contratti in scadenza. Il provvedimento incide anche sulle singole realtà scolastiche visto che la riduzione del personale non garantisce, a fronte di una popolazione scolastica in aumento, un servizio efficace e funzionale ai bisogni dell’utenza. Vedremo cosa succederà nel proseguo. L’estate è ancora lunga e hai voglia a modificare, rivedere, correggere, architettare. Aspettiamo, mentre matura l’ennesima stangata ai danni della scuola pubblica.

Fonte: A colpi d’ascia sulla scuola pubblica : Giornalettismo.