19:08 – 31/12/09 – Discorso alla Nazzione…

A cura di Carlo Alberto Salustri

Er Discorso de la Corona

C'era una vorta un Re così a la mano

ch'annava sempre a piedi come un omo, senza

fanfare, senza maggiordomo,

senza ajutante … ; insomma era un Sovrano

che quanno se mischiava fra la gente

pareva quasi che nun fosse gnente.

 

A la Reggia era uguale: immagginate

che nun dava mai feste, e certe vorte

ch'era obbrigato a dà' li pranzi a Corte

je faceva li gnocchi de patate,

perché – pensava – la democrazzia

se basa tutta su l'economia.

 

– Lei me pare ch'è un Re troppo a la bona:

– je diceva spessissimo er Ministro –

e così nun pó annà, cambi reggistro,

se ricordi che porta la Corona,

e er popolo je passa li bajocchi1

perché je dia la porvere nell'occhi. –

 

Ma lui nun ce badava: era sincero,

diceva pane ar pane e vino ar vino;

scocciato d'esse er primo cittadino finiva

pe' regnà soprappensiero,

e in certi casi succedeva spesso

che se strillava abbasso da lui stesso.

 

Un giorno che s'apriva er Parlamento

dovette fa' un discorso, ma nun lesse

la solita filara2 de promesse

che se ne vanno come fumo ar vento:

'Sta vorta tanto – disse – nun so' io

se nu' je la spiattello a modo mio! –

 

E cominciò: – Signori deputati!

Credo che su per giù sarete tutti

mezzi somari e mezzi farabbutti

come quell'antri che ce so' già stati,

ma ormai ce séte e basta la parola,

la volontà der popolo è una sola !

 

Conosco bene le vijaccherie

ch'avete fatto per avé 'sto posto,

e tutte quel'idee che v'hanno imposto

le banche, le parrocchie e l'osterie…

Ma ormai ce sete, ho detto, e bene o male

ríspecchiate er pensiero nazzionale.

 

Dunque forza  a la machina! Er Governo

è pronto a fa' qualunque umijazzione

purché je date la soddisfazzione

de fallo restà su, tutto l'inverno;

poi verrà chi vorrà: tanto er Paese

se ne strafotte e vive su le spese3,

 

Pe' conto mio nun vojo che un piacere:

che me lassate in pace; in quanto ar resto

fate qúer che ve pare: nun protesto,

conosco troppo bene er mi' mestiere;

io regno 'e nun governo e co' 'sta scusa

fo li decreti e resto a bocca chiusa.

 

Io servo a inaugurà li monumenti

e a corre su li loghi der disastro;

ma nun me vojo mette ne l'incastro4

fra tutti 'sti partiti intransiggenti:

anzi j'ho detto: Chiacchierate puro,

ché più ve fo parlà più sto sicuro.

 

Defatti la Repubbrica s'addorme

davanti a li ritratti de Mazzini,

er Socialismo cerca li quatrini,

sconta cambiali e studia le riforme,

e quello de la barca de San Pietro5

nun sa se rema avanti o rema addietro.

 

A 'sto punto er Sovrano arzò la testa

e vidde che nun c'era più nessuno

perché li deputati, uno per uno,

èreno usciti in segno de protesta.

– Benone! – disse – Vedo finarmente un

Parlamento onesto e inteliggente!

 

Novembre 1910


1.  Le assegna la lista civile

2.  Filza

3.  Giorno per giorno

4.  Negli impicci

5.  Il partito clericale

11:37 – 28/12/09 – TFR: Attenti allo Scippo Imminente.

Il matematico e economista Beppe Scienza vi fa un regalo per il nuovo anno. Un consiglio che salverà il valore del TFR a chi non l’ha ancora affidato ai fondi pensione. Passate parola a tutti i lavoratori, vostri colleghi o amici, di tenersi stretto il TFR nel 2010. Quando arriverà una busta arancione con la richiesta di spostare il TFR nei fondi pensione rifiutate. Per raccattare qualche adesione in più ci sarà probabilmente il silenzio/assenso, quindi dovrete rispondere per forza. Il 6 giugno del 2007, ben prima della crisi economica, il blog pubblicò il post: “Il TFR mormorò” con gli stessi consigli: “Se lavori nel settore privato ed entro fine giugno non dici nulla, il tuo TFR finirà nel risparmio gestito. Un’avventura da far tremare i polsi. Da vent’anni i fondi comuni fanno perdere soldi. E i fondi pensione sono pronti a ripetere gli stessi disastri. Il silenzio assenso è una trappola. Cambiano le carte in tavola senza chiedere nulla. E’ il gioco delle tre tavolette con i soldi di una vita. Non è vero che costruiscono una pensione integrativa: danno il TFR in pasto all’industria del risparmio gestito.”. Chi in seguito ha mantenuto il suo TFR in azienda ha guadagnato, chi ha investito in fondi ha perso una cifra!

Intervista a Beppe Scienza:

Courtesy TerritorioScuola – “L’ultima novità sul TFR (vedi: 17:51 – 14/12/09 – TFR addio: come ti finanzio la finanziaria..) ha suscitato molto sdegno, anche se in effetti non è la cosa più grave. La novità è che la Legge Finanziaria per il 2010 utilizzerà quei soldi che le aziende, anziché tenerli loro a fronte del TFR dei loro dipendenti, hanno dato all’Inps non è la cosa più grave, in quanto non tocca veramente la situazione dei lavoratori; purtroppo sono altre le cose che toccano o toccheranno o minacciano di toccare la situazione dei lavoratori.

La riforma bipartisan del TFR, decisa prima da Maroni e Tremonti con il governo Berlusconi e poi anticipata di un anno dal governo Prodi, è stata uno dei tiri più mancini tirati ai lavoratori italiani negli ultimi decenni.

Il vero inganno, il vero imbroglio, la vera falsità che viene diffusa dai vari economisti di regime è un’altra, ed è la base del discorso con cui si vuole convincere la gente a aderire alla previdenza integrativa e è questo discorso. Le pensioni saranno basse e quindi non sufficienti, per integrarle bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione: bene, questa è una falsità bella e buona! Può anche darsi che le pensioni saranno basse, anche se è difficile prevedere tra 40 anni come saranno le pensioni, prevedere a distanza di 40 anni come saranno le pensioni, come saranno gli stipendi, come saranno i prezzi è praticamente impossibile. Ma anche se fosse vero che saranno basse, è falso che per avere una rendita aggiuntiva bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi: no, uno si tiene il TFR e, quando incassa la liquidazione, se vuole utilizza questa cifra per avere una pensione integrativa e, se quella cifra è più alta di quanto è rimasto invece a quel poveraccio che ha aderito a un fondo pensione, chi non ha aderito avrà una pensione integrativa più alta di chi ha aderito.

Ci sono dei campioni, nella non nobile arte di prendere in giro i lavoratori italiani che raccontano loro delle cose addirittura ridicole; prendo un esempio concreto, uno di questi campioni si chiama Marco Lo Conte ed è un giornalista de Il Sole 24 Ore, il bollettino quotidiano della Confindustria, in cui lui dice – cito da sabato 24 ottobre 2009 a pagina 4 di Plus24, il supplemento – che: “per chi non aderisce alla previdenza integrativa c’è la certezza roulotte, cioè la certezza di trovarsi, in vecchiaia, a vivere in una roulotte senza neanche il cibo per i gatti” e questo riguarderebbe 18 milioni tra i 23 milioni di italiani lavoratori dipendenti. Beh, dire che chi non aderisce alla previdenza integrativa è certo di finire a vivere in roulotte mostra soltanto che a Il Sole 24 Ore manca il senso del ridicolo.

Con il 2010 dovrebbero arrivare a tutti i lavoratori dipendenti delle buste, pare di colore arancione, ma l’aspetto cromatico è irrilevante, in cui si dice loro quale sarà presumibilmente la loro pensione. Il fine di queste buste arancioni è spaventare i lavoratori e indurli, spingerli a cosa? Ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi. Ecco, questo è quello che una persona prudente proprio non deve fare.
Dare i propri soldi ai fondi pensione vuole dire correre due rischi che con il TFR non si corrono: il primo rischio – e si è visto bene nel 2008 – è che un crack di mercati finanziari faccia scendere di valore quello che uno ha messo da parte; qui non si tratta di fallimenti, i fondi pensione non falliscono, anche i fondi comuni non falliscono, però possono perdere il 90% senza fallire. L’altro rischio che c’è è che riparta l’inflazione.

Quello che è sicuro è che, di fronte a entrambi questi due rischi, un crack dei mercati finanziari e il ripartire dell’inflazione, che magari possono anche capitare entrambi insieme, perché a volte le brutte notizie vengono insieme, chi si tiene il TFR è tranquillo, perché il valore del TFR non dipende dai mercati finanziari e, se viene l’inflazione, il TFR segue in maniera eccellente l’inflazione.

Ora, il ministro Sacconi ha più volte anticipato che: “si farà partire un nuovo periodo di silenzio /assenso”, cioè altri sei mesi in cui, automaticamente, se uno decide di no, i suoi soldi vanno nei fondi pensione.

Il TFR va bene per i lavoratori, va abbastanza bene per i lavoratori, va abbastanza bene per le aziende, però non fa guadagnare i banchieri, perché i lavoratori prendono i soldi dalle aziende e la banca non si mette in mezzo a fare la sua cresta; non fa guadagnare gli assicuratori, che non sono assolutamente nel gioco, non va guadagnare i gestori di fondi perché non gestiscono niente, non fa guadagnare i sindacati, perché non hanno a da mettere i loro uomini, come invece li mettono, nei fondi pensione per la gestione dell’amministrazione, non fa guadagnare i funzionari della Confindustria e delle altre organizzazioni del patronato, che invece nei fondi pensione mettono anche loro i propri uomini, non fa guadagnare i docenti universitari, non fa guadagnare gli economisti, perché il TFR va avanti per conto suo e gli economisti non possono fare consulenze, non possono essere nei consigli di amministrazione dei fondi pensione, non possono guadagnarci sopra. Insomma, il TFR è una cosa che va bene soltanto ai lavoratori e alle aziende, non fa guadagnare gli altri e gli altri hanno cercato di distruggerlo. Per fortuna non ci sono ancora riusciti!” Beppe Scienza

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12:06 – 27/12/09 – Chiede Riduzione a Stato Laicale, Insegnante di Religione Licenziato.

Aniello D’Angelo, diacono di Centola SA dal 1997 e insegnante di religione, ha annunciato pubblicamente su Facebook il 29 giugno scorso di aver inviato una lettera a Benedetto XVI, alla Congregazione per la dottrina della fede, al vescovo del Vallo della Lucania e al parroco della chiesa di San Nicola di Mira a Centola, nella quale chiedeva la riduzione allo stato laicale.

Secondo D’Angelo, la decisione “sofferta, pregata e meditata” è stata presa perchè “la Chiesa voluta da Gesù non si riflette più nella Chiesa cattolica” e perchè “non vi era differenza con i palazzi di potere politico ed economico”.

Il vescovo Giuseppe Rocco Favale della diocesi di Vallo della Lucania, per tutta risposta, ha emesso il 23 dicembre un decreto in cui viene ritirata l’idoneità all’insegnamento perchè D’Angelo avrebbe continuato a “denigrare l’operato della Chiesa cattolica e di questa diocesi” e si sarebbe rifiutato di “accettare l’invito a recarsi presso la Curia diocesana per giustificare ed eventualmente rivedere il suo comportamento gravemente lesivo della comunione ecclesiale”.

In sostanza, D’Angelo dall’anno prossimo non potrà più insegnare religione. D’Angelo ha recentemente rilanciato, pubblicando su Facebook una sua lettera in cui annuncia di “voler lasciare la Chiesa cattolica e di voler essere depennato dai registri parrocchiali, diocesani e vaticani”, procedura che ricorda quella ormai formalizzata da anni proprio dalla Uaar con lo “sbattezzo”.

Fonte: UAAR

18:02 – 24/12/09 – Lombardia, i buoni scuola vanno ai privati.

La giunta Formigoni sceglie da che parte stare: agli istituti pubblici restano le briciole.

di Chiara Paolin

Le scuole private lombarde possono stare tranquille fino al 2015. Regnante Formigoni, non avranno problemi di bilancio: il giochino del “buono scuola” è promosso a pieni voti. La Costituzione vieta di finanziare direttamente gli istituti privati, ma a Milano e dintorni si possono distribuire a piene mani i preziosi ticket che consentono di mandare i ragazzi dalle elementari al liceo sui banchi privati coi soldi pubblici.

Per la precisione, nell’anno 2008/2009, il 9% degli scolari ha consumato l’80% delle risorse assegnate allo studio, ovvero 47 milioni di euro finiti a pagare le rette di collegi e pie istituzioni per 98.392 ragazzi a fronte dei 12 milioni destinati al restante milione di studenti lombardi.

Un meccanismo spiegato dal Rapporto 2009 sul finanziamento pubblico alla scuola privata in Lombardia elaborato dal Gruppo regionale di Rifondazione Comunista sulla base di un’analisi rigorosa del database dell’Assessorato all’Istruzione. Indagine annuale che stavolta ha richiesto particolare impegno visto che i dati sensibili sono stati affidati alla società di servizi Accor, quella dei ticket restaurant, scelta per rendere ancor più fluida l’attribuzione. Infatti il sistema funziona benissimo, specie grazie a qualche regoletta da dieci e lode. Lo status patrimoniale del richiedente, ad esempio.

Mentre i genitori degli studenti della scuola pubblica devono esibire il certificato Isee per accedere a un piccolo contributo, i richiedenti la “dote per la libertà di scelta” questo il romantico nome scelto per il bonus godono di uno scivolo speciale, ovvero l’indicatore reddituale, dove i limiti sono molto più tolleranti e, soprattutto, non si deve dichiarare la propria situazione patrimoniale, sia mobiliare sia immobiliare.

Così succede che oltre 4 mila beneficiari del ticket dichiarino al fisco un reddito tra i 100 mila e 200 mila euro annui: non proprio dei bisognosi. Altri risultano residenti nelle zone più prestigiose di Milano, come la Galleria Vittorio Emanuele o via Manzoni, roba da 20 mila euro al metro quadro. Restando sui grandi numeri, soltanto il 25% dei beneficiari dichiara un reddito inferiore a 30 mila euro, mentre tutti gli altri, cioè il 75%, sta tra i 30 mila e i 198 mila euro.

Non è un aiuto per poveri, insomma. Scrive Enrico De Alessandri, dirigente regionale, nel suo libro “Comunione e liberazione, assalto al potere in Lombardia”: “Cl è, notoriamente, l’unico movimento fondamentalista in Europa che ha costituito una situazione di potere monopolistico nell’ambito di una importante istituzione pubblica come la Regione Lombardia, attraverso un’occupazione militare dei suoi esponenti in tutti i posti chiave”. Con relativi budget di spesa. Parole che sono costate al dipendente regionale un mese di sospensione dal ruolo con l’accusa di aver tradito “il rapporto di fiducia col proprio datore di lavoro”. La Regione Lombardia. O Cl?

“De Alessandri racconta la verità, finanziare la scuola cattolica è un punto d’onore per Cl – spiega il consigliere regionale Carlo Monguzzi, dei Verdi – Il meccanismo ormai è rodato. E il consenso popolare non manca. Una grossa parte dell’elettorato vive una situazione di stabilità ma teme qualsiasi cambiamento, quindi vota chi porta avanti lo status quo. Poi ci sono disoccupati, precari, sfiduciati dalla politica, quelli che non vanno neanche più al seggio. Oppure si rivolgono alla Lega, sperando di esprimere un dissenso forte. Inrealtà l’effetto è opposto: tutto quello che accade sotto il cielo di Lombardia è condiviso a pieno da Lega e Pdl. O da Lega e Cl, per meglio dire”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre
Scarica Rapporto 2009 sul finanziamento pubblico alla scuola privata in Lombardia

00:13 – 23/12/09 – Assenze per Malattia: Orari di reperibilità e Deroghe.

Assenze per malattia e fasce orarie di reperibilità. Cambiano di nuovo ma per la prima volta sono previste deroghe.

Come preannunciato e sulla base di improbabili calcoli sull’assenteismo dei dipendenti pubblici che giustificherebbero il ripensamento, il ministro della Funzione Pubblica conferma la volontà di allungare nuovamente le fasce di reperibilità dei dipendenti pubblici che, ingrati, hanno approfittato di quanto stabilito dai contratti prima dell’entrata in vigore della Legge 133/09.

Come si ricorderà la Legge 133/09 aveva portato le fasce di reperibilità dei pubblici dipendenti ad 11 ore giornaliere, in netto contrasto con le 4 ore stabilite dai CCNL e in linea con quanto avviene negli altri settori, poi riportate di nuovo a 4 ore nell’estate di questo anno con il decreto anticrisi (DL. 78/09).

Accecato dal sacro furore ideologico e avendo verificato gli effetti deleteri, a suo dire, dell’ultima concessione, il ministro torna ora sui suoi passi e in applicazione del DLgs 150/09 (art. 55 septies) reintroduce per decreto una differenziazione nelle fasce di reperibilità dei dipendenti pubblici, rispetto a quelli privati.

L’allungamento delle fasce di reperibilità porta così a sette ore complessive giornaliere il tempo in cui può essere effettuata la vista a domicilio in casa in caso di assenza per malattia: dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Per l’occasione, finalmente, si introduce il principio dell’esclusione dall’obbligo di reperibilità nei casi in cui l’assenza per malattia sia dovuta a:

  • patologie gravi che richiedono terapie salvavita;
  • infortuni sul lavoro;
  • patologie per riconosciuta causa di servizio;
  • stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta.

Si considerano inoltre esonerati dall’obbligo di reperibilità i dipendenti pubblici nei confronti dei quali sia già stata effettuata la visita fiscale, per il periodo indicato nella prognosi.

Fonte: FLC CGIL Scuola

18:56 – 21/12/09 – Tagli sulla Scuola Pubblica: Il Dossier 2009.

Tagli sulla Scuola Pubblica 2009
Tagli sulla Scuola Pubblica 2009

[Sintesi elettronica di TerritorioScuola Server] – Il piano programmatico di attuazione dei tagli nella scuola pubblica previsto dalla L.133/08 ha mantenuto la sua promessa.

Una dieta imposta alla scuola pubblica che sembra non avere un disegno che ridefinisca un percorso di qualità, ma proceda esclusivamente secondo la logica del fare cassa. Ma la scuola italiana non è un ramo secco da tagliare, è una istituzione in crisi che può anche avere la necessità di ridurre gli sprechi e gestire le risorse in maniera più razionale, come il ridimensionamento del proliferare dei corsi di studio della scuola superiore, ma che ha anche bisogno d’investimenti perché continui a rappresentare un diritto ed una opportunità per tutti.

Invece, le decisioni assunte finora hanno definito un quadro che sembra avere come obiettivo primario quello di fare cassa: la riduzione del tempo scuola, il maestro unico, la riduzione delle ore di seconda lingua comunitaria. Anche il riordino della scuola superiore sembra andare in questo senso: se è vero che ridurrà la babele di indirizzi proliferati in questi anni con la miriade si sperimentazione, è anche vero che avremo un diffuso impoverimento orario e disciplinare.

…Eppure gli anni passati qualche cosa ce lo hanno insegnato: i tagli fatti in maniera così netta ed indiscriminata, non hanno mai portato ad un innalzamento della qualità, come vorrebbe che accadesse il ministro Gelmini.

In controtendenza alle politiche governative, un recente studio della Banca d’Italia offre invece un ulteriore supporto a chi sostiene da tempo che, se è necessaria una razionalizzazione e riqualificazione della spesa pubblica, vanno parallelamente rilanciate, proprio in questa fase di crisi economica internazionale, politiche di significativi investimenti nel campo dell’istruzione e della formazione, come è avvenuto nella maggior parte dei Paesi avanzati.

Lo studio “I rendimenti dell’istruzione” del settembre 2009, infatti, evidenzia tutti i vantaggi economici di finanziare un aumento del grado di istruzione dei cittadini italiani, senza contare i sicuri benefici di tipo sociale e culturale. Se lo Stato decidesse di investire nella scuola e nell’istruzione una cifra netta, tra i 2.900 e i 3.700 euro pro capite, avrebbe un rendimento pari al 7% circa dell’investimento iniziale (8% nel Sud), ed un vantaggio fiscale per le casse pubbliche compreso tra il 3,9% e il 4,8%, derivante dal miglioramento delle posizioni lavorative, per l’aumento dei tassi di istruzione della popolazione, e dalla diminuzione dei costi legati all’assistenza sociale dei disoccupati.

Attraverso il presente dossier si può leggere uno storico dall’anno scolastico 2002/2003 all’anno 2009/2010, documentato con cifre e commenti, su quali tagli sono avvenuti negli anni ai danni della scuola pubblica, determinati dagli interventi dei governi sia attraverso le finanziarie sia attraverso l’articolazione delle voci di spesa.

…Nell’anno scolastico scorso i docenti precari sono stati 130.835, il 15,66% del corpo docente.

…La politica scolastica è chiara: un docente precario costa molto meno, lo si assume per il tempo strettamente necessario.

Download dossier in formato integrale.

17:37 – 21/12/09 – Sanzioni Disciplinari per i Dipendenti Pubblici: le Nuove Regole.

Sanzioni disciplinari dipendenti pubblici: le nuove regole
Sanzioni disciplinari dipendenti pubblici: le nuove regole
55. Responsabilità, infrazioni e sanzioni, procedure conciliative.

1. Le disposizioni del presente articolo e di quelli seguenti, fino all’articolo 5-octies, costituiscono norme imperative, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1339 e 1419, secondo comma, del codice civile, e si applicano ai rapporti di lavoro di cui all’articolo 2, comma 2, alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2.

2. Ferma la disciplina in materia di responsabilità civile, amministrativa, penale e contabile, ai rapporti di lavoro di cui al comma 1 si applica l’articolo 2106 del codice civile. Salvo quanto previsto dalle disposizioni del presente Capo, la tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni è definita dai contratti collettivi. La pubblicazione sul sito istituzionale dell’amministrazione del codice disciplinare, recante l’indicazione delle predette infrazioni e relative sanzioni, equivale a tutti gli effetti alla sua affissione all’ingresso della sede di lavoro.

3. La contrattazione collettiva non può istituire procedure di impugnazione dei provvedimenti disciplinari. Resta salva la facoltà di disciplinare mediante i contratti collettivi procedure di conciliazione non obbligatoria, fuori dei casi per i quali è prevista la sanzione disciplinare del licenziamento, da instaurarsi e concludersi entro un termine non superiore a trenta giorni dalla contestazione dell’addebito e comunque prima dell’irrogazione della sanzione. La sanzione concordemente determinata all’esito di tali procedure non può essere di specie diversa da quella prevista, dalla legge o dal contratto collettivo, per l’infrazione per la quale si procede e non è soggetta ad impugnazione. I termini del procedimento disciplinare restano sospesi dalla data di apertura della procedura conciliativa e riprendono a decorrere nel caso di conclusione con esito…[….]

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