08:00 – 17/10/09 – Cambiano gli Indirizzi Scolastici: si torna al passato…

La scure della “riforma Gelmini” intende tagliare 131.900 teste nel prossimo triennio, tra bidelli, docenti e personale di segreteria, secondo il programma fissato dal Ministero dell’Economia a giugno dello scorso anno (DL 112/08). Già allora, quando non c’era alcun segnale di crisi economica, si era deciso di destinare “la torta” di 8 miliardi di euro sottratti alla scuola ad altri scopi: offrire un’Alitalia senza debiti ai soci CAI, comprare nuovi cacciabombardieri, o per finanziare un ambizioso ponte che non vedrà mai la luce. Scuole elementari, “medie” e superiori sono state chiamate ad offrire il proprio terzo di “torta”,suddivisa in parti pressoché uguali. È chiaro che il governo intende raggiungere l’obiettivo di fare cassa a spese dell’istruzione pubblica lontano dai riflettori, o fingendo di perseguire altro. A questo scopo, in particolare la “Riforma delle superiori”, prevede una realizzazione in tre tempi: un oggi, un domani (in vigore dal settembre 2009) e un dopodomani (dal 2010).

Proviamo ad analizzare i tre tempi.

1. OGGI. Si approva e si rende operativo con effetti immediati la parte di manovra che si vuole pubblicamente visibile: una operazione di facciata che si può definire “per una scuola seria”, ottima dal punto propagandistico perché, posta in questi termini, non può che essere unanimemente condivisibile, malgrado sia a costo zero. Si afferma con grande enfasi che si vuole premiare il merito, anche se dietro la facciata non c’è assolutamente nulla, perché non si vede quali leggi e quali articoli ne parlano, ossia come, dove e il merito di chi. Un obiettivo tanto più paradossale se si pensa che tanto più alte sono le invocazioni al merito quanto minori sono i meriti di chi invoca…

Si afferma ancora che si intende promuovere una scuola più severa e in questo caso si dà sostanza all’affermazione approvando, ad esempio, le nuove norme sull’ammissione all’Esame di Stato del prossimo 25 giugno. Ad inizio anno vigevano le norme stabilite dal precedente ministro (DM 42 del 22/5/2007), poi, il 13 marzo, il Consiglio dei ministri stabilisce che, per l’ammissione, è necessario almeno il 6 in condotta ed in tutte le materie, in ultimo, l’8 aprile, il ministro ci ripensa ed emette la circolare n.40: è ammesso all’esame di Stato chi ottiene la media del 6!

L’ansia di apparire efficienti e inflessibili, cambiando continuamente le norme ad anno scolastico in corso, aumenta forse la popolarità dei “giustizieri”, ma genera grande confusione non solo tra studenti e docenti, ma anche tra gli stessi dirigenti, costretti a recepire circolari ogni giorno diverse.

La tanto propagandata campagna per la bocciatura con il 5 in condotta è, da questo punto di vista, ancora più “esemplare”. Viene sbandierata con grande clamore, viene approvata con la legge 169 del 30/10/2008 e se ne specificano i contenuti con il DM 5 del 16/1/2009. Qui si spiega che il 5 in condotta “deve scaturire […] esclusivamente in presenza di comportamenti di particolare gravità […] che comportino l’allontanamento temporaneo dello studente dalla scuola per periodi superiori a 15 giorni”. Lo schema di regolamento approvato il 13/03/2009, però, stabilisce che il 5 in condotta si applica anche nei casi di mancanze ai seguenti doveri: “…frequentare regolarmente i corsi e assolvere assiduamente agli impegni di studio …avere nei confronti del personale tutto della scuola e dei compagni lo stesso rispetto, anche formale, che si chiede per se stessi …utilizzare correttamente le strutture, i macchinari e i sussidi didattici e non arrecare danni al patrimonio della scuola…” insomma la casistica diventa vastissima e, di pari passo, diventa enorme il potere discrezionale dei docenti. Non a caso la norma ha trovato buoni difensori all’interno delle scuole, tra quei docenti che hanno visto negli ultimi anni venir meno la propria autorevolezza. Molti sembrano trascurare che l’inasprimento degli strumenti repressivi non è di per sé garanzia nell’ottenimento di una maggiore “disciplina”. Una norma cambiata ad anno in corso, inoltre, offrirà il fianco ai ricorsi dei genitori che riterranno i propri figli ingiustamente danneggiati, con ottime possibilità di successo, se potranno permettersi le spese legali.

A questo si aggiunga pure che modelli scolastici come quello anglosassone, che da anni si distingue per una maggiore severità, non sembra ottenere migliori successi in fatto di rispetto delle regole e delle persone da parte degli studenti. I “nostri ragazzi” saranno forse meno bravi dei loro coetanei d’oltralpe nel mettere crocette su un questionario prestampato, ma mai ad oggi sono entrati in una scuola con un fucile, sono significativamente meno inclini al suicidio e raramente aggrediscono i loro docenti con pugni o armi. Se realmente si vuole un maggior rispetto, inoltre, meglio farebbero i docenti a pretenderlo dai mezzi di informazione e dagli stessi ministri, perché le dicerie sui professori ignoranti e scansafatiche sono state negli ultimi anni artatamente calato dall’alto, erodendone “il prestigio”.

Sull’oggi vale la pena di aggiungere che molte scuole sono in forte “sofferenza economica” perché costrette ad anticipare le somme per il pagamento dell’ordinaria amministrazione, delle visite fiscali rese obbligatorie anche per un solo giorno d’assenza e delle supplenze. Questi Istituti vedono crescere a dismisura il credito vantato nei confronti di uno Stato che da mesi non eroga quanto dovuto e hanno dovuto rinunciare a corsi di recupero per studenti in difficoltà, risparmiare sulla carta igienica e lasciare “scoperte” le classi con docenti in malattia.

2. DOMANI. Se ne parla poco o niente, ma le bozze di regolamento divenute legge il 27 febbraio contengono un taglio del personale scolastico delle “superiori” nell’ordine delle diverse migliaia già a partire dal settembre 2009. Si tratta di quel terzo di “non docenti” (personale ATA) che “salterà” già dal prossimo anno (circa un terzo di 15.167) al quale si aggiungono più di 11.000 docenti. Questi saranno tagliati principalmente per effetto di due misure: la riconduzione delle cattedre a 18 ore e l’innalzamento del rapporto alunni/classe. La prima delle due misure equivale a far sì che nessun docente abbia “ore a disposizione”, secondo alcuni utilizzate sino ad oggi per fare shopping o per far pascolare il chihuahua. In realtà queste ore, molto rare e presenti solo in alcune discipline, vengono utilizzate, ad esempio, per coprire le “assenze brevi”, per l’alternativa all’insegnamento della religione o per progetti di recupero e potenziamento. Eliminare queste ore cancellerà uno spazio di flessibilità rivelatosi prezioso per rimodellare l’offerta formativa sulla base di mutevoli esigenze.

L’aumento del rapporto alunni/classe, poi, promette di avere effetti ancora più gravi per il futuro delle scuole superiori. Le “norme per la riorganizzazione della rete scolastica”, in vigore dal 27/2/2009, prevedono infatti un numero minimo per la costituzione delle classi prime pari a 27 alunni e un massimo di 30, con una possibile oscillazione del 10%. Ciò equivale a dire che dal prossimo anno dovranno esserci dai 25 ai 33 alunni per classe, con conseguenze immaginabili sulla didattica, perché chiunque abbia provato ad insegnare sa che non è possibile svolgere una lezione decente in una classe affollata. Mai come in questo caso si rilevano i danni enormi che, per i ragazzi e la loro formazione, può produrre una “riforma” pensata e scritta da persone che mai si sono avvicinate ad una cattedra.

A questo si aggiunga che un’aula gremita è un’aula potenzialmente pericolosa. Il Ministero lo sa, per cui ha promesso di emanare un elenco delle scuole che, per carenze strutturali, potranno conservare i parametri preesistenti. Questo elenco, però, tarda ad arrivare, perché nessuna o quasi delle nostre scuole può garantire la sicurezza con classi di 27 o 33 alunni. Non a caso negli anni una serie di norme hanno cercato di fissare criteri che non dovrebbero essere ignorati, per affrontare possibili incendi e calamità naturali. In particolare il punto 5 del decreto 26/8/1992 del Ministero dell’Interno: “Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica”, pone un limite massimo di 26 persone (25 alunni) per classe. Il D.M. 18/12/1975 indica inoltre “gli spazi minimi vitali per garantire la funzionalità dei locali scolastici”, pari a 1,96mq per alunno. Non è un caso se molti moderni edifici scolastici hanno aule di 52mq, perché contengano non oltre le 26 persone. Le leggi richiamate sono ancora vigenti e ad esse si aggiunge oggi il DLGS 81 del 2008″ DLgs 81/08 (TU della sicurezza sul lavoro) che definisce la scuola “luogo privilegiato per promuovere la cultura della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”. In questo luogo “privilegiato” si vogliono inscatolare un numero tale di alunni che già il minimo (27) è superiore al massimo consentito dalle norme anti-incendio. È prevedibile che, qualora domani si verificasse una disgrazia in un’aula sovraffollata, i nostri ministri, dimentichi del calcolo criminale fatto oggi, incolperanno l’onnipresente fatalità o quei presidi ai quali si chiede oggi di mettere da parte ogni residuo di dignità e di essere fedeli esecutori di ordini: affollando aule, sperimentando riforme a scatola chiusa o denunciando clandestini!

3. DOPODOMANI. Le classi prime che si costituiranno nel settembre 2010 dovranno fare i conti con la “revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei Licei” e “degli Istituti tecnici”. Essi hanno in comune il notevole taglio al monte ore settimanale e costituiscono la parte “strutturale della riforma”, quella si propone di modificare scopi e contenuti didattici dei nostri Istituti superiori. Si disegnano due canali ben distinti e separati, con 6 indirizzi liceali sempre meno professionalizzanti (pensati per chi dovrà iscriversi all’università) e 11 istituti tecnici più poveri di contenuti culturali e sempre più legati al mondo delle aziende (che farà il suo ingresso “paritetico” negli organismi decisionali). Si cancellano tutte le sperimentazioni e tutti quegli indirizzi, come il liceo scientifico-tecnologico, che potevano costituire “un ponte” tra i due canali.

Di pari passo si intende far viaggiare la regionalizzazione dell’Istruzione e Formazione professionale e in tal senso appare indicativo il protocollo d’intesa firmato da Gelmini e Formigoni il 16 marzo 2009.

Si discute in Parlamento poi la “Proposta di legge Aprea” n. 953, che intende trasformare le nostre scuole in fondazioni (Art.2) con partner pubblici e privati. Queste saranno strutturate secondo un rigido modello piramidale (Art.3) con il dirigente al vertice e, più in basso, il suo vice, il “Consiglio di amministrazione” che sostituisce quello di Istituto (Art.5 e 6) e il Collegio dei docenti. Tra questi verrà stabilita una gerarchia (art.17) con docenti “esperti” (quei baroni che, lungi dall’essere cancellati dalle università, vengono proposti anche alle superiori), docenti “ordinari” e, buoni ultimi, quelli “iniziali”, sottopagati e continuamente ricattabili, perché soggetti a controlli periodici, come la caldaia.

Tutti gli importanti e articolati programmi per il “dopodomani” meriterebbero però uno specifico approfondimento, perché non si limitano a perseguire l’obiettivo del risparmio di cassa, ma intendono evidentemente modificare volto e sostanza delle nostre scuole superiori. È quantomeno anomalo che tali svolte “epocali” vangano concepite in segreto e maturino in assenza di un dialogo con le parti direttamente coinvolte, quelli che in classe entrano ogni giorno: gli studenti e i loro docenti.

Studenti, genitori e lavoratori della scuola, il governo e le finte opposizioni ci costringono oggi ad una scelta: difendere il futuro della scuola statale o stare alla finestra in attesa che la smantellino!

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14:10 – 15/10/09 – Manifesto dei Docenti Italiani

Manifesto delle Docenti e dei Docenti Italiani
Manifesto delle Docenti e dei Docenti Italiani

Con preoccupazione ed allarme noi docenti intendiamo denunciare il pesante attacco in corso contro l'istruzione pubblica che avrà come inevitabile risultato quello di compromettere ancor di più il futuro delle nuove generazioni e dell'intera società italiana.

Preoccupazione ed allarme perché la Scuola Pubblica viene soffocata economicamente da anni di tagli ai finanziamenti, da parte di uno Stato che riduce le risorse alle scuole per il normale funzionamento e rifiuta di rimborsare i miliardi di euro di crediti maturati dalle scuole italiane negli anni scorsi.

Preoccupazione ed allarme perché la Scuola Pubblica viene smantellata con i tagli all'organico. Ridurre il numero dei docenti e delle docenti vuol dire produrre il sovraffollamento nelle classi, dequalificare la didattica, aumentando invece la condizione di precarietà lavorativa che incide negativamente sulla continuità e progettualità didattica.

Preoccupazione ed allarme, perché si fa sempre più concreto un progetto di incentivi e finanziamenti alla scuola privata, sottratti ad una scuola pubblica sempre più abbandonata a se stessa.
Respingiamo la persistente campagna denigratoria contro il corpo docente e contro la scuola pubblica.
Al contrario è evidente che essa, ormai da anni, resta ancora in piedi solo grazie all'impegno volontario di molti/e insegnanti e famiglie.

Accusiamo questa classe dirigente di scaricare sulla scuola pubblica la situazione di declino economico, sociale e culturale della società nella quale loro per primi ci hanno condotto; non è certo colpa delle/dei docenti e se questa società non riesce a garantire lavoro, mobilità sociale, utilizzo adeguato delle forze produttive, e se i lavori intellettualmente più qualificati sono resi precari o sottopagati obbligando migliaia di eccellenze ogni anno ad emigrare all'estero.

Accusiamo questa classe dirigente della responsabilità e degli effetti di trent'anni di videocrazia e di sospetta strategia di distrazione di massa, che si è tradotta per la cittadinanza in un allontanamento crescente dalle tematiche sociali, in disinformazione diffusa, in cancellazione della memoria recente, in superficialità delle conoscenze, in proposizione di modelli privi di qualsiasi spessore culturale.  È chi lavora nella scuola che ha subito e subisce gli effetti di questo degrado e che continua ad essere lasciato sola/o nella difesa di una dimensione culturale della persona e della vita. Ci accusano di non insegnare ai/alle giovani la Storia moderna, ma chi l'ha pervicacemente ridimensionata o addirittura eliminata dai curricoli? Chi l'ha eliminata dai programmi della Scuola Primaria insieme alla Geografia europea e mondiale, e allo studio di Darwin in Scienze? Chi vuole introdurre il dialetto a scuola mentre toglie le/i docenti specialisti di inglese nella primaria e taglia i fondi per l'insegnamento di altre lingue straniere?

Accusiamo questa classe dirigente di disinformare la popolazione riguardo la scuola pubblica con continue bugie che vengono insistentemente sostenute dai Ministri: in particolare ricordiamo che la spesa statale per l'istruzione pubblica in Italia è tra le più basse dell'OCSE, che la scuola pubblica italiana gode del maggior consenso delle famiglie in Europa, che a fronte della scuola privata italiana, classificata tra le peggiori al mondo, i risultati in diversi ordini della Scuola Pubblica sono stati tra i migliori al mondo, nonostante questa classe dirigente abbia fatto del suo peggio per indebolirla. Non è vero nemmeno che le bocciature sono aumentate, anzi sono invece diminuite: i docenti si sono rifiutati di essere esecutori acritici degli orientamenti ministeriali.

NOI DOCENTI DA PARTE NOSTRA:

Ribadiamo con ancora più forza il nostro impegno a sviluppare nei/nelle giovani le capacità logiche, di ragionamento e approfondimento e a favorire un pensiero critico e scientifico, la creatività e l'immaginazione contro ogni omologazione, conformismo, pregiudizio, luogo comune, rifiutando di ridurre l'intelligenza ad un dato banale misurabile con test o quiz.

Ribadiamo la volontà di continuare la tradizione egualitaria della scuola pubblica italiana, favorendo lo spirito di cooperazione e di solidarietà e, come prescritto nella Costituzione, prestando particolare attenzione verso chi incontra più difficoltà, contro ogni apparente meritocrazia basata in realtà sulle crescenti disuguaglianze sociali.

Ribadiamo l'importanza della relazione professionale ed umana tra docenti e studenti, l'importanza di rafforzare le motivazioni allo studio ed alle conoscenze e di stimolare la curiosità culturale.

Ribadiamo l'importanza di contrastare la grave dispersione scolastica italiana e di dare a ciascun allievo/a la possibilità di sviluppare le proprie capacità, valutandone i progressi rispetto le condizioni di partenza.

Ci rifiutiamo infine di ridurre il ruolo docente a quello di semplice funzionario-controllore dei comportamenti giovanili e del consenso sociale, in un contesto che genera sempre più emarginazione e che non è più in grado di garantire un futuro professionale nemmeno ai/alle più meritevoli.
Meglio invece sarebbe se cominciassero a pagare gli ingenti debiti contratti con le scuole, stabilizzassero gli organici, destinassero più fondi alla Scuola Pubblica e più risorse per eliminare la dispersione scolastica, invece che dirottarli a Banchieri ed Industriali, a guerre ed armamenti.

Portalo nella tua scuola, parlane con i colleghi, raccogli le firme!

14:15 – 14/10/09 – L'Italietta delle Lauree Facili…

Che bella questa nostra Nazione o Patria, come piace chiamarla a qualcuno, che nulla investe sulle eccellenze e sui giovani, che taglia i soldi alla scuola pubblica a favore della privata, che non si cura di dare un futuro alla ricerca scientifica e tecnologica e, piuttosto che farlo premiando chi fa ricerca, preferisce favorire chi è legato a centri di potere, facendo sì che i giovani migliori, vadano ad arricchire, con le loro conoscenze, altri Paesi che, al contrario di noi, aprono le porte alla conoscenza ed all’eccellenza e la cui scelta si rivela vincente in termini di sviluppo e civiltà.E dunque qual’è la notizia? Nientemeno che l’Università Partenope di Napoli, ha stipulato un accordo con la UIL perché i suoi iscritti abbiano la possibilità di ottenere fino a 60 crediti per il conseguimento della Laurea triennale in Giurisprudenza. La notizia l’ho presa dal Forum della CGIL Beni Culturali, che a sua volta porta quale fonte l’articolo sul Corriere della Sera del 12 Ottobre, a firma di Sergio Rizzo, cioè di uno che non si astiene dal denunciare situazioni paradossali e scandalose legate al potere.Il coinvolgimento quale attore protagonista della UIL, chiarisce degli orientamenti politici di quest’ultima, poco incllini al dissenso e molto proni al potere che, riconoscendole il ruolo di cortigiana, ha istituito un patto ed una linea preferenziale che di fatto esclude invece la CGIL, alla fine unico sindacato che ancora difende gli interessi dei lavoratori.

La notizia che segue fa apparire superato pure il CEPU e non l’ha pubblicata un pinco-pallino qualsiasi, bensì Sergio Rizzo, il famoso co-autore con Gian Antonio Stella del libro “La Casta”.
DAL “CORRIERE DELLA SERA.IT” DEL 12 OTTOBRE 2009

I VERTICI DEL SINDACATO REGIONALE VALUTANO CHI HA DIRITTO ALLO «SCONTO»
L’università che «regala» un anno agli iscritti della UIL.
Sessanta crediti per il triennio in legge alla Parthenope.

di Sergio Rizzo

ROMA — «Non c’è proprio niente di strano». Questo il commento del professor Federico Alvino quando, due anni fa, saltò fuori che nell’università con il record di docenti imparentati, la Parthenope di Napoli, anche lui, preside di giurisprudenza, poteva vantare una parentela coi fiocchi. Sua moglie Marilù Ferrara è infatti la figlia di Gennaro Ferrara, ininterrottamente da oltre un ventennio rettore dell’ateneo. Una parentela, inoltre, dalle spiccate venature politiche. Alvino è consigliere comunale di Napoli, capogruppo dell’Udc. Invece il suocero è vicepresidente della giunta provinciale. Deleghe: politiche scolastiche e diritto allo studio.

Proprio niente di strano, per come funziona l’università italiana. Che dire allora dell’ultima perla di cui si può fregiare il trentasettenne Alvino, uno dei presidi più giovani d’Italia? Qualche settimana fa la Parthenope ha firmato con la Uil della Campania una convenzione che consentirà a chi ha in tasca la tessera del sindacato guidato da Luigi Angeletti di vedersi riconoscere fino a 60 crediti per il corso di laurea triennale in giurisprudenza. Uno sconto, secco, di un anno su tre.
Come ottenerlo? Sentite che cosa dice la convenzione: «In considerazione delle conoscenze e delle abilità che i lavoratori iscritti alla Uil potranno certificare in ragione delle funzioni e delle mansioni a loro attribuite verranno riconosciuti 60 crediti al personale impegnato in attività di tipo tecnico, gestionale o direttivo…50 crediti al personale impiegato in attività caratterizzato da conoscenze mono specialistiche…» . Ma sapete chi stabilisce i requisiti per avere diritto allo sconto? Ecco l’articolo 2 della convenzione: «La Uil segreteria regionale della Campania si impegna a collaborare con l’Università nell’individuazione dei requisiti nella fase istruttoria delle richieste degli iscritti». Cioè la decisione viene presa insieme al sindacato. E se un iscritto alla Uil ha magari già fatto qualche esame in quella università e vuole vederselo riconosciuto? Stropicciatevi gli occhi: «Il riconoscimento degli esami stessi — ha scritto Luciano Nazzaro della Uil Campania ai suoi colleghi — sarà curato dalla stessa Uil».

Ma per quanto possa sembrare inverosimile, convenzioni come quella appena stipulata dall’ateneo delle «dieci famiglie », come la definì nel giugno 2007 un articolo di Repubblica , nelle università italiane non sono affatto rare. Quando alla fine degli anni Novanta con la riforma voluta dal centrosinistra vennero istituite le lauree triennali, si decise di riconoscere crediti formativi accumulati con l’esperienza lavorativa. C’era una disposizione europea. Ma in Italia l’opportunità diventò ben presto occasione per i furbi. Da lì al malcostume vero e proprio il passo fu breve. E il malcostume dilagò. Si arrivò a regalare i pezzi di carta: c’erano convenzioni che consentivano di vedersi abbuonare anche tutti i crediti formativi del corso di laurea. Bastava discutere la tesi. E in qualche caso neanche quello.

Naturalmente dietro pagamento di rette profumate. A che cosa servivano le lauree prese in questo modo? Prevalentemente a passare di grado nella pubblica amministrazione. Da impiegato a funzionario, da sottufficiale a ufficiale, da pizzardone a graduato.
Con relativo incremento di stipendio. Quando Fabio Mussi, tre anni fa, arrivò al ministero dell’Università, trovò questo sfacelo e stabilì il limite tassativo di 60 crediti (che sono pur sempre un anno di studio), cercando pure di introdurre criteri rigorosi per concederli. Ma evitare che lo sconto tocchi anche a somari con il solo merito di avere un tesserino nel portafoglio si è in seguito rivelato pressoché impossibile. Il giro di vite ha appena intaccato l’andazzo. Chi si stupisce che due anni dopo la direttiva Mussi una università statale come la Parthenope di Napoli forse non sa che a metà 2007  l’Università statale di Messina ha fatto una convenzione simile con la Cisl: anche in quel caso 60 crediti. Bastava avere un diploma di scuola media superiore e un posto di lavoro alla regione, o in una Asl, oppure in un altro ente pubblico. Ma soprattutto essere iscritti al sindacato di Raffaele Bonanni, dettaglio essenziale per accedere direttamente al secondo anno di Scienze politiche, giurisprudenza, statistica, economia. Ma è niente in confronto alle convenzioni che hanno firmato alcune università private «telematiche». Convenzioni con la Uil Poteri locali, la Ugl enti pubblici, la Rsu della Provincia di Agrigento, l’associazione romana vigili urbani, l’associazione dipendenti del ministero dell’Interno, il centro formazione professionale Enti padri Trinitari… Davvero niente di strano?

Fonte: AncheIoCiSono

17:48 – 12/10/09 – Uno Sguardo sull'Educazione 2009

Uno Sguardo sullEducazione 2009
Uno Sguardo sull'Educazione 2009

Come accade ogni anno, la pubblicazione del rapporto dell’OCSE “Uno Sguardo sull'Educazione 2009” desta attenzione soprattutto per i dati statistici ivi contenuti e l’inevitabile graduatoria dei paesi virtuosi e di quelli da mettere dietro la lavagna. Ben più raramente l’attenzione si sofferma sulle indicazioni e i suggerimenti che l’OCSE offre sulla base dell’analisi dei dati raccolti. Vale, invece, la pena di soffermarsi su questi aspetti per la loro, non sempre positiva, influenza sulle politiche educative di vari paesi.

Livelli educativi e benefici economici

Innanzitutto anche l’edizione del 2009 conferma il legame virtuoso tra alti livelli d’istruzione e benefici individuali, soprattutto in termini salariali e della maggiore richiesta del mercato del lavoro. Un’affermazione, la cui validità andrebbe, però, attualmente verificata, perché i dati si fermano al 2007, quindi al periodo precedente il tracollo della finanziaria mondiale e la crisi economica. Inoltre, come d’abitudine, l’OCSE evidenzia una visione ristretta del valore dell’educazione, limitata ai benefici per i singoli (di genere maschile) e non per la società nel suo complesso. Un aspetto, quello dei benefici educazione/livelli salariali, di cui, però, non sembrano beneficiare granché gli insegnanti. Secondo i dati elaborati poco tempo fa dall’Internazionale dell’Educazione, in numerosi paesi – soprattutto nell’Europa Centrale e dell’Est- sono stati operati tagli ai salari dei docenti, con situazioni drammatiche come quelle della Lettonia dove i docenti hanno subito una decurtazione dei salari fino al 50%.

La ricerca conferma anche le maggiori difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro per le persone scarsamente qualificate: il 42% delle persone dei paesi membri dell’OCSE con un livello educativo inferiore alla scuola secondaria superiore sono disoccupati e quelli che perdono il lavoro hanno una probabilità molto più alta di rimanere disoccupati per lungo tempo. Di conseguenza il rapporto sollecita un’ulteriore espansione dell’accesso all’istruzione superiore e un incremento a livello globale dei laureati. Ancora una volta, però, l’OCSE compila una mera classifica dei paesi, presentandoli nelle loro posizione relative, senza considerare che cosa c’è alle spalle di tali esiti: per esempio, la scelta d’investire risorse per garantire l’accesso all’istruzione superiore per tutti, a prescindere dal background socio economico. Infine, il rapporto invita a equilibrare maggiormente il rapporto fondi pubblici e privati nel settore educativo, con grave rischio, nei casi in cui si chiede di ridurre i fondi pubblici a favore di quelli privati, di aumentare gli aspetti di commercializzazione e di privatizzazione dell’università e della ricerca.

La mancanza di uguaglianza delle opportunità nell’educazione e formazione continua

Il rapporto conferma – ancora una volta – che i programmi di educazione e formazione continua difficilmente raggiungono le persone con qualifiche e livelli di studio bassi, mentre continuano ad aumentare le opportunità formative per chi ha fatto studi medio-alti. Inoltre, i dati di partecipazione sono ancora bassi: meno del 6% della popolazione tra 30-39 anni dei paesi OCSE. Dati ancora inferiori per quanto riguarda la popolazione quarantenne. “Uno sguardo sull’educazione” assegna una particolare attenzione alla formazione sul lavoro, invitando i paesi membri a migliorare i sistemi di apprendimento permanente, rendendoli più adeguati ai bisogni dei lavoratori adulti con basse qualifiche.

L’influenza dei fattori socio-economico sul successo scolastico

Nell’analizzare i fattori che stanno alla base del successo tra i paesi con i migliori esiti nell’indagine Pisa 2006, l’OCSE ammette che il background socio-economico è un fattore cruciale In tutti i paesi i cui dati sono confrontabili, gli studenti che hanno gli esiti più alti vengono da famiglie con un buon retroterra socio-economico. Il peso della situazione socio economico sul successo scolastico varia, inoltre, da paese a paese. Il rapporto afferma che esistono delle lezioni da apprendere dai paesi che riescono a coniugare qualità ed equità (Austria, Finlandia, Giappone, Hong Kong), senza però dare ulteriori informazioni.

La partecipazione all’educazione della prima infanzia

Il rapporto sottolinea l’espansione significativa dell’educazione della prima infanzia: dal 41% di bambini di 3/ 4 anni iscritti in istituti educativi nel 1996 si è passati al 71% del 2007… Si tratta, a parere dell’OCSE, di un elemento importante per garantire il successo scolastico, che però richiede, educatori ben formati in grado di rispondere all’aumento delle iscrizioni, ma anche alla qualità del servizio prestato.

I livelli educativi favoriscono la salute ed altri elementi sociali

Per la prima volta “Uno sguardo sull’educazione 2009” indaga sull’impatto dei livelli educativi su fattori quali la salute, l’interesse verso la politica e la fiducia tra le persone., dimostrando una stretta relazione tra elevati livelli d’istruzione e la salute, nonché maggior fiducia in se stessi e nell’ambiente in cui si vive. In pratica, l’educazione, come già dimostrato da altre ricerche a livello internazionale, si rivela un fattore dirimente per più vasti benefici non solo a livello individuale, ma anche sociale ed economico.

Occorre controllare la spesa pubblica e delle famiglie per l’educazione

Malgrado i benefici a tutti i livelli di una buona educazione, l’OCSE manifesta, ancora una volta, tutte le sue preoccupazioni per l’eccessiva spesa pubblica destinata all’educazione. I paesi dell’OCSE spendono in media il 6,1% del PIL in educazione, il 13.3% della spesa pubblica totale. Il rapporto evidenzia che la spesa per studente della scuola primaria e secondaria è cresciuta del 35% dal 1995 al 2006 (un periodo di relativa stabilità del numero degli studenti), mentre nell’istruzione superiore l’aumento dal 2000 al 2006 è stato di soli 11 punti in percentuale e in un terzo dei paesi dell’OECD è addirittura diminuita, malgrado l’aumento delle iscrizioni. A parere dei ricercatori, i maggiori costi dovuti all’aumento delle iscrizioni nella scuola della prima infanzia e a livello dell’istruzione terziaria devono spingere i governi a cercare nuove alleanze per acquisire risorse aggiuntive e cercare di più l’intervento dei finanziamenti privati. Attualmente tali settori ricevono – media OCSE – rispettivamente il 19% e il 27% dei finanziamenti da fonti private, soprattutto dalle famiglie. Ovviamente l’OCSE promuove la presenza delle tasse universitarie, accompagnate, però, da misure di equità. Vale la pena di segnalare che tra i 7 paesi con il più alto tasso di iscrizioni agli istituti superiori ci sono Finlandia, Norvegia e Svezia dove anche l’istruzione terziaria è gratuita e in cui la spesa pubblica viene compensata dai benefici a livello sociale economico e culturale.

L’educazione una soluzione alla crisi?

L’OCSE argomenta che in tempo di crisi l’educazione deve dimostrare di essere un valore per la produzione di ricchezza (intesa esclusivamente in senso monetario) al fine di giustificare le spese sempre crescenti. I parametri scelti per la solita graduatoria tra paesi sono le risorse alla scuola primaria e secondaria, come le ore trascorse in classe dagli studenti, il numero delle ore d’insegnamento, la dimensione delle classi, il costo salariale dei docenti per studente e la percentuale del loro tempo di lavoro dedicata all’insegnamento. In pratica, però, i livelli di spesa dei singoli paesi mascherano politiche e scelte assai differenti, su cui il rapporto dell’OCSE non interviene, lasciando l’impressione che tutte le combinazioni possano andare bene, purché si tengano i costi sotto controllo.

Fonte: FLC CGIL

Scarica il documento ufficiale in lingua italiana di “Uno sguardo sull’educazione 2009”

19:54 – 10/10/09 – Scuola, Anief: Basta bavagli ai precari, questa è loro rivincita

“Non non ci fermiamo: i diritti dei precari vanno rispettati, a costo di arrivare alla Corte costituzionale”: ad annunciarlo ad Apcom è Marcello Pacifico, presidente del sindacato Anief, dopo che il Tar del Lazio ha imposto al ministero dell’Istruzione di dare attuazione all’ordinanza di ottemperanza n. 4581, attraverso cui si stabilisce che i docenti ricorsisti debbono essere tolti dalla coda delle graduatorie delle tre province scelte lo scorso aprile ed essere invece inseriti nelle stesse ‘a pettine’ sulla base dell’effettivo punteggio.

“Stavolta la sentenza – spiega Pacifico – non ammette possibilità di ricorsi o colpi di spugna. L’unica cosa che può fare il ministro, se vuole evitare il commissariamento, è dare seguito a quanto stabilito dal Tar: i nostri docenti, che nei prossimi giorni diventeranno 7.000 per effetto delle ormai scontate sentenze che li riguardano, vanno inseriti subito ‘a pettine’ e senza alcuna riserva”.

Un’operazione che comporterà un mezzo terremoto per tutto il mondo della scuola: nelle scorse settimane le oltre 100 graduatorie provinciali comprensive delle ‘code’, quelle che il Tar ha reputato sbagliate, sono state infatti utilizzate per assegnare 8.000 immissioni in ruolo e circa 100.000 supplenze annuali.

Rivedere le posizioni in graduatoria significherebbe prestare il fianco ai ricorsi di tutti coloro che rimanendo in fondo alle liste di attesa hanno subito un danno: è praticamente scontato che si appelleranno al giudice per rivendicare ruolo o supplenza assegnati a chi li precedeva erroneamente.

Così ad anno scolastico abbondantemente inoltrato moltissimi studenti, con tutte le conseguenze negative sulla didattica, potrebbero ritrovarsi con un cambio di docenti del tutto inaspettato.

“È una situazione che il Miur poteva prevedere sin da subito – ha commentato Pacifico – ovvero dalla prima sentenza del Tar di giugno.

Invece si è incaponito su una situazione che ha prodotto solo danni. Quelli per cui il 20 ottobre l’Anief ha deciso scendere in piazza il 20 ottobre in largo Bernardino da Feltre, vicino al ministero”.

Alcune fonti però prevedono un altro colpo di scena: per tentare di evitare il commissariamento il ministro Gelmini starebbe preparando un emendamento ad hoc, preparato dai massimi esperti del Miur, da inserire nel testo di conversione in legge del decreto legge n. 134 salva-precari.

Un emendamento che servirebbe a rispettare il volere impositivo del Tar, ma che probabilmente farebbe slittare i suoi effetti al prossimo anno.“È chiaro che anche stavolta – continua il leader del sindacato degli educatori in formazione – l’amministrazione pubblica vorrà mettere il bavaglio ai giudici, ma dovrà ascoltare la voce della piazza. In caso contrario stavolta per sentirci dire definitivamente che abbiamo ragione arriveremo al giudice delle leggi: quello della Corte costituzionale”.

Fonte: AGCOM

16:59 – 07/10/09 – Sostituzione docenti assenti scuola secondaria: chiarimenti ministeriali

Il MIUR ha emanato l’odierna nota prot. n. 14991 con la quale fornisce chiarimenti in merito alla sostituzione del personale docente assente – fino ad un massimo di 15 giorni – nella scuola secondaria.

Fermo restando l’obbligo di utilizzare a tale fine personale totalmente o parzialmente a disposizione, la nota 14991 ribadisce che l’assunzione – da parte dei docenti in servizio nella scuola – di ulteriori ore di insegnamento, fino ad un massimo di 24, è facoltativa art. 22, comma 6, legge 449/01, la “Finanziaria 2002”.

La nota 14991, infine – come sostenuto dalla CISL Scuola fin dall’emanazione della suindicata legge – sottolinea che in tutti i casi nei quali le disposizioni citate “non si rivelano idonee a sopperire alla sostituzione dei docenti assenti, al fine primario di non incorrere in una sospensione della didattica nei riguardi degli allievi interessati, i dirigenti scolastici possono provvedere, per periodi di assenza anche inferiori a 15 giorni, alla nomina di personale supplente temporaneo”.

Allegato nota_14991_6ott_09.pdf 31.32 KB

Fonte: CISL SCUOLA

19:05 – 06/10/09 – Firma anche Tu la Petizione Contro gli Inceneritori

Courtesy TerritorioScuola

Da Adele Dentice – Referente PBC Bari

È di moda raccontare le fiabe, tra le più gettonate c'è quella dei rifiuti che la bacchetta magica dell'inceneritore fa sparire, spettacolare risoluzione del problema finale che è stato necessario all'esordio del governo Berlusconi, e che ha portato con sé uno straordinario livello di militarizzazione del territorio.

Ma la combustione, oltre ad essere costosa, è il modo più inquinante per affrontare il problema poiché produce fumi, polveri sottili, ceneri sostanze estremamente pericolose riconosciute dall'OMS come responsabili di tumori e malformazioni genetiche , eppure la popolazione è ancora poco informata forse perché mediaticamente si tratta con molta leggerezza il fenomeno dell'aumento delle malattie oncologiche, trattate come se fossero numeri e statistiche delle indagini sui gradimenti televisivi, né si cerca di metterle in relazione con la diffusione sul territorio di questi impianti di morte.

Sicuramente, sarebbe molto istruttivo proporre un viaggio agli amministratori e politici regionali e agli imprenditori tra i malati dove si tocca con mano la sofferenza di chi non avrà più un futuro e di tutti i familiari che soffrono vicino ai propri cari.

Agli occhi della classe politica, accecata dalla sua ingordigia e incurante persino della salute dei propri figli, è improponibile perdere una quota enorme di profitti derivanti dall'incenerimento favorendo magari un corretto trattamento dei rifiuti; FARE AFFARI CON L'AMBIENTE continua ad essere lo slogan preferito dietro il quale si produce energia e si continua il business con la madre di tutti gli affari illegali lo smaltimento dei rifiuti tossici

Legittimati dai bisogni della popolazione e da un'interpretazione singolare delle direttive europee, gli amministratori hanno impunemente realizzato attività inquinanti, cedendo interi territori alle lobby e alle multinazionali che depredano il territorio, senza portare alcun beneficio alle popolazioni locali.

CAMBIAMO ARIA, Per non Incenerire il Nostro Futuro

Firma la Petizione contro l' Installazione degli Inceneritori

Approfondimenti:

Effetti degli Inceneritori sulla Salute Umana(Presentazioni PowerPoint)Oltre 100 fra lezioni, relazioni, pubblicazioni, articoli a contenuto didattico e/o scientifico.
Aspetti Epidemiologici degli inceneritori