18:10 – 16/01/10 – Aumenti ai prof. di religione: la sorpresa di Tremonti..

Nella busta paga del mese di maggio troveranno circa 220 euro in più.

SCATTI stipendiali per gli insegnanti, ma solo per quelli di religione. Lo ha stabilito il ministero dell’Economia lo scorso 28 dicembre. Mentre i sindacati della scuola sono alle prese con un complicato rinnovo del contratto in favore di tutti i docenti e gli Ata amministrativi, tecnici e ausiliari della scuola, alla chetichella quelli di religione nella busta paga del mese di maggio troveranno una gradita sorpresa: il “recupero” degli scatti del 2,5 per cento per ogni biennio, a partire dal 2003 sulla quota di retribuzione esclusa in questi anni dal computo. Supplenti compresi.A spiegare la portata del provvedimento, che porterà nelle tasche degli interessati un bel gruzzoletto, è lo Snadir il sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione.

“Gli aumenti biennali per gli insegnanti di religione, che in precedenza venivano calcolati nella misura del 2,5 per cento del solo stipendio base, dovranno ormai ammontare al 2,5 per cento dello stipendio base comprensivo della Indennità integrativa speciale”. Una cosetta di non poco conto visto che l’Indennità integrativa speciale rappresenta circa un quarto dell’intera retribuzione dell’insegnante e che gli anni da recuperare sono tanti, quasi quattro bienni.

Quanto basta, e avanza, per riaccendere la polemica sui privilegi assegnati dallo Stato in questi ultimi anni ai docenti di religione cattolica: accesso alla cattedra su segnalazione dell’ordinario diocesano, assunzione sulla base di un successivo concorso riservato, passaggio ad altra cattedra in caso di perdita del requisito per insegnare la religione l’attestato dell’ordinario diocesano e scatti biennali anche per i precari. “Mentre il ministro Tremonti a dicembre ricorda alla Curia che presto saranno liquidati gli scatti biennali di anzianità al personale docente di eligione con incarico annuale o di ruolo, che non ha mai richiesto tale indennità sotto forma di assegno ad personam, permane, purtroppo, il silenzio verso tutto il restante personale precario”, dichiara Marcello Pacifico, presidente dell’Anief l’Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione.

La questione è di particolare attualità perché una sentenza della Corte di giustizia europea del 2007 ha riconosciuto, secondo il principio di non discriminazione, il diritto agli scatti di anzianità anche a favore dei precari. E da allora sono diverse le associazioni di insegnanti italiane e sindacati che hanno intrapreso la via giudiziaria per farsi riconoscere questo diritto. Ma, ancora, non si sono visti i risultati.E mentre migliaia di precari di lungo corso sono in attesa di un riconoscimento economico.

Folgorato sulla via di Damasco, il ministero dell’Economia, scrive: “A seguito degli approfondimenti effettuati in merito all’oggetto, si comunica che questa Direzione ha programmato, sulla mensilità di maggio 2010, le necessarie implementazioni alle procedure per il calcolo degli aumenti biennali spettanti agli insegnanti di religione anche sulla voce IIS Indennità integrativa speciale, ndr a decorrere dal 1 gennaio 2003”.

Il diritto agli scatti biennali in favore degli insegnanti di religione è stabilito da una legge del 1980, che poteva anche avere un senso: siccome i docenti di religione erano precari a vita, non era prevista cioè la loro stabilizzazione, era necessario stabilire un meccanismo per aggiornare loro lo stipendio. Ma poi nel 2005 arrivò il concorso e l’immissione in ruolo.

E mentre per i precari della scuola non è previsto nessun aumento di stipendio in relazione all’anzianità di servizio, quelli di religione conservano questo trattamento: incremento del 2,5 per cento ogni due anni. Secondo alcuni calcoli effettuati dai sindacati il caveau potrebbe valere 220 euro in più in busta paga, arretrati esclusi. Niente male per quasi 12 mila insegnanti di religione a tempo determinato attualmente in forza alle scuole italiane. Per il rinnovo del contratto degli insegnanti, invece, i sindacati hanno chiesto un aumento di 200 euro mensili da erogarsi in tre anni, ma il ministro della Pubblica amministrazione è disposto a concederne appena 20. E non solo. Vorrebbe agganciare gli aumenti di stipendio dei docenti al merito.

Fonte: La Repubblica.

17:51 – 14/12/09 – TFR addio: come ti finanzio la finanziaria..

Il TFR del Professore ma non solo…

Tremorti è arrivato all’ammazzacaffè del TFR dopo la frutta dello Scudo Fiscale e il dolce dei prelievi dai “conti dormienti”.

Tremorti userà 3,1 miliardi di euro del TFR depositati presso l’INPS a copertura di un terzo della Finanziaria. I risparmi di una vita vengono sottratti senza nessun consenso.

E’ la finanza creativa di uno Stato prossimo al default, l’azione disperata di Tremorti, un curatore fallimentare che non sa più che pesci pigliare.

Quale sarà la prossima mossa? Il quinto dello stipendio? La diminuzione delle pensioni? Il congelamento dei BOT? Il prelievo forzoso di una percentuale a piacere dai conti correnti?

Il TFR una volta serviva per garantire ai lavoratori una vecchiaia dignitosa. Oggi garantisce il buco dello Stato.

Fonte: Blog di Beppe Grillo.

18:05 – 04/11/09 – Che Cosa si Nasconde dietro a un Crocifisso…

Mappa Mondiale della Percezione della Corruzione...
Mappa Mondiale della Percezione della Corruzione... (clicca sull'icona per ingrandire)

La Chiesa costa ogni anno ai contribuenti italiani circa 4 miliardi e mezzo di euro. Più del costo del sistema politico. Mezza finanziaria. Quella che presentiamo qui non è che la stima ottimistica. Ce ne sono alcune che arrivano anche a 9 miliardi di euro all’anno.

 L’otto per mille, grazie ad un meccanismo messo a punto a metà degli anni 80 da un consulente del governo Craxi di nome Giulio Tremonti, assegna alla Chiesa Cattolica anche le quote di chi non ha espresso alcuna preferenza. Per fare un esempio, fatta 100 la base dei contribuenti, se ce ne sono 40 che mettono una croce su uno dei destinatari possibili dell’8 per mille, e 30 di questi scelgono la Chiesa Cattolica, i tre quarti degli altri 60 contribuenti che non hanno espresso alcuna preferenza – ben 45 persone – si troveranno a devolvere il loro 8 per mille al Vaticano. Da 30 preferenze reali a 75 con un colpo di bacchetta magica degno di Harry Potter. Un giochetto che porta nelle casse della Chiesa Cattolica circa un miliardo di euro ogni anno. Nel resto dell’Europa diversamente religiosa, naturalmente, la contribuzione è non solo volontaria, ma le quote derivanti dalle preferenze non espresse restano allo Stato.

Se siete deboli di cuore non leggete la prossima frase. L’Art.47 della legge 20 maggio 1985, n. 222 stabilisce che ogni anno, entro il mese di giugno, lo Stato corrisponde alla Conferenza Episcopale Italiana un anticipo calcolato sulle preferenze espresse dell’anno precedente. Avete capito bene: voi anticipate ogni anno le tasse e l’Iva sulla base dei vostri guadagni passati e della presunzione di quelli attuali. Se non avete guadagnato dovete giocoforza andare a rubare. Lo Stato, viceversa, prende i vostri anticipi e li anticipa alla Chiesa Cattolica. Che glieli abbiate dati o meno. Nel 2007 abbiamo anticipato alla CEI 354 milioni di euro.

 Un altro miliardo se ne va per gli stipendi ai circa 22 mila insegnanti di quella che impropriamente viene chiamata ora di religione. In realtà, anche tecnicamente, si chiama Insegnamento della Religione Cattolica (IRC), anche se lo stato non sa bene cosa effettivamente si insegni durante le lezioni, come sostenne lo stesso Berlinguer in un’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana. Quello che è certo è che i docenti – pagati dallo Stato italiano – che si azzardano ad accennare alla storia delle altre religioni o a diverse concezioni del mondo, vengono licenziati.


 Almeno 700 milioni vengono versati da tutti noi per le convenzioni su scuola e sanità. Nel solo 2004, le scuole cattoliche hanno beneficiato di 258 milioni di euro di finanziamento, 44 milioni per le cinque Università cattoliche, 20 milioni per il Campus Biomedico dell’Opus Dei, portati a 30 dall’anno successivo. Con la circolare ministeriale 38/2005, le scuole non statali hanno raddoppiato le elargizioni: 527 milioni di euro, portati a 532,3 milioni a fronte dei tagli all’istruzione. Si impoverisce l’istruzione per tutti, si arricchisce l’istruzione per pochi. Più siete ignoranti, più siete propensi a votare per maghi, ballerine, showgirl e presentatori.

Le convenzioni pubbliche con gli ospedali cattolici ammontano poi a un altro miliardo di euro. Quelle con gli istituti di ricerca a circa 420 milioni mentre le case di cura raggranellano la bellezza di 250 milioni di euro.
 Poi ci sono le regalie una tantum. Il Giubileo è stato finanziato con quattro spicci: 3500 miliardi di lire. Uno degli ultimi raduni di Loreto ci è costato 2,5 milioni e così via, per una media annua di circa 250 milioni di euro.

 Il mancato incasso dell’Ici vale circa 700 milioni di euro all’anno, ma c’è chi – per esempio Piergiorgio Odifreddi – valutando il patrimonio immobiliare della Chiesa in alcune centinaia di miliardi di euro, arriva a considerare il mancato gettito fiscale pari ad almeno 6 miliardi di euro. Lo sconto del 50% su Ires, Irap e altre imposte ci costa più o meno 500 milioni. L’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, con i suoi 40 milioni di pellegrini che ogni anno vanno avanti e indietro dall’Italia, ammonta ad altri 600 milioni di euro.

 A questi dati, aggiungo i 52 milioni di euro che ho calcolato personalmente nell’articolo Tele-Vaticano: il subappalto alla Chiesa Cattolica di oltredueterzi del palinsesto del servizio pubblico televisivo, che il trattato di Amsterdam ci obbliga a ricollegare direttamente alle esigenze democratiche, sociali e culturali della società, e all’esigenza di preservare il pluralismo dei mezzi di comunicazione.

 Non esiste un altro paese che spende altrettanto per il costo di una religione. Nessun altro paese laico, perlomeno.

A fronte di tutto questo, ieri la Chiesa Cattolica ha diramato un comunicato dove afferma che “non è certo espressione di laicità, ma la sua  degenerazione in laicismo, l’ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione”. Non oso immaginare quale tributo di sangue dovremmo pagare se non fossimo ostili a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione. L’Avis al confronto è uno spaccio di succhi di frutta.

 Ovviamente non sono tutte rose e fiori. Anche la Chiesa, come la RAI fa con l’AGCOM, deve inviare un resoconto dettagliato allo Stato italiano sull’utilizzo delle somme derivanti dall’incasso dell’otto per mille. L’articolo 44 della legge 20 maggio 1985, n. 222 dispone che la Conferenza Episcopale Italiana trasmetta annualmente all’autorità statale competente il rendiconto relativo all’effettiva utilizzazione delle somme di cui agli articoli 46, 47 e 50, terzo comma, della stessa legge.

 Se avete presente gli spot elettorali della CEI per incentivare la preferenza sull’otto per mille, quelli con la musica strappalacrime e i bambini africani che spalancano enormi occhioni scuri provati dalla fame, sapete bene che il mantenimento delle missioni e gli interventi caritativi nel mondo sono un argomento efficacemente usato per convincervi ad apporre la famigerata x. Stupisce quindi che gli interventi caritativi a favore dei paesi del terzo mondo, nel rendiconto relativo all’utilizzazione delle somme pervenute nel 2007, assommino a soli 85 milioni di euro, circa l’8% del totale ricevuto. C’è poi un 12% utilizzato per interventi di carità in Italia e il resto serve all’autofinanziamento: il  35% va agli stipendi dei quasi 40 mila sacerdoti italiani, mentre mezzo miliardo all’anno viene speso per imperscrutabili esigenze di culto, spese di catechesi, attività finanziarie ed immobiliari. “Il Vaticano è il più ricco Stato del mondo per reddito pro capite.” [Curzio Maltese, La Questua, Feltrinelli]

 “La Chiesa sta diventando per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo.”
 No, non l’ho detto io. L’ha detto trent’anni fa un teologo progressista: Joseph Ratzinger.

 Credete ancora che il vero problema siano i crocifissi nelle aule?

Fonte: ByoBlu – Il Blog di Claudio Messora

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Sto ascoltando: Franco Battiato – Inneres Auge
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13:14 – 30/10/09 – L'Università privata di tutto: resta il business..

Siamo alla frutta
Siamo alla frutta

di Caterina Perniconi 

Il Governo conferma la riforma e i tagli di Tremonti: 1000 milioni in meno in 5 anni. I manager guideranno gli atenei 

La fine di un’epoca. Con la riforma dell’Università approvata ieri dal Consiglio dei ministri, sostanzialmente si chiude il capitolo ‘Università pubblica’ in Italia. Il nostro paese non è più in grado di sostenere il sistema e garantirne l’eccellenza. Perciò apre ai privati, che presiederanno i Consigli d’amministrazione e, inevitabilmente, influiranno sull’autonomia degli atenei.

Deriva aziendalistica
Il progetto del ministro Gelmini prevede che il 40% dei membri dei Cda provengano dall’esterno (compreso, al bisogno, il presidente) e l’introduzione di un manager al posto del direttore amministrativo. Su questo aspetto si è mostrato contrario anche il capogruppo dei senatori del Pdl Gasparri: “Personalmente – ha detto – ritengo sbagliato far eleggere il presidente del Cda dai componenti piuttosto che dal rettore. L’Università ha una sua specificità che va mantenuta”. I Consigli di amministrazione assorbiranno gran parte dei poteri del senato accademico e saranno composti dal rettore, da uno studente e da, massimo, altri nove componenti. Dunque sarà diminuita la rappresentanza e il pluralismo di opinioni, proprio nel momento in cui arrivano i privati. Del resto già l’anno scorso era stata inserita, nella legge per lo sviluppo economico, la trasformazione degli atenei in fondazioni. “Siamo molto preoccupati da questa deriva aziendalistica – spiega Claudio Ricciocon l’alibi della situazione economica sono previsti ovunque aumenti delle tasse. Tasse alte ed esterni negli organismi decisionali sono le principali caratteristiche degli atenei privati. Ciò vuol dire che entro nove mesi dall’approvazione (tempo previsto dalla riforma per essere recepita, ndr) tutte le università statali diventeranno di fatto private”.

Conferma dei tagli
Ma questo è solo uno dei temi affrontati nel disegno di legge. Di sicuro quello più caro a Tremonti, che vuole alleggerire il finanziamento pubblico agli atenei. In 5 anni, infatti, saranno tagliati dal Fondo di finanziamento ordinario più di 1000 milioni, pari al 15% del totale. E, nonostante i proclami che anche ieri il titolare di via XX Settembre ha ribadito in conferenza stampa sul recupero dei soldi con lo scudo fiscale, il taglio non è mai stato rettificato. “La proposta del ministro Gelmini – ha dichiarato la Conferenza dei Rettori – rappresenta un’occasione fondamentale. Ma ora è indispensabile, e per più aspetti pregiudiziale, che all’avvio del processo riformatore e a garanzia della sua credibilità, corrisponda una disponibilità adeguata di risorse. A partire da quanto sarà garantito al finanziamento degli atenei per il 2010. Se il taglio fosse confermato provocherebbe il crollo di buona parte del sistema universitario”.

Regole superficiali
Le università saranno rese più autonome nella gestione dei fondi, e verranno valutate dall’Anvur (Agenzia nazionale della valutazione dell’Università e della Ricerca introdotta nella precedente legislatura). I meritevoli avranno più soldi, gli altri li perderanno. Un metodo esistente anche all’estero, che però ha bisogno di essere regolato. “Oggi – racconta Michele Cascella, professore emigrato in Svizzera – si valutano le università nel loro complesso e questo è sbagliato. Perché se un ateneo ha un dipartimento eccellente e cinque scadenti, anche chi ha lavorato virtuosamente verrà spazzato via. Servono regole più precise e non così superficiali”.

Sorteggi infiniti
La riforma prevede anche l’introduzione dell’abilitazione nazionale per l’accesso di associati e ordinari. “L’abilitazione – ha spiegato il Ministro – è attribuita da una commissione nazionale, anche con membri stranieri, che saranno sorteggiati”. Già, il sorteggio: un metodo che, come il Fatto Quotidiano ha raccontato con il bando “Futuro in ricerca”, non funziona (in 6 mesi il Ministero dell’università e della ricerca non è riuscito a scegliere 20 nomi in una rosa di 60). Adesso la Gelmini vuole riproporlo e istituzionalizzarlo per una commissione che avrà potere sul futuro degli studenti. Il Ministro, in conferenza stampa, non risponde alle domande. Resta aperta la questione: non esiste altro metodo?

Precari senza borsa
Arriveranno all’abilitazione i ricercatori che saranno stati contrattualizzati a tempo determinato per 6 anni (3+3). Quindi non c’è più la terza fascia docente e non è chiaro chi li sceglierà e con quale metodo. Al termine dei 6 anni il ricercatore, se abilitato, sarà confermato a tempo indeterminato come associato. Soldi permettendo. Che per il momento le università non hanno. “Noi studenti non siamo contrari ai metodi di valutazione – spiega Lorenzo Zamponi, dottorando di Padova – ne vorremmo anche di più selettivi. Ma purtroppo non si possono valutare gli studenti sulla base di una ricerca che non possono fare perché non ci sono soldi. In più questa riforma prevede che in quei 6 anni i ricercatori si dedichino alla didattica, cioè insegnino abusivamente”. Tra le novità, inoltre, quella che preoccupa di più gli studenti è l’abolizione delle borse post-dottorali. “Ammetto che non è dignitoso trovarsi a più di 30 anni dopo aver studiato per almeno 10, con una borsa di studio – dice Francesca , ricercatrice romana – e che sarebbe auspicabile che queste fossero davvero sostituite da contratti seri. Ma il mio dubbio è: tutte le persone che sopravvivevano con la borsa di studio che faranno? Avranno un contratto o andranno a casa?”

Diritto per delega
È prevista inoltre la delega al governo per cambiare la legge sul diritto allo studio. Ciò significa che la riforma non sarà discussa in Parlamento. L’obiettivo è quello di versare altre borse ai più meritevoli. Ma ogni anno molti ‘idonei’, cioè bisognosi di contributo per studiare, non ricevono i soldi per mancanza di fondi. Sarà difficile coprire quella spesa e averne altri per i più bravi. E poi: aumento del ‘prestito d’onore’, fondato anche questo sull’intervento dei privati (è un metodo usato all’estero dagli studenti che chiedono soldi alle banche per studiare e li restituiscono con gli stipendi). Ma l’Italia non è l’America, i ricercatori restano precari a lungo e senza regole rischiano di trasformarsi in un esercito di indebitati cronici.

Le reazioni
Ieri gli studenti hanno manifestato in tutt’Italia contro la riforma. A Roma gli universitari di Link hanno occupato per qualche minuto alcuni uffici del ministero. Sit-in di protesta davanti alle prefetture fino a notte fonda a Torino, Genova, Napoli, Lecce, Siena, Taranto e Bari. Per la Cgil la riforma “è un’operazione scopertamente autoritaria, una netta invasione di campo nei confronti dell’autonomia universitaria”. Per la Cisl “manca una concreta soluzione alla situazione dei ricercatori ai quali si continua a negare lo status della docenza introducendo ambiti di precarietà che ne indeboliscono ulteriormente il ruolo”. Secondo il Partito democratico “la Gelmini tradisce completamente i propri impegni e non fornisce risorse aggiuntive. Aveva detto che le riforme sarebbero state scambiate con le risorse ma nel ddl non c’è n’è traccia”. “La riforma dell’università non è stata concertata con i diretti interessati – dichiara l’Italia dei Valori – i quali saranno costretti a subire le scelte di un governo irresponsabile che sbarra l’accesso agli atenei e che ragiona con la sola logica dei costi”. Forse si ritroveranno tutti in piazza il 17 novembre, giorno fissato dagli studenti per la manifestazione nazionale.

Pubblichiamo di seguito tre delle e-mail che ci avete inviato all’indirizzo ricercatori@ilfattoquotidiano.it

Continuate ad inviarci le vostre segnalazioni e le vostre storie. 

Laura, una fatica per nulla 
Sono un’assegnista di ricerca in Statistica, ma a partire dal 1° novembre sarò una disoccupata. Anch’io a febbraio del 2009 ho presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb “Futuro in ricerca” bandito dal Miur di cui vi siete occupati. Io e i miei colleghi (in tutto 5 giovani ricercatori non strutturati e tutti sotto i 32 anni) abbiamo lavorato per settimane giorno e notte per preparare il progetto e spedirlo in tempo per la data di chiusura del bando (il 27 febbraio del 2009, ndr). Come voi avete scritto, non si avranno notizie prima di gennaio. E nel frattempo? Io la mia strada l’ho scelta: a gennaio partirò per Parigi, due anni di contratto post-dottorato e poi si vedrà. Tanto all’estero un lavoro a tempo è sinonimo di flessibilità non di precariato. A febbraio anche uno degli altri 4 ricercatori andrà all’estero in cerca di una borsa post-dottorato. La scuola e l’università italiana continuano a sfornare talenti che il resto del mondo usa. Ma se io ed i miei colleghi non avessimo lavorato tanto per presentare il progetto entro la data stabilita dal bando, cosa sarebbe successo? Facile: saremmo stati esclusi dalla partecipazione al bando. E se il Ministero non rispetta i 180 giorni stabiliti dal bando per concludere la procedura di valutazione cosa succede? A quanto pare niente! Non sarebbe possibile immaginare un mega ricorso (o una class-action) da parte di tutti coloro che hanno presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb “Futuro in ricerca”? Magari cosi al Ministero imparano. E la prossima volta capiscono che le regole valgono per tutti.

Laura Trinchera

Charlotte, lettrice bocciata
Dal 1980 insegno inglese all’Università di Padova presso la facoltà di Lettere, fipartimento di Lingue e Letterature Anglo-Germaniche e Slave. Siamo sempre di meno a insegnare una lingua straniera nelle università italiane. Perché non assumono più lettori-Cel, cioè insegnanti di lingua. Ora li chiamano tecnici linguistici, ma è tutt’altra cosa. Sono insegnante, anche se ufficialmente non è questo il termine che si usa oggi. Negli anni mi hanno chiamato: lettore, pretorile, ex-lettore e, più recentemente (dal 1994) Cel (collaboratore ed esperto linguistico). Comunque, insegno inglese o, come preferiscono dire, ‘addestro’. Come al circo. Altro termine offensivo, non tanto per me e i miei colleghi, ma per gli studenti. Sono plurilaureata: in Italia, negli Stati Uniti ed in Inghilterra. E pluribocciata, ma solo in Italia. Non sono mai riuscita a superare un concorso, sia a livello delle scuole medie inferiori e superiori sia a livello universitario. Eppure sono anni che preparo con successo gli insegnanti delle scuole italiane. E loro sì che vincono! Infatti, alcuni dei miei ex studenti sono docenti nelle scuole medie inferiori e superiori e – udite udite!!! – alcuni sono docenti universitari: ricercatori e professori associati. Cioè i miei nuovi capi.

Charlotte Whigham

Francesca, la fiducia è finita
Innanzi tutto sono quasi commossa nel vedere che su Il Fatto Quotidiano c’è un filo diretto per dialogare con i ricercatori. Normalmente, è meglio non parlare di questi lavoratori di “serie B”. Forse è per questo che in Italia il termine ricercatore non evoca l’immagine di un novello Prometeo che brandisce la fiaccola della scienza, ma piuttosto quella di uno sfigato occhialuto vestito fuori moda, che fa battute autoreferenziali per addetti ai lavori e manca totalmente di una vita sociale. Certo, non è così semplice fare shopping quando sopravvivi a un dottorato con 1000 euro al mese, pagandoti tutte le spese. Non hai molto tempo per coltivare passioni alternative quando lavori spesso più di 8 ore al giorno e normalmente anche i week end (per me che lavoravo nell’ambito della biologia la frase ricorrente era questa: “le cellule sono come le mucche, devono mangiare tutti i giorni”). Forse sono stata codarda, non ho avuto il coraggio di lanciarmi in una nuova avventura e continuare il mio percorso andando a specializzarmi all’estero. Ma ci dovrebbe essere una seconda possibilità, che qui in Italia non è contemplata, né forse contemplabile. Cioè che un ricercatore voglia (o per motivi contingenti debba) rimanere in Italia e mettere il suo sapere al servizio della comunità, creando qualcosa di concreto, di direttamente fruibile, sia esso un prodotto materiale o un servizio. Ho peccato anche di fiducia, speravo che ci fosse più spazio sul mercato. Ma le aziende che possono accogliere un profilo come il mio sono poche. Di solito sono richiesti profili da tecnico, per i quali sono “troppo qualificata” (cioè ambisco ad un livello, quindi ad una paga, superiore). Ci sono poi le piccole aziende che possono usufruire delle agevolazioni per la “formazione-lavoro” che ti accolgono a braccia aperte ma poi non sono in grado di assumere. Io non so quale sia la soluzione. Ma se penso che ho 31 anni e sono donna, questa precarietà mi fa ancora più paura.

Francesca Tocco

Fonte: Il Fatto Quotidiano

20:01 – 12/09/09 – Scuola, il Futuro Rubato…

Di Marina Boscaino

Non Rubateci il Futuro
Non Rubateci il Futuro

Non rubateci il futuro è il nome del coordinamento degli istituti che lo scorso anno ha animato nella capitale la protesta contro la scuola del trio Tremonti-Brunetta-Gelmini. A quell’epoca sarebbe ancora stato possibile interpretare quella frase come una sollecita esortazione a ritornare sui propri passi rispetto ad una serie di (allora) progetti di affossamento della scuola pubblica italiana. Oggi possiamo ben dire che il futuro ce lo hanno rubato.

Si tratta di una affermazione che non ammette replica. Ce lo hanno rubato nella maniera più brutale e volgare, non solo perché quei progetti sono diventati quasi tutti realtà: con le (contro)riforme di tutti i segmenti dell’istruzione; con il taglio di risorse economiche e culturali, conseguenze di una Finanziaria che già dall’ estate 2008 si annunciava come una scure ai danni dell’istruzione; con la privatizzazione della scuola, prevista nel progetto di legge Aprea; con i provvedimenti dell’acchiappafannulloni Brunetta. Ce lo hanno rubato perché il tutto è avvenuto in un clima di indifferenza generale, in cui – se non fosse per le sacrosante proteste dei precari, che ancora vengono seguite da TV e giornali, fino a che i riflettori dei media decideranno che il fenomeno è decantato e non fa più audience e si appassioneranno ad altre vicende – non un editorialista, non un politico ha ritenuto di dover dedicare un momento di riflessione, ad esempio, al fatto che i regolamenti delle scuole superiori prevedono il taglio del 10% dell’orario. Avete capito bene: il 10%. E’ un’enormità. Si tratta di un colpo alla cultura, alla democrazia, alla emancipazione – che si concretizzerà a partire dal prossimo anno scolastico – e che non significa solo taglio di cattedre (e, di conseguenza, allontanamento dal lavoro di donne e uomini, i famosi precari, appunto, che hanno contribuito in maniera significativa a far crescere la scuola italiana); ma anche taglio di sapere, di conoscenza, di esperienza culturalmente determinata e determinante per i nostri ragazzi. Significa andare a condizionare pesantemente la possibilità che gli studenti italiani alimentino le proprie capacità critico-analitiche. Significa – tra le tante altre cose – concretizzare un’idea di scuola e di cittadinanza che non prevede – che non deve prevedere – l’affinamento e il potenziamento di quelle capacità.

Un evento simile in un Paese realmente democratico e che avesse davvero le parole della nostra Costituzione impresse in modo indelebile nel proprio Dna avrebbe scatenato le reazioni più vibranti. Invece silenzio. Silenzio anche di una buona parte della società e della scuola stessa, che in molti provvedimenti del suddetto trio hanno trovato pane per la propria necessità di certezze, in un periodo di drammatica incertezza: maestro unico, voto numerico, 5 in condotta. Per poter credere che quelli sono i problemi, che quella è la realtà. È rassicurante, perché qualcuno sta lavorando, ha lavorato per risolverli. Creando però intanto una scuola incapace di licenziare cittadini che rivendichino l’esigibilità dei propri diritti e che bevano acriticamente ciò che viene (ironicamente?) chiamata “l’informazione”.

Gli altri, quelli che non ci stanno, quelli che non ci starebbero, sono soli. Orfani di qualsiasi rappresentanza politica, considerando il fatto che la scuola pubblica non costituisce più una priorità nell’agenda di nessuno. Privi di riferimenti, pieni di rabbia, di indignazione, si agitano come vespe sotto un bicchiere, confinati lì in parte dalla schiacciante maggioranza che chi ci governa ha in Parlamento; in parte dal balbettio isolato e imbarazzato di pochi rappresentanti dell’ “opposizione”, impacciati portavoce di una compagine che non ha da tempo un programma convincente sulla scuola pubblica. E che anzi da alcune parti plaude compostamente a certi provvedimenti governativi.

Il futuro ce lo hanno rubato, dunque. Lo hanno rubato al Paese. Lo hanno rubato ai bambini e ai ragazzi che si trovano in una scuola povera, demotivata, sempre più inadeguata a fornire risposte alla complessità e alla diversità del fuori; lo hanno rubato a coloro che oggi nelle piazze rivendicano – purtroppo inutilmente – la propria dimensione professionale e i diritti ad essa conseguenti; lo hanno rubato alle donne e agli uomini di “buona volontà”, che in un questo tempo ingrato e privo di passioni che non siano pulsioni effimere trovano ancora la forza e la voglia di esigere il bene della collettività. Le responsabilità è da ricercare in un generale disinvestimento – prima che economico, culturale – sulla scuola pubblica, anche quello davvero bipartsan. Che ciascuno ha gestito alla sua maniera, partendo dalla propria storia e dalle proprie convinzioni. Ma che è confluito ovunque in un neoliberismo sfrenato, che immobilizzerà in maniera definitiva le differenze di classe. A pagare, come sempre, saranno i “meno”: i meno vecchi; i meno fortunati. Ma, prima di tutto, i meno abbienti: coloro che paradossalmente più degli altri vedevano in una scuola pubblica laica, pluralista, di qualità, la propria principale speranza per il futuro. A loro il futuro è stato scippato violentemente.

Fonte: Antefatto

Approfondimenti video: Non Rubateci il Futuro

11:59 – 21/07/09 – Coord. Precari Scuola vs Aprea/PD: Chiediamo un Tavolo Tecnico…

Ecco cosa rispondono Aprea e opposizione (?)…

Report incontro delegazione Coordinamento Precari Scuola con VII Commissione Cultura a Montecitorio in data 15/07/2009.(In corsivo il commento della delegazione C.P.S.)

Come stanno giocando il governo e il PD contro il Coordinamento Precari Scuola...
Come stanno giocando il governo e il PD contro il Coordinamento Precari Scuola...
La delegazione del Coordinamento Precari Scuola (C.P.S.) – formata da otto portavoce, scelti su base della provenienza geografica, di tutti i coordinamenti di precari promotori del sit-in davanti Montecitorio del 15 luglio – ha incontrato, mentre l’iniziativa di protesta era i corso, i rappresentanti della VII Commissione Cultura, nelle persone della Presidente On. Valentina Aprea, e di quattro esponenti del PD, Coscia, LaTorre, Ghizzoni, Siragusa.

La delegazione ha portato a conoscenza della Presidente i tre punti programmatici del sit-in di protesta, indetto dal Coordinamento Precari Scuola, organismo nazionale auto-organizzato dei precari della scuola, autonomo da partiti e sindacati:

1. No ai tagli, previsti dalla Legge 133;
2. No al PDL Aprea;
3. Assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari su tutti i posti vacanti e disponibili in organico di diritto e di fatto.

La delegazione ha inoltre richiesto che la Presidente e i rappresentanti dell’opposizione si facciano portavoce presso il Governo della richiesta del Coordinamento Precari Scuola di aprire un Tavolo tecnico al fine di definire insieme ai rappresentanti dei precari un piano che arrivi, nel più breve tempo possibile, a realizzare il terzo punto programmatico.

La prima preoccupazione dell’On. Aprea è stata quella di lamentarsi con la delegazione dei presunti slogan lanciati durante il sit-in, offensivi verso la sua persona. Averle fatto presente che vivere da anni in una condizione di precarietà e rischiare a breve di non lavorare più, può giustificare un certo grado di esasperazione e di rabbia non sembra aver lenito la suscettibilità dell’Onorevole.

A seguire l’Aprea ha annunciato che il progetto di legge che porta il suo nome è in corso di modifica (probabilmente nella parte riguardante la possibilità per le scuole pubbliche di trasformarsi in fondazione) ma ne ha difeso l’impianto complessivo, sostenendo che esso ha lo scopo di trasformare, per ragioni di maggiore efficienza e qualità, il sistema di reclutamento delle future generazioni di insegnanti senza tuttavia toccare i diritti acquisiti dagli insegnanti attuali. Di conseguenza l’On. Aprea ha riferito alla delegazione di “aver proposto la non cancellazione delle attuali graduatorie provinciali” e di volersi impegnare per la “stabilizzazione(ha parlato di stabilizzazione e non di assunzione) dei precari della scuola, sia abilitati, sia i non abilitati con vari anni di servizio. Alla nostra domanda su come questo “impegno” si possa conciliare con il piano di tagli predisposto da Gelmini/Tremonti ha risposto che quella è una questione che riguarda il Governo e non lei che è “solo una parlamentare” e che quindi non ha competenze a decidere. Viene spontaneo supporre che anche la sua proposta di “non cancellazione delle graduatorie”, in quanto proposta da “una semplice parlamentare”, rischia di non essere presa in considerazione dal governo. L’Onorevole, incalzata dalla delegazione, non ha dato per altro risposta su tempi e modi in cui intenderebbe concretizzare il suo “impegno per la stabilizzazione”, né ha dato una disponibilità personale sulla nostra richiesta di Tavolo tecnico. Il tempo concesso dall’Onorevole Valentina Aprea alla delegazione è stato molto breve e dopo pochi minuti si è accomiatata “per altri impegni urgenti”.

L’incontro è quindi continuato con le sole Onorevoli rappresentanti del PD, senza più la presenza di alcun rappresentante della maggioranza della VII Commissione Cultura. Le rappresentanti dell’opposizione hanno riferito che, in questo stesso giorno, nell’aula dei Deputati era in corso una votazione su alcune mozioni, presentate dal Partito Democratico proprio sul tema scuola e dai contenuti più favorevoli alle rivendicazioni del Coordinamento, mozioni tutte respinte dal governo, in particolare la richiesta di ripristino delle risorse finanziarie tagliate.

Le rappresentanti del PD si sono anch’esse lamentate per la leggera contestazione fatta dai precari in piazza all’ex Ministro dell’Istruzione del governo Prodi, Fioroni; esse hanno difeso l’operato del precedente governo di centro-sinistra sulla scuola e in particolare dell’ex ministro sostenendo che questi aveva in carica predisposto delle assunzioni poi fermate dal successivo governo di centro-destra e liquidando con un perentorio “sono favole” le consuete critiche, molto facili per altro da sostenere con prove documentate, al Fioroni-ministro per il suo piano di tagli al personale (anche se più modesto di quello della Gelmini) e la sua proposta, molto simile a quella avanzata oggi dall’On. Aprea, di permettere alle scuole pubbliche di trasformarsi in fondazioni. Che inconsciamente le Onorevoli del PD rimproverino soprattutto ai precari di avere buona memoria?

Le rappresentanti hanno ribadito la piena adesione del Partito Democratico ai tre punti programmatici del sit-in (a cui il Partito ha per altro aderito) salvo sostenere, in linea con le giustificazioni dello stesso governo, che “non ci sono i soldi per le assunzioni” [On. La Torre (?)]. Hanno denunciato l’assoluta chiusura del governo a qualsiasi trattativa e “apertura” alle proposte dell’opposizione sulla scuola e che nel Parlamento non ci sia più alcuno spazio per la discussione sui provvedimenti licenziati dal governo visto che questi li blinda quasi tutti con l’arma della “fiducia”. Anche sull’ultima uscita del governo sul “contratto di disponibilità” per gli insegnanti “tagliati” non c’è, secondo le rappresentanti, in realtà ancora nessuna proposta ufficiale, nulla di scritto. Hanno lamentato anche la scarsa partecipazione/mobilitazione degli ultimi mesi dei precari della scuola.

Il tono generale dell’intervento delle rappresentanti del PD è stato un po’ quello dello scarica-barile, pur se alcuni punti sono condivisibili: sul governo che non dialoga, sulla stampa controllata e che non dà spazio neanche al principale partito d’opposizione (persino il quotidiano “La Repubblica”, da sempre filo-centrosinistra, si sarebbe rifiutato di pubblicare un loro articolo sulla scuola), sulle altre opposizioni parlamentari dalla doppia faccia che in piazza appoggiano una cosa e in aula votano l’esatto contrario (riferimento a Di Pietro e l’Italia dei Valori, altro partito che ha dato la propria adesione al sit-in), sui sindacati che non fanno il loro dovere (“a chi lo dice!”) e trattano informalmente con il governo sui famigerati contratti di disponibilità; fino al più clamoroso degli scarica-barile: sui precari stessi che non si “mobiliterebbero abbastanza” per convincere/motivare/giustificare il PD verso un’azione più decisa in difesa dei loro interessi. (“voi precari dovete protestare di più, solo in quel caso noi potremo muoverci e fare qualcosa”). Può il principale partito dell’opposizione avere come unica strategia di azione sulla scuola quella di trovarsi degli alibi al proprio immobilismo?

Anche le rappresentanti del PD si sono mantenute fredde sulla nostra richiesta di Tavolo tecnico, adducendo che “non sarebbe possibile per legge”.

L’incontro tra la delegazione del Coordinamento Precari Scuola e i rappresentanti della VII Commissione Cultura si è concluso dopo circa due ore di colloquio.

Il Coordinamento Precari Scuola

18:37 – 13/07/09 – Tagli alle superiori: 3.643 docenti in esubero e oltre 6.000 precari licenziati

Dal riepilogo dell’organico della scuola secondaria di secondo grado dopo i dopo i trasferimenti pubblicati il 26 giugno, è possibile ricavare immediatamente l’effetto dei tagli voluti da Gelmini e Tremonti: oltre 3600 professori di ruolo non trovano posto nelle scuole della loro provincia e quindi sono dichiarati soprannumerari.

Inoltre in molti casi per rientrare nei tagli imposti, sono state costituite cattedre in organico di diritto illegittimamente a più di 18 ore in aperta violazione del Ccnl.

Il dato conferma quanto avevamo sostenuto, malgrado i tentativi di rassicurazione del Ministro: ci sarà meno scuola, ma anche meno docenti, sia di ruolo che precari.

Questa situazione di esubero, infatti, si aggiungerà alla riduzione dei posti determinando il licenziamento, solo per i docenti della scuola secondaria di secondo grado, di oltre 6.000 lavoratori precari per i quali il Ministero, dopo alcuni annunci propagandistici, non ha ancora fornito risposte concrete.

Dopo i dati della primaria, questo è un altro effetto tangibile dei tagli al quale si aggiungeranno a breve quelli per secondaria di primo grado e per il personale ATA oltre agli ulteriori tagli previsti in organico fatto.

Di fronte a questa intollerabile situazione la FLC Cgil prosegue nelle sue iniziative di contrasto alla politica di tagli e di smantellamento della scuola pubblica e sarà in piazza Montecitorio il 15 luglio per sostenere le rivendicazioni e i diritti dei lavoratori precari della scuola.

Roma, 13 luglio 2009

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