13:10 – 02/03/10 – Mozione Collegio Docenti I.S.I. 'Caduti della Direttissima' Castiglion de' Pepoli (BO)

Boicottare le decisioni ministeriali troppo affrettate? Ecco come hanno deciso di fare a Castiglion de’ Pepoli.

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Castiglion de’ Pepoli, Bologna, 24/02/10.

Il collegio dei docenti del I.S.I. “Caduti della Direttissima”, ritiene grave che il Ministero intenda dare avvio al riordino della scuola superiore già a settembre 2010, senza che si sia concluso l’iter previsto dalla Legge 133/08 e siano stati pubblicati tutti i regolamenti previsti dalla Legge.

Rileva che allo stato non risultano pubblicati in G.U. i regolamenti di riordino con il visto della Corte dei Conti e la firma del Presidente della Repubblica, che ha il compito di emanare i decreti applicativi.

Rileva inoltre che non è noto neppure il regolamento che definisce gli obiettivi di apprendimento legati ai nuovi indirizzi e quadri orari e quello relativo all’articolazione delle cattedre.

Rileva che la situazione di incertezza sulla distribuzione delle iscrizioni ai nuovi indirizzi e la prevista emanazione del regolamento sulla revisione delle nuove classi di concorso solo a settembre metterà a rischio il posto di lavoro di molti colleghi.

Valuta la CM n. 17 del 18 febbraio 2010 che da avvio alle iscrizioni per l’anno 2010/11 illegittima perché:

è mancante dei necessari presupposti legislativi;

viola l’autonomia delle Istituzioni scolastiche alle quali vengono assegnati i nuovi indirizzi in modo “automatico” dal MIUR, senza che gli organi scolastici abbiano potuto presentare all’USR e alla Regione le loro motivate proposte, così come previsto dall’art. 13 c. 5 dello schema di regolamento di revisione dei licei, approvato dal CdM il 04/02/10, e dagli altri schemi di regolamento;

invade le competenze sulla definizione del piano dell’offerta formativa territoriale che attengono alla provincia e della Regione, mettendo in discussione il necessario legame fra la scuola e l’ambito sociale in cui opera;

costringe il nostro Istituto a dare avvio alle iscrizioni in una situazione di totale incertezza sul suo futuro; costringe i genitori ad una scelta dei nuovi indirizzi totalmente al buio.

Per tali motivi il Collegio delibera:

a) di non compiere alcun atto applicativo di tali provvedimenti se non quelli relativi all’organico aggiuntivo, che consentono di evitare la creazione di soprannumerari;

b) di invitare il Consiglio di Istituto, ai sensi del DPR 275/99, di valutare la possibilità di presentare ricorso contro l’assegnazione degli indirizzi prevista dal Ministero;

c) di invitare il comune di Castiglion de’ Pepoli, la Provincia di Bologna e la Regione Emilia Romagna a presentare ricorso contro l’invasione delle competenze in materia di programmazione territoriale dell’offerta formativa.

d) Ad inviare tale delibera agli altri istituti bolognesi, al Dirigente dell’USR, al Presidente della Provincia e della Regione, nonché agli organi di stampa.

Fonte: TerritorioScuola Collegio Docenti.

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11:28 – 01/03/10 – Riforma Gelmini: epocale, nuovissima e già da rattoppare?

di Vincenzo Pascuzzi

“L’italiano una lingua in coma” (1) titola La Stampa del 19 febbraio scorso. Così esordisce Paola Mastrocola nel suo articolo: “Ora che la riforma della scuola superiore è passata e molto denaro, grazie ai tagli operati, rimpinguerà le casse dello Stato, potremo finalmente spendere un po’ di quei risparmi per cercare di riparare i guasti che le riforme precedenti, scriteriate perlopiù e accecate spesso dall’ideologia, hanno prodotto”.

Traspare, senza equivoci o dubbi, il sollievo, la soddisfazione della Mastrocola per l’approvazione della riforma e per il “molto denaro che rimpinguerà le casse“ e poi viene lanciata l’idea di come utilizzare una parte dei risparmi. La riforma, si lascia intendere, è buona, valida, come già realizzata e attuata. Viene perciò chiarito che lo scopo – unico o preponderante della riforma – era quello di “rimpinguare le casse”. Fatto ciò, adesso occupiamoci un po’ di didattica, della preparazione degli alunni, del “disastro linguistico in atto”! Seguono considerazioni su come fare: un test linguistico tra le medie e le superiori e, per chi non lo supera, un corso di recupero intensivo e pomeridiano di grammatica della durata di 3-6 mesi. Fatti i conti, ce la potremmo cavare con poco: appena 50-100 euro annui per alunno!

Quello che sorprende – ovvio che la responsabilità è della Gelmini e solo minima e marginale quella della Mastrocola – è che sia stata fatta (così assicurano tutti) una riforma sbandierata  come “epocale” senza che si sia partiti proprio dalla situazione e dai bisogni didattici, senza aver prioritariamente identificato gli obiettivi didattici condivisi, chiari e misurabili. Senza aver puntato, ad esempio, a ridurre almeno del 5% (da oltre il 20% al 15%) la dispersione scolastica (2). Solo ora qualcuno se ne accorge e sottopone il problema al ministro!

Per la cronaca, la stessa mattina del 19 febbraio tale “GIUPPE” (è un nick name), sul forum de La Stampa replica sbrigativo e piccato alla Mastrocola ipotizzando che sia in atto un pirandelliano gioco delle parti tra l’insegnante-scrittrice e l’avvocato-ministro (3).

Più meditato, tre giorni dopo il 22 febbraio, e sempre su La Stampa l’intervento di Marco Rossi-Doria: “Ripristiniamo l’esame di quinta elementare” (4).  Il maestro napoletano condivide l’analisi sintetica della Mastrocola e la proposta di un test prima del biennio delle superiori. Aggiunge la necessità di un altro esame: “Bisogna ripristinare per tutti – italiani e stranieri – l’esame di quinta elementare”. Non dice nulla riguardo alla sorte di chi non superasse questa prova.

Il giorno dopo, 23 febbraio, interviene anche il direttore de La Stampa in risposta alle lettere ricevute, tre delle quali pubblicate (conviene leggerle). “La sfida: dominare l’italiano come fosse un videogioco” (5)  è il titolo del suo breve intervento. La risposta di Mario Calabresi è semplice e si articola in due osservazioni ragionevoli e condivisibili: “è impensabile tornare indietro” e poi “dovremmo sfruttare di più computer e software per giocare con la lingua e migliorarne l’apprendimento”. Anche queste osservazioni, che implicano scelte e soldi, e che andavano eventualmente proposte prima dell’elaborazione della riforma, appaiono adesso come delle toppe. Ciò però non può essere rimproverato a Calabresi in quanto giornalista e perciò non direttamente coinvolto né responsabile delle attività del Miur, epocali o meno che le si voglia considerare.

Torniamo alla Mastrocola, che intervistata da “ilsussidiario.net” il 25 febbraio (6), conferma le sue valutazioni sullo stato disastroso dello studio e della padronanza della lingua italiana nelle elementari e vorrebbe fare anche di più della proposta di Rossi-Doria: “fosse per me reintrodurrei, oltre all’esame di quinta elementare, anche quello di seconda” e poi “monitorerei in maniera assai più assidua gli apprendimenti effettivi di anno in anno”. Scontata, oltre che ridondante,  la evocazione del ’68 come causa principale, avita e un po’ stantia, del degrado attuale. Ugualmente scontata la tranquilla omissione di qualsiasi riferimento al più recente operato (quello che hanno fatto e quello che non hanno fatto) degli ultimi ministri P.I.: la Moratti per 5 anni e la stessa Gelmini per 2, dopo la breve parentesi di Fioroni. In conclusione dell’intervista, la Mastrocola rivela quello che farebbe se fosse lei ministro: “la prima operazione sarebbe una riforma totale delle scuole elementari”!

Il 26 febbraio, la palla torna ancora a La Stampa che riporta l’intervista al presidente dell’Invalsi (7). Piero Cipollone, ben disponibile e sollecito, offre i servigi del suo istituto per collaborare al test da effettuare dopo la 3ª media e prima del biennio superiore.

La disponibilità dell’Invalsi viene prontamente accolta dalla Mastrocola che così scrive, su La Stampa del 27 febbraio (8): “già a settembre [2010] tutti i ragazzi potrebbero accedere ai Nuovi Licei corredati di scheda-test con punteggio, e venir quindi adeguatamente iscritti d’ufficio alla cura intensiva di grammatica italiana. Meraviglioso! Aspettiamo soltanto la risposta (e l’impegno finanziario) del ministro”.

Riguardo agli interventi sintetizzati, può essere utile fare alcune osservazioni critiche e formulare alcune domande. Vediamo quelle essenziali:

1) Sembra assodato che, secondo ministro e governo la riforma è ormai “fatta”, nel senso di già definita completamente. Ora si tratta solo di attuarla a partire dal prossimo settembre. È perciò poco probabile che possa essere modificata sia pure parzialmente. Ancor meno probabile è l’erogazione di finanziamenti (9) (10) (11) (12).

2)  Ha senso, in un clima di preoccupazione ed allarmismo tanto esaltati, proporre di aspettare ben otto anni per effettuare un test d’italiano e poi intervenire con corsi di recupero pomeridiani, quando i ragazzi hanno già scelto la scuola superiore?

3)  Lo scopo dell’Invalsi non dovrebbe essere quello di monitorare il funzionamento del sistema scuola attuale in modo che il Miur possa poi intervenire e migliorarlo. Ha senso valutare tutti i ragazzi con unico test essenziale, mirato, breve, senza alcuna relazione con le specifiche realtà scolastiche e individuali? Ha senso escludere, ignorare le valutazioni dei docenti d’italiano della 3ª media che conoscono i ragazzi da almeno un anno? Ha senso ignorare i docenti d’italiano del 1° superiore, cioè coloro che devono uniformare e formare la classe? Non si rischia di contrapporre le valutazioni Invalsi con le altre? L’Invalsi non rischia di diventare un intruso o un alibi?

4) E poi come la mettiamo con le altre materie? Con matematica e inglese in particolare, che sono indicate come “bestie nere” (13)?
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(1) L’italiano una lingua in coma – Paola Mastrocola – 19.2.2010
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scuola/grubrica.asp?ID_blog=60&ID_articolo=1286&ID_sezione=255&sezione=

(2) All’Italia il record europeo dell’abbandono scolastico – Corrado Giustiniani – 24.2.2010
http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=26816&sez=HOME_SCUOLA&npl=&desc_sez=

(3) Per maggiore correttezza con i lettori de La Stampa – Giuppe – 19.2.2010
http://www.lastampa.it/forum/Forum3.asp?chiuso=False&pg=6&IDmessaggio=5895&IDforum=674

(4) Ripristiniamo l’esame di quinta elementare – Marco Rossi-Doria – 22.2.2010
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7009&ID_sezione=&sezione=

(5) La sfida: dominare l’italiano come fosse un videogioco – Mario Calabresi – 23.2.22010
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=273&ID_articolo=206&ID_sezione=627&sezione=

(6) Mastrocola: torniamo all’esame di 5ª elementare contro il declino dei cervelli – 25.2.2010
http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2010/2/25/SCUOLA-Mastrocola-torniamo-all-esame-di-5-elementare-contro-il-declino-dei-cervelli/69262/

(7) Un test per le superiori – Flavia Amabile – 26.2.2010
http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=868&ID_sezione=&sezione=

(8) Ministro ridia la lingua agli studenti – Paola Mastrocola – 27.2.2010
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7032&ID_sezione=&sezione=

(9) Scuola/ Riforma e tagli, nuovo anno porterà 25.600 posti in meno – Matilde Giovenale –25.2.2010
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=14265

(10) Per la scuola primaria il MIUR annuncia tagli agli organici ancora più consistenti del previsto. – Flc Cgil – 26.2.2010
http://www.flcgil.it/notizie/news/2010/febbraio/per_la_scuola_primaria_il_miur_
annuncia_tagli_agli_organici_ancora_piu_consistenti_del_previsto

(11) Scuola, si sta smontando l’intero sistema educativo – Senatrice Maria Teresa Bertuzzi – 28.2.2010
http://www.estense.com/gelmini-maria-teresa-bertuzzi-028297.html

(12) Scuole senza un soldo, alunni pagano recupero – 26.2.2010
http://www.leggonline.it/articolo.php?id=48995

(13) Piovono 5 in condotta al 1°quadrimestre. Matematica e inglese le bestie nere – 28.2.2010
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=92999&sez=HOME_SCUOLA

15:26 – 28/02/10 – La riforma scolastica sempre più lontana..

di Ida Maffei

Spettabile Redazione di TerritorioScuola,

sono una madre ed un'insegnante. Guardo con preoccupazione al futuro dei miei figli e dei miei studenti, sulla base delle destabilizzanti dinamiche economiche, politiche, sociali, che quotidianamente si avvicendano. Guardo con preoccupazione alla riforma sulla scuola, che, invece di valorizzare l'istituzione come uno strumento culturale ed educativo indispensabile per rafforzare il senso di corresponsabilità sociale e l'autonomia di ragionamento, la delinea come un ricettacolo di sprechi e di privilegi, giustificando così le drastiche riduzioni dell'offerta e delle possibilità. I problemi sono tanti, ma una riforma impostata sull'astrazione delle direttive educative e culturali e sulla concretezza di indiscriminati tagli della spesa risolve le dolenti questioni trasformando la scuola in un servizio minimo di alfabetizzazione di massa, nonché di accudimento, più o meno sicuro, per i figli dei lavoratori.

Bisogna ragionarci ancora: è necessaria la riflessione sulle conseguenze che la riforma, aldilà delle autoreferenziali pubblicità, determinerà sulla qualificazione dell'istruzione pubblica, già messa in discussione, coinvolgendo chi vive nella scuola (lavoratori, studenti, famiglie). La partecipazione deve, però, essere stimolata sia, in verticale, dagli autori della riforma che interpellino direttamente gli interessati, sia, in orizzontale, attraverso la circolarità della comunicazione, con la collaborazione dei mass-media. Una progettualità tanto complessa e tanto significativa per il futuro necessita di un'analisi più rigorosa e non di provvedimenti frettolosi e frammentati: forse, in tal modo, riusciremo ad insegnare ad i nostri come evitare i nostri errori, indirizzandoli verso un domani lungamente sostenibile.

Vi invio, in allegato, alcune considerazioni più articolate sulla riforma della scuola, con la richiesta di renderle circolari.

Fiumi, mari, oceani di parole sono stati versati sulla scuola, sull'istruzione, sul futuro, hanno alimentato, trasportato, travolto speranze, destini, sistemi. Vi aggiungo un esile rigagnolo che forse svanirà nella vanità del superfluo, dell'ovvio, della rassegnazione. Ma se tutte le parole, tutti gli interrogativi, tutti i tentativi sono inutili, la nostra esistenza si priva di un'opportunità preziosa e rigenerante: partecipare alla storia del nostro tempo e sostenere i nostri figli nello scrivere la propria.

E forse, fra chi non crede più, chi non ha mai creduto, chi non sa credere, qualche parola potrà intrecciarsi.

LA RIFORMA TRA SCUOLA VIRTUALE E SCUOLA REALE. E LA SCUOLA VIRTUOSA?

1. Premessa sul virtuale.

Un definizione di riforma: Modifica volta a dare un nuovo e migliore assetto a qualcosa, in particolare in ambito politico, sociale, economico; il cambiamento stesso; rinnovamento, innovazione.

Le parole dei riformisti

Una riforma epocale, senza alcuna impronta ideologica. Così il ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Mariastella Gelmini ha definito la riforma degli istituti superiori che ha visto oggi il via libera definitivo da parte del Consiglio dei ministri. Una riforma epocale, ha evidenziato il ministro che ha visto un lavoro molto intenso e l'impegno di tante persone ha aggiunto ringraziando tutti coloro che hanno partecipato alla messa a punto di questa riforma. Una riforma che non ha assolutamente una impronta ideologica.

Per quanto riguarda i licei – ha spiegato il ministro – pur apportando emendamenti e alcune modifiche abbiamo utilizzato la riforma Moratti mentre per l'istruzione tecnica abbiamo cercato di mantenere quanto realizzato dal precedente governo.

Meno quantità, più qualità. – Il Parere del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione

– Estratto: Parere sullo schema di regolamento concernente il riordino dei licei Segreteria del Consiglio Nazionale della P.I. – Adunanza del 7 ottobre 2009.

La didattica laboratoriale. I laboratori manifestano un ampio ed articolato repertorio di spazi contrassegnati da finalità formative generali e da finalità formative specifiche. Sono generali le finalità che si identificano con le competenze di natura trasversale; sono specifiche quelle che coincidono con i linguaggi ed i codici disciplinari.

Nello schema di decreto in esame manca la previsione di laboratori con finalità generali, mentre solo nei licei artistici, musicali e tecnologici sono previsti quelli con finalità specifiche.

Eppure, il laboratorio, in quanto luogo di ricerca e di indagine critica, nel postulare la piena pariteticità dell'intera gamma dei codici della comunicazione, si propone quale centro propulsore per la diffusione e l'attuazione di modelli didattici funzionali ad un apprendimento per competenze.

Sarebbe, pertanto, quanto mai opportuno dotare le istituzioni scolastiche delle risorse professionali ed economiche necessarie per realizzare in laboratorio e con la metodologia della ricerca percorsi di studio centrati sulla flessibilità organizzativa, ed indirizzati sia alla ricostruzione, integrazione e conservazione delle conoscenze, sia all'osservazione ed alla scoperta di aspetti culturali, sia alla padronanza delle strutture sintattiche e logiche delle materie d'insegnamento.

In tale prospettiva, sarebbe oltremodo utile il potenziamento di insegnamenti come il diritto, la matematica, il latino e la storia che, per le interconnessioni che genererebbe sul piano dell'organizzazione razionale dei contenuti, consentirebbe di elevare il tasso di consapevolezza critica degli studenti.

Lo schema di regolamento si limita, invece, a generici impegni quale quello di assegnare alle istituzioni scolastiche un contingente di organico con il quale potenziare gli insegnamenti obbligatori e/o attivare ulteriori insegnamenti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi previsti dal Piano dell'offerta formativa mediante la diversificazione e personalizzazione dei piani di studio, fermi restando gli obiettivi finanziari di cui all'art. 64 della legge n. 133 del 2008 e subordinatamente alla preventiva verifica da parte del Miur di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze circa la sussistenza di economie aggiuntive.

Di qui una chiara e netta discrasia tra le misure di accompagnamento e gli obiettivi di qualità fissati con il nuovo assetto ordinamentale dei licei, tanto più che alle istituzioni scolastiche autonome non si riconosce un organico d'istituto e si interviene, invece, sul tempo scuola riducendolo. Eppure, il tempo scuola è un fattore di 'qualità' dal momento che tempi più distesi nella didattica agevolano la progettazione formativa articolata e centrata sui bisogni dello studente, così come la compresenza di distinte figure professionali in laboratorio è una condizione essenziale per fondare sulla pratica del plurale il piacere della scoperta.

2. Considerazioni dal reale.

L'interpretazione che i protagonisti della riforma attribuiscono al proprio operato è esaltante, così come gli intenti dichiarati nelle linee programmatiche del Regolamento concernente il riordino dei licei. Ad esempio, si può leggere:

Il profilo culturale, educativo e professionale dei Licei

I percorsi liceali forniscono allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo, progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze, abilità e competenze sia adeguate al proseguimento degli studi di ordine superiore, all'inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro, sia coerenti con le capacità e le scelte personali. (art. 2 comma 2 del regolamento recante Revisione dell'assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei licei…).

Per raggiungere questi risultati occorre il concorso e la piena valorizzazione di tutti gli aspetti del lavoro scolastico:

  • lo studio delle discipline in una prospettiva sistematica, storica e critica;
  • la pratica dei metodi di indagine propri dei diversi ambiti disciplinari; l'esercizio di lettura, analisi, traduzione di testi letterari, filosofici, storici, scientifici, saggistici e di interpretazione di opere d'arte;
  • l'uso costante del laboratorio per l'insegnamento delle discipline scientifiche;
  • la pratica dell'argomentazione e del confronto;
  • la cura di una modalità espositiva scritta ed orale corretta, pertinente, efficace e personale;
  • l'uso degli strumenti multimediali a supporto dello studio e della ricerca.

Il profilo e le attività definite sono condivisibili e auspicabili nella necessaria riforma dell'organizzazione scolastica, che attualmente presenta palesi sfasature rispetto al contesto a cui è funzionale.

Ma, al di là delle buone intenzioni dichiarate e della bella vetrina adornata, bisogna porre almeno due basilari interrogativi:

1. Come è possibile realizzare una riforma epocale, senza oneri aggiuntivi per le spese dello stato, ma addirittura con significativi tagli sulle risorse finora attivate (o, meglio, sopravvissute alle precedenti potature)?

2. Qual è il quadro unitario della riforma , tanto epocale che deve essere promulgata a puntate da quasi due anni a questa parte, forse per evitare sconvolgimenti emozionali agli impreparati utenti?

3. Come è possibile realizzare una riforma epocale, senza oneri aggiuntivi per le spese dello stato, ma addirittura con significativi tagli sulle risorse finora attivate (o, meglio, sopravvissute alle precedenti potature)?

La riforma indica alle risorse umane della scuola (lavoratori, studenti, famiglie) cosa fare, cosa imparare, cosa attendere. Ma, purtroppo, non indica il come e affida, per sottointeso, il compito di realizzarne i complessi obiettivi esclusivamente a coloro che affrontano la quotidianità della prassi scolastica, senza averli coinvolti nel processo di elaborazione della riforma, se non per consultazioni relative ad ambiti applicativi (variazioni ai quadri orario o a modalità di insegnamento).

I problemi sono numerosi e gravi, ma non si risolvono in un'attività di progettazione fine a se stessa e pesantemente condizionata da una politica di riduzione della spesa pubblica; la scuola viene presentata come una voragine di sprechi, popolata da personale fannullone ed incompetente, perciò deve necessariamente venire ridimensionata nei suoi consumi, data la generale crisi economica.

E' opportuno avviare un ragionamento articolato, e partecipato, sulla questione, riportando almeno tre esempi di incongruenza fra le direttive della riforma e la pratica della realtà scolastica.

1. I tagli dei fondi destinati alle supplenze.

Senza negare sprechi dovuti a disfunzioni, disservizi ed abusi, bisogna, però, ricordare che fra i tagli ritenuti inevitabili, e già effettivi, rientra quello della retribuzione delle supplenze per periodi brevi, il cui onere è passato dallo Stato ai fondi del singolo Istituto, che, nella maggior parte dei casi, a stento riescono a coprire i costi dell'amministrazione ordinaria (materiali di cancelleria, manutenzione macchine, riparazioni strutture…), per cui se il Dirigente non può pagare il supplente e non ha personale interno disponibile, o suddivide gli alunni in più classi (scuole dell'infanzia e primarie) o le lascia scoperte. Naturalmente, il personale fannullone ed incompetente, non comprendendo che si tratta di sistemi innovativi per incentivare l'autonomia gestionale degli studenti e la resistenza psico-fisica di insegnanti che si trovano in classe anche 32 bambini, per partito preso, cerca solo pretesti per demolire una visione illuminata del risparmio.

2. I laboratori fra costi e necessità.

Un altro esempio di incongruenza fra virtuale e reale riguarda l'impiego costante del laboratorio e degli strumenti multimediali, che viene esplicitamente sollecitato dalla predetta riforma e presuppone:

  • l'allestimento e la manutenzione di strutture molto costose, in numero adeguato per scuole, che, a seguito della politica economica degli accorpamenti, tendono ad accogliere mediamente 900 alunni;
  • la formazione del personale tecnico e docente, che deve imparare e tenersi costantemente aggiornato.
    • Ma se, già allo stato attuale, mancano i fondi per attività didattiche e laboratoriali indicate come fondamentali, così come quelli per le supplenze, nella prospettiva delle ulteriori riduzioni previste dalla riforma, nessuno potrà realizzare i magnifici programmi, che rimangono la pubblicità delle belle intenzioni dei bravi legiferanti, incompresi e bistrattati da personale fannullone, incompetente e pure polemico.

      3. L'educazione all'analisi della società della telecomunicazione, delle immagini e del virtuale.

      Nel Profilo d'uscita, fra gli obiettivi del Liceo delle scienze umane viene indicato:

      “possedere gli strumenti necessari per utilizzare, in maniera consapevole e critica, le principali metodologie relazionali e comunicative, comprese quelle relative alla media education.”

      Il quadro orario generale non prevede discipline direttamente afferenti alla media-education (linguaggi non verbali e multimediali, previsto nel Liceo delle scienze sociali, scompare); tale apprendimento viene destinato agli insegnamenti facoltativi o opzionali? Ma non dovrebbe essere più caratterizzante?

      La società contemporanea è dominata dalle tecnologie informatiche e della telecomunicazione, nonché dalla trascuratezza nei confronti dell'analisi e della conoscenza di strumenti e linguaggi ormai fortemente presenti e condizionanti la realtà; tali tecnologie possono attivare modelli relazionali alternativi, o addirittura antagonisti, a quelli della scuola e, per la loro vastissima diffusione nell'immaginario degli adolescenti, dovrebbero essere materia di studio e conoscenza, non solo per il liceo delle scienze umane.

      Sino a qualche anno fa, la problematica caratterizzante l'espressione scritta era quella che gli studenti scrivevano come parlavano, adesso è quella che scrivono come vedono, ovvero con una costruzione sintattica e logica frammentata e inconclusa: riproducono il linguaggio analogico delle immagini nell'ambito della scrittura. Il fenomeno potrebbe costituire interessante, e pragmatico, ambito di indagine per i sociologi, ma, nel contempo, pone una problema nuovo agli insegnanti, in quanto non si risolve con la correzione e il consolidamento di competenze espressive già strutturate, seppur instabilmente.

      La questione, di cui la scuola riflette solo alcuni dei suoi aspetti, si inquadra nelle analisi che, nella scala evolutiva dell'uomo, intravedono la definizione di una vera e propria forma mentis, in cui, a causa della sovraesposizione a stimoli visivi, le competenze logico-analitiche stanno involvendo, mentre le aree ancestrali della percezione sono caricate a dismisura da flussi emozionali disordinati, scomposti e violenti. Le competenze che si stanno perdendo sono proprio quelle sui cui la scuola principalmente istruisce la sua attività. L'obiettivo è incommensurabile: arginare la repentina, e sembra inarrestabile, regressione di abilità sedimentatesi nel corso di millenni e, almeno finora, indicative del livello di progressione della razza umana.

      La decodifica della realtà, ormai, passa attraverso competenze relative a tipologie di testi non solo verbali, la cui analisi sarebbe pertinente all'insegnamento della media-education, che viene, però, intesa dai riformisti come una metodologia e, quindi, non come disciplina. Pertanto, non definendo una professionalità autonoma, sarà spalmata nei programmi dell'insegnamento di materie affini (italiano, psicologia, sociologia, filosofia, storia, ma anche geografia, latino, lingue straniere, musica, arte e, (perché no?), matematica, che contempla l'informatica), accrescendo il capitale umano di tuttologia mediante tempestivi corsi di formazione, possibilmente on-line, perfezionando così, in economia, le competenze richieste.

      La cabina di regia della riforma, data l'esperienza dei suoi componenti, è consapevole della questione e delle conseguenze che, nel corso degli anni, mano mano che le attuali giovani generazioni assumeranno nella società responsabilità dirette (minime o massime che siano), incideranno sempre più pragmaticamente sulla capacità di organizzazione e di esecuzione dei compiti e dei lavori, nel vissuto individuale e collettivo. Ma allora perché i riformisti non possono cedere rispetto alla definizione della media-education come una professionalità specifica di insegnamento? Per coerenza con la visione illuminata del risparmio, stroncando così le altre analoghe, prevedibili richieste di proliferazioni disciplinari, considerate superflue, dispersive e dispendiose? Per convinzione che l'istruzione e la formazione degli studenti così contemplata siano coerentemente funzionali al quadro futuro della società? Per la sensazione di smarrimento e di impotenza rispetto a problematiche così complesse in una generale situazione di crisi? Per quale altro ipotizzabile motivo?

      L'amministrazione statale ribadisce che le spese per la scuola sono eccessive e che bisogna coraggiosamente avviare la vera politica del risparmio, per evitare di incorrere in situazioni insostenibili; viene considerato irrinunciabile tagliare gli investimenti sulla formazione delle giovani generazioni – ovvero i nostri figli, gli eredi delle magnifiche e progressive sorti del futuro – che già pongono condizioni molto problematiche per la scuola.

      Ma quale credibilità, quale autorevolezza può avere una fonte, che proclama la necessità di sacrificare le risorse per la scuola, a vantaggio di urgenze sociali più pressanti, ma non interviene, ad esempio, nei confronti delle cassa-integrazioni concesse ad aziende che chiudono in Italia, per aprire all'estero?

      Quale credibilità, quale autorevolezza rispetto a richieste di risparmio che considerano sacrificabili gli apprendimenti e la formazione delle giovani generazioni, dei nostri figli, rispetto, ad esempio, alle spese profuse per opere faraoniche irrealizzate e, forse, irrealizzabili, per i sistemi di appalto delle grandi opere pubbliche perennemente sotto indagini della magistratura, per l'uso privato di aerei di stato, per i contributi stanziati per le vacanze di giovani ed anziani?

      Sicuramente la scuola non può riqualificarsi con una politica di ulteriori tagli sulle risorse che rappresentano gli investimenti per il futuro, né senza mettere in discussione, in un quadro unitario di riforma, anche i problemi concreti, quali l'ingestibilità di istituti o contesti drammaticamente svantaggiati, ove la scuola diventa un contenitore o una discarica di tensioni psico-sociali e non luogo di cultura, o le questioni aperte, quali la valutazione e l'autovalutazione dei processi di apprendimento, compresa l'efficacia del lavoro dei docenti.

      Si tratta di fatti ed argomenti disturbanti, che alimentano scontri impopolari, ma rappresentano alcuni dei veri problemi della scuola, rimandati ad altri imprecisati momenti di analisi ed evidentemente non considerati parte integrante di un quadro di riforma complessivo, presentato in forma discontinua.

      4. Qual è il quadro unitario della riforma, tanto epocale che deve essere promulgata a puntate da quasi due anni a questa parte, forse per evitare sconvolgimenti emozionali agli impreparati utenti?

      La riforma viene trasmessa a puntate. Nel febbraio 2010, periodo di iscrizioni per le scuole superiori, sono stati appena resi noti i profili in uscita dei licei e i quadri orario, mesi dopo la pubblicazione del Regolamento; ancora misteriosi rimangono i programmi, la definizione delle classi di concorso per gli insegnamenti sulla base delle mutazioni disciplinari o degli indirizzi di scuola, alcune attribuzioni dei percorsi di studio agli istituti, le modalità di formazione e reclutamento dei docenti. L'orientamento per le famiglie sarà necessariamente approssimativo. E' inevitabile chiedersi perché la riforma non è stata varata, dopo aver sviluppato e chiarito tutte le sue implicazioni.

      Si tratta di ineluttabili necessità logistiche di bruciare le tappe, perché senza la riforma adesso il sistema scuola è talmente compromesso da poter crollare nell'imminenza?

      Si tratta di una precisa scelta di presentare un pezzo per volta dell'intero impianto, perché i riformisti vogliono proprio presentarlo in maniera frammentata o perché non sono riusciti ancora a completarlo?

      Se il fine primo della riforma è la riqualificazione della scuola, e non solo una politica di tagli, non avrebbe, a rigor di logica, dovuto essere pubblicizzata una volta completa in tutte le sue componenti?

      Interrogativi, dubbi, perplessità non vogliono ostacolare, per spirito di contraddizione, l'impegno dei riformisti a potenziare la qualità della scuola pubblica, ma mettere in evidenza il profondo scollamento fra le linee programmatiche delle menti legiferanti (la cabina di regina della riforma), sicuramente animate dai più nobili proponimenti, e la concretezza delle problematiche e delle risorse, sicuramente controverse e disarticolate.

      Assicurare agli studenti profili in uscita del qualificante livello ipotizzato nella riforma prevede competenze del magico e del soprannaturale per gli addetti ai lavori, soprattutto perché i profili in entrata sono, sempre più spesso, definiti su caratteri diametralmente opposti.

      La scuola rispecchia la società: stimoli, distonie, dissesti. Motivo per cui, senza una linea programmatica elaborata sull'analisi delle dinamiche reali che coinvolgono – ma, ahimè, anche sconvolgono, involvono – i partecipanti della scuola, nessuna riforma potrà avere un'incidenza pragmaticamente qualificante, nessuna riforma potrà garantire la piena funzionalità della scuola a formare persone in grado di sostenere un futuro prevedibilmente destabilizzante. Manca, cioè, una teoria programmatica, credibile sulla base di analisi del concreto, su cui impostare le strategie operative.

      Bisogna avvicinare la scuola virtuale a quella reale, ascoltando la viva voce di tutte le risorse della scuola: non sono sufficienti gli ineccepibili curricula dei registi della riforma. Gli organi collegiali (personale, studenti, famiglie) devono essere consultati relativamente alla loro esperienza e alla loro valutazione sul presente e alle loro aspettative sul futuro della scuola; ogni istituto, anche in forma di rappresentanze significative di realtà socio-territoriali caratterizzanti, dovrebbe essere invitato ad esprimersi, sulla base di modalità e parametri incentrati sui nodi focali comuni, che i dirigenti ministeriali, votati all'efficientismo aziendale, saprebbero indubbiamente elaborare su criteri di essenzialità, praticità ed economicità.

      D'altronde, sulla base del quadro emergente dall'analisi, anche le componenti della scuola devono mettersi in discussione, soprattutto rispetto al ginepraio della questione (auto) valutazione, che rappresenta l'essenza stessa della scuola ed una questione destinata, per sua natura, a rimanere sempre aperta, sempre in discussione:

      • sapere, capire se ha istruito e formato persone in grado di interagire propositivamente nel contesto di inserimento;
      • monitorare e rielaborare interventi e strumenti sulla base dei risultati, della risposte e delle modificazioni del contesto di cui è funzione.

        Ad esempio, un artigiano può valutare il prodotto del suo lavoro sulla base di parametri oggettivamente e rapidamente misurabili, quali la funzionalità, la resistenza, il gradimento del mercato, mentre valutare l'apprendimento e le competenze di persone in formazione, in particolare rispetto alle capacità e ai metodi impiegati, è difficilissimo: lo stesso insegnante può misurare risultati diversissimi nella stessa materia per la stessa classe. E' un processo che, per la complessità delle sue implicazioni, non trova una risoluzione definitiva in parametri immutabili ed infallibili, ma sicuramente incoerenze e disfunzioni manifeste possono essere corrette; le risorse della scuola devono prendersene l'impegno e la responsabilità.

      A tutti sta a cuore l'istruzione dei giovani, studenti e figli, perché essi rappresentano il futuro e il loro futuro passa attraverso gli insegnamenti della scuola, un'istituzione antichissima, che accompagna l'evolversi della civiltà umana, fin dal suo definirsi nella forme via via più complesse.

      Quello che caratterizza la riforma è, di fatto, un'ulteriore riduzione degli investimenti, che non può assolutamente migliorare la qualità dell'istruzione, già ampiamente messa in discussione nell'immaginario collettivo, come nell'esempio dei due articoli di seguito riportati. Senza investimenti, non c'è sviluppo; l'opportunità di tagli così gravosi dovrebbe essere inequivocabilmente motivata alla luce di un piano di risparmio – a quanto si dice inevitabile – che non lasci adito a dubbi sulle priorità attribuite all'interesse pubblico.

      Infine, se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, vuol dire che considerate seriamente la questione e forse desiderate avere qualche informazione in più sulla scuola reale.

      Vi indico due articoli: La scuola in saldo e la riforma che non c'è. di Pietro Ratto (Fonte: La Stampa, 5/2/2010 )

      Metà studenti da bocciare in italiano. L'Invalsi: nei temi della maturità errori di ortografia e periodi senza senso. L'indagine compiuta assieme all'Accademia della Crusca. Analizzate 6 mila prove dell'esame del 2007. di Benedetti Giulio (Fonte: Corriere della Sera, pagina 25, 20 gennaio 2010).

      Ida Maffei, una madre e lavoratrice nella scuola

      Poi, ciascuno può osservare, riflettere, considerare, obiettare, approvare, rassegnare…

23:00 – 08/02/10 – Apprendistato: la Zona Grigia…

di Adele Dentice

Sacconi: La mia idea è di abbassare l’età del primo impatto con il lavoro, anche con un contratto a causa mista come l’apprendistato, portando l’età di accesso dai 16 ai 15 anni.

Così verrebbero reclutati i 120 mila ragazzi che abbandonano la scuola prima del tempo inserendoli nel mondo del mercato del lavoro attraverso un non precisato coordinamento con l'offerta formativa.

La logica avrebbe voluto che si ricercassero alternative all'interno della scuola, valorizzando il triennio di istituti tecnici e le scuole professionali e non facendo retrocedere il sistema scuola all'ultimo posto in Europa con l'abbassamento dell'obbligo scolastico, i ragazzi a lavoro a 15 anni e la mortificazione di intere aree disciplinari.

Il modello che sta prendendo forma è quello statunitense, una scuola non luogo di formazione e istruzione, ma zona dell'apprendistato, in cui lo Stato cede la responsabilità della formazione al privato, questo impianto è molto apprezzato dalla Confindustria alla quale piace anche chiamare l'educazione Education all'americana, ma nel contempo è contraria alle due lingue straniere, e sostiene che basta conoscere un po' di inglese, il necessario per essere bravi consumatori, una seconda lingua è inopportuna un spreco superfluo di denaro e poi l'inglese è la lingua madre del mercato globale.

Ma le mire di Confindustria si articolano e si diffondono soprattutto sulla governante con particolare attenzione al sistema universitario, che sarà carissimo, (consiglio di amministrazione a fianco del DS o del Preside di Facoltà), sulla scelta del personale tecnico (fuori da graduatorie e classi di concorso e privilegiando le esperienze aziendali), e sulla valutazione degli studenti (con la presenza di suoi rappresentanti nelle commissioni di esame)

Questa mistificazione di riforma oltre ad accentuare la separatezza sociale ci riporta al peggio della riforma Gentile, che almeno aveva valorizzato il sistema dei licei, pensiamo invece alla marginalizzazione del latino nel liceo scientifico e al disegno di impoverimento della disciplina della storia, tanto per scopiazzare il sistema americano statunitense che la configura come materia universitaria escludendola dai percorsi formativi primari.

Il progetto economicistico che si sta imponendo, lontano da ogni elementare principio della didattica, taglia materie importanti di studio e ore di insegnamento (in media 4 ore settimanali in meno), si cancellano laboratori e esperienze pratiche professionalizzanti, perseguendo un unico obiettivo quello di cacciare decine di migliaia di precari, immiserendo e svilendo l'istruzione e il diritto costituzionale alla formazione.

Lo stesso ministro Tremonti ha dichiarato che la messa a regime della riforma porterà a un taglio di 130.000 docenti:in realtà non ha considerato i 20.000, prodotti dalla costituzione di cattedre superiori a 18 ore e il sovraffollamento delle classi, e 85.000 personale ATA, ma non ha dato informazioni il ministro in merito alla destinazione dei risparmi operati sul sistema scuola, probabilmente andranno a sostenere le casse delle banche avvantaggiando gli interessi clientelari e finanziando le guerre.

Ma tutto questo è noto da tempo e di fronte a tanto vandalismo ci si sarebbe aspettata una reazione dei sindacati, ma la CISL, la UIL la GILDA lo SNALS tacciono colpevolmente mentre il popolo della scuola viene tranquillizzato e addormentato con promesse e le chimere del decreto salva precari, un decreto che oltre a creare false speranze, contraddice la realtà fatta dall' esubero dei docenti di ruolo che con la messa a regime della riforma aumenteranno e verranno spediti in massa in altri settori del pubblico impiego.

19:41 – 05/02/10 – Scuola superiore: un riordino che riporta indietro il Paese.

Emma Colonna – C.I.D.I. Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti.

Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato, in seconda lettura, i regolamenti per il riordino di licei, tecnici, professionali, che così concludono il loro iter e, dopo la registrazione della Corte dei Conti e la firma del Presidente della Repubblica, diventeranno definitivi.
Saranno così introdotti cambiamenti significativi nel sistema scolastico italiano che peggioreranno drasticamente la qualità degli apprendimenti di tutti gli studenti, e renderanno la scuola superiore più povera e più rigida, sottraendo speranza e futuro al paese.
Il testo che segue è una lettera aperta del Cidi ai colleghi della scuola superiore.

Cari colleghi,

siamo in prossimità di quella che viene mediaticamente definita una grande riforma ma che rischia di rivelarsi un clamoroso passo indietro dell’attuale assetto della secondaria di secondo grado. Riteniamo per questo necessario richiamare la vostra attenzione su alcune questioni-chiave, attorno alle quali si giocherà, nei prossimi anni, la capacità della scuola pubblica di adempiere al mandato assegnatole dall’art. 3, comma2, della Costituzione.

Oggi più che mai la rimozione degli ostacoli che impediscono ilieno esercizio della cittadinanza non può che configurarsi come la priorità assoluta per ogni comunità professionale di docenti e dirigenti scolastici.

Il ruolo della scuola, infatti, si gioca sul terreno della cittadinanza, cioè sulla capacità di formare donne e uomini capaci di governare la propria esistenza. Il che vuol dire, educare al rispetto delle regole e delle persone, alla consapevolezza dei propri diritti, a interpretare i processi sociali, economici e scientifici in atto, ad usare, in contesti diversi dalla scuola, le conoscenze e le competenze apprese a scuola.

Formare mentalità critiche, capaci di risolvere problemi, abituare al dubbio, all’imprevisto, alla curiosità e, contemporaneamente, sviluppare un pensiero razionale e scientifico, capace di confrontarsi con la dimensione storica e con ogni aspetto dell’espressività umana, è compito fondamentale della scuola, tenuta a far acquisire quei saperi cosiddetti di cittadinanza indispensabili oggi per vivere, lavorare, continuare a studiare.

Siamo però dell’avviso che si sia pericolosamente rinunciato a dibattere e a confrontarsi sulle finalità del nostro sistema scolastico, sulla sua organizzazione, su che cosa sia utile insegnare e sui modi per insegnarlo. E che si sia rinunciato a trovare le soluzioni più opportune per combattere dispersione e abbandoni, oltre che per innalzare i livelli di apprendimento di bambini e ragazzi.

I regolamenti di riordino della secondaria superiore – o, più precisamente, delle secondarie – irrompono nella scuola al di fuori di un progetto culturale-educativo condiviso, capace di rimettere la scuola stessa in sinergia con le grandi questioni del mondo contemporaneo. L’universalizzazione degli scambi, la globalizzazione delle tecnologie, lo sviluppo della società dell’informazione e della comunicazione, moltiplicano per gli individui le occasioni di accesso al sapere. Cambiano contemporaneamente le competenze per accedere al sapere, così come cambiano continuamente i contenuti del sapere.

Ne consegue che è necessario apprendere di più e meglio a ogni livello ed età e che è necessario ripensare profondamente alle conoscenze che servono alla scuola. Sicuramente serve più cultura scientifica e tecnologica, ma anche un sistema efficace di educazione per adulti, perché ognuno possa tornare in formazione nell’arco della propria vita.

Ma per ritornare più volte a scuola nel corso della propria esistenza, per acquisire le competenze richieste dalla celerità con cui si trasformano i saperi in tutti i campi disciplinari, è necessario aver acquisito conoscenze e competenze molto solide nella prima fase della vita.

Serve, dunque, un percorso scolastico obbligatorio che comprenda il primo biennio della secondaria superiore. È, infatti, solo tra i 14 e i 16 anni che si possono acquisire, in tutta la loro valenza, alcune fondamentali conoscenze: è solo in prossimità di quella età e non prima, che i saperi si consolidano per persistere per la vita, diventando propedeutici ad altri nuovi saperi.

Alla luce di queste istanze culturali e sociali, la scuola superiore avrebbe dovuto vedere una riforma complessiva e organica di tutto il suo assetto ordinamentale, con una nuova articolazione del suo impianto culturale, il rinnovamento dei modi di insegnare e apprendere, alcune nuove finalità educative, un biennio obbligatorio, unitario e orientativo. Con l’obiettivo di costruire percorsi culturali di equivalente valenza educativa per porre finalmente termine alla gerarchizzazione tra le varie tipologie di istituti.

In altre parole l’iscrizione a un Tecnico o a un Professionale non dovrebbe più rappresentare una scelta di ripiego, connotata socialmente, ma un’opzione consapevole, determinata da interessi e competenze che trovano in quelle scuole risposte e valorizzazione personale.

Sarebbe stato quindi doveroso e utile un dibattito preliminare sui nodi di fondo, una convergenza di intenti e propositi nelle soluzioni da adottare che invece sono stati del tutto assenti.

Che cosa vuol dire oggi cultura disinteressata? Qual è la cultura che serve a formare cittadini consapevoli? Quali conoscenze sono fondamentali? Che cosa comporta in termini di impegno morale e professionale l’innalzamento dell’obbligo di istruzione? Quali materie devono far parte dell’area comune? Con quali politiche sociali e territoriali si possono contrastare dispersione e abbandoni? Come accogliere e integrare bambini e ragazzi non italiani? Quali investimenti, quali risorse umane ed economiche servono alla scuola?

Le scelte del governo purtroppo sono state fatte senza confronto alcuno, senza verificare le esperienze positive delle scuole, senza pensare alla sostenibilità delle soluzioni che stanno per essere adottate. In pochi a decidere il destino di tanti. Nessun confronto parlamentare. Nessun confronto con il mondo della scuola. Nessun dibattito nel Paese. Mortificato il ruolo degli Enti locali e delle Regioni. Dissolta l’autonomia delle Istituzioni scolastiche. Non si è dato neppure ascolto alla ragionevole e insistente richiesta di rinviare di un anno la messa a regime del nuovo ordinamento per consentire almeno a studenti e famiglie di compiere le scelte in piena consapevolezza.

Ci troviamo di fronte a cambiamenti che hanno come prevalente obiettivo il drastico risparmio di spesa. Come se la cittadinanza e la democrazia fossero diventate un costo insostenibile per il nostro Paese.

Ma non c’è solo questo: c’è in gioco anche un disegno volto a riproporre una cultura a compartimenti stagni, che segnerà profonde divisioni tra cittadini pensanti e cittadini consumatori. Funzionale a una simile prospettiva è, infatti, una scuola strutturata gerarchicamente, dove la separazione fra culture, tra sapere e saper fare, è il caposaldo su cui poggerà l’impalcatura culturale e organizzativa del riordinato sistema scolastico.

Come se, in un quadro di saperi e competenze di cittadinanza, fosse oggi possibile pensare a una istruzione che si fondi su una cultura solo linguistico-letteraria o solo scientifica e tecnica o solo ‘professionale’, a spendibilità immediata. Un tale impianto è poco adatto alle sfide che la complessità pone alla scuola e al Paese.

Eppure i regolamenti ripropongono un ordinamento scolastico che vede, dopo la terza media, da una parte i Licei destinati ai ragazzi più bravi, con famiglie in grado di sostenere la scelta di studi prolungati (il Liceo Classico in testa), dall’altra gli Istituti Tecnici per i cosiddetti quadri intermedi; infine i Professionali per chi svolgerà attività puramente esecutive, scelta residuale per i ragazzi più deboli, culturalmente e socialmente.
Non basta: il comma 4 bis dell’articolo 64 della legge 133/08 recita: L’obbligo di istruzione si assolve anche nei percorsi di istruzione e formazione professionale. E ora un emendamento approvato dalla Commissione Lavoro della Camera consentirebbe a regime a tanti quindicenni, considerati un fastidioso e costoso ingombro per la scuola, di assolvere l’obbligo di istruzione persino nell’apprendistato. Una scelta sbagliata e ingiusta che ha l’obiettivo di smistare i più deboli verso un canale privo di contenuto culturale e di dubbia efficacia formativa.

L’idea è sempre la stessa: selezionare ed escludere prima che si può, senza offrire alcuna possibilità di rimotivazione allo studio e di recupero scolastico agli alunni che più ne hanno bisogno.

Per questa strada, che canalizza precocemente e rigidamente i percorsi di istruzione e formazione, il Paese è destinato al declino: civile, culturale e democratico; a restare fanalino di coda nelle sfide internazionali, nello sviluppo produttivo, nella ricerca e nella innovazione.

E mentre l’Unione Europea, l’Ocse e Bankitalia dicono che bisogna investire di più in conoscenza, l’Italia fa il percorso inverso: taglia drasticamente risorse, tempo scuola, insegnanti, torna indietro sull’età dell’obbligo di istruzione e prepara un sistema di istruzione che per l’organizzazione didattica e le indicazioni di contenuti che propone, abbasserà il profilo culturale della popolazione. Non solo: proprio perché chiude gli occhi sul futuro di tanti ragazzi, proprio perché canalizza e separa precocemente contribuirà a dividere ulteriormente la società, creando nuove e più forti disuguaglianze.

Per questo è urgente che la scuola superiore si riappropri della sua funzione di emancipazione culturale e sociale. Tutte le esperienze didattiche caratterizzate da spirito di inclusione, da innovazione metodologica e didattica e da cooperazione professionale devono essere rimesse sapientemente in campo, sfruttando ogni possibile spazio di autonomia scolastica.

La democrazia di un Paese si misura anche dalla qualità del suo sistema di istruzione e formazione.

Oggi in Italia sta pericolosamente circolando l’idea che la qualità sia favorita dal taglio di risorse. Non è accettabile.

A una scuola secondo Costituzione occorrono invece elaborazione e pensiero, finalità e obiettivi condivisi, investimenti a lungo raggio: sull’edilizia scolastica, sul diritto allo studio, sulla professionalità docente, sull’organico funzionale, sull’autonomia didattica e organizzativa, sulla ricerca e sperimentazione. Elaborazione e investimenti capaci di restituire alla scuola pubblica le finalità e i compiti che le sono attribuiti dalla nostra Carta costituzionale. Con l’auspicio che tutti gli insegnanti italiani si riapproprino del protagonismo professionale e culturale necessario per alzare la testa e far sentire la loro voce in questo momento così difficile per la vita della scuola e del Paese.

13:14 – 30/10/09 – L'Università privata di tutto: resta il business..

Siamo alla frutta
Siamo alla frutta

di Caterina Perniconi 

Il Governo conferma la riforma e i tagli di Tremonti: 1000 milioni in meno in 5 anni. I manager guideranno gli atenei 

La fine di un’epoca. Con la riforma dell’Università approvata ieri dal Consiglio dei ministri, sostanzialmente si chiude il capitolo ‘Università pubblica’ in Italia. Il nostro paese non è più in grado di sostenere il sistema e garantirne l’eccellenza. Perciò apre ai privati, che presiederanno i Consigli d’amministrazione e, inevitabilmente, influiranno sull’autonomia degli atenei.

Deriva aziendalistica
Il progetto del ministro Gelmini prevede che il 40% dei membri dei Cda provengano dall’esterno (compreso, al bisogno, il presidente) e l’introduzione di un manager al posto del direttore amministrativo. Su questo aspetto si è mostrato contrario anche il capogruppo dei senatori del Pdl Gasparri: “Personalmente – ha detto – ritengo sbagliato far eleggere il presidente del Cda dai componenti piuttosto che dal rettore. L’Università ha una sua specificità che va mantenuta”. I Consigli di amministrazione assorbiranno gran parte dei poteri del senato accademico e saranno composti dal rettore, da uno studente e da, massimo, altri nove componenti. Dunque sarà diminuita la rappresentanza e il pluralismo di opinioni, proprio nel momento in cui arrivano i privati. Del resto già l’anno scorso era stata inserita, nella legge per lo sviluppo economico, la trasformazione degli atenei in fondazioni. “Siamo molto preoccupati da questa deriva aziendalistica – spiega Claudio Ricciocon l’alibi della situazione economica sono previsti ovunque aumenti delle tasse. Tasse alte ed esterni negli organismi decisionali sono le principali caratteristiche degli atenei privati. Ciò vuol dire che entro nove mesi dall’approvazione (tempo previsto dalla riforma per essere recepita, ndr) tutte le università statali diventeranno di fatto private”.

Conferma dei tagli
Ma questo è solo uno dei temi affrontati nel disegno di legge. Di sicuro quello più caro a Tremonti, che vuole alleggerire il finanziamento pubblico agli atenei. In 5 anni, infatti, saranno tagliati dal Fondo di finanziamento ordinario più di 1000 milioni, pari al 15% del totale. E, nonostante i proclami che anche ieri il titolare di via XX Settembre ha ribadito in conferenza stampa sul recupero dei soldi con lo scudo fiscale, il taglio non è mai stato rettificato. “La proposta del ministro Gelmini – ha dichiarato la Conferenza dei Rettori – rappresenta un’occasione fondamentale. Ma ora è indispensabile, e per più aspetti pregiudiziale, che all’avvio del processo riformatore e a garanzia della sua credibilità, corrisponda una disponibilità adeguata di risorse. A partire da quanto sarà garantito al finanziamento degli atenei per il 2010. Se il taglio fosse confermato provocherebbe il crollo di buona parte del sistema universitario”.

Regole superficiali
Le università saranno rese più autonome nella gestione dei fondi, e verranno valutate dall’Anvur (Agenzia nazionale della valutazione dell’Università e della Ricerca introdotta nella precedente legislatura). I meritevoli avranno più soldi, gli altri li perderanno. Un metodo esistente anche all’estero, che però ha bisogno di essere regolato. “Oggi – racconta Michele Cascella, professore emigrato in Svizzera – si valutano le università nel loro complesso e questo è sbagliato. Perché se un ateneo ha un dipartimento eccellente e cinque scadenti, anche chi ha lavorato virtuosamente verrà spazzato via. Servono regole più precise e non così superficiali”.

Sorteggi infiniti
La riforma prevede anche l’introduzione dell’abilitazione nazionale per l’accesso di associati e ordinari. “L’abilitazione – ha spiegato il Ministro – è attribuita da una commissione nazionale, anche con membri stranieri, che saranno sorteggiati”. Già, il sorteggio: un metodo che, come il Fatto Quotidiano ha raccontato con il bando “Futuro in ricerca”, non funziona (in 6 mesi il Ministero dell’università e della ricerca non è riuscito a scegliere 20 nomi in una rosa di 60). Adesso la Gelmini vuole riproporlo e istituzionalizzarlo per una commissione che avrà potere sul futuro degli studenti. Il Ministro, in conferenza stampa, non risponde alle domande. Resta aperta la questione: non esiste altro metodo?

Precari senza borsa
Arriveranno all’abilitazione i ricercatori che saranno stati contrattualizzati a tempo determinato per 6 anni (3+3). Quindi non c’è più la terza fascia docente e non è chiaro chi li sceglierà e con quale metodo. Al termine dei 6 anni il ricercatore, se abilitato, sarà confermato a tempo indeterminato come associato. Soldi permettendo. Che per il momento le università non hanno. “Noi studenti non siamo contrari ai metodi di valutazione – spiega Lorenzo Zamponi, dottorando di Padova – ne vorremmo anche di più selettivi. Ma purtroppo non si possono valutare gli studenti sulla base di una ricerca che non possono fare perché non ci sono soldi. In più questa riforma prevede che in quei 6 anni i ricercatori si dedichino alla didattica, cioè insegnino abusivamente”. Tra le novità, inoltre, quella che preoccupa di più gli studenti è l’abolizione delle borse post-dottorali. “Ammetto che non è dignitoso trovarsi a più di 30 anni dopo aver studiato per almeno 10, con una borsa di studio – dice Francesca , ricercatrice romana – e che sarebbe auspicabile che queste fossero davvero sostituite da contratti seri. Ma il mio dubbio è: tutte le persone che sopravvivevano con la borsa di studio che faranno? Avranno un contratto o andranno a casa?”

Diritto per delega
È prevista inoltre la delega al governo per cambiare la legge sul diritto allo studio. Ciò significa che la riforma non sarà discussa in Parlamento. L’obiettivo è quello di versare altre borse ai più meritevoli. Ma ogni anno molti ‘idonei’, cioè bisognosi di contributo per studiare, non ricevono i soldi per mancanza di fondi. Sarà difficile coprire quella spesa e averne altri per i più bravi. E poi: aumento del ‘prestito d’onore’, fondato anche questo sull’intervento dei privati (è un metodo usato all’estero dagli studenti che chiedono soldi alle banche per studiare e li restituiscono con gli stipendi). Ma l’Italia non è l’America, i ricercatori restano precari a lungo e senza regole rischiano di trasformarsi in un esercito di indebitati cronici.

Le reazioni
Ieri gli studenti hanno manifestato in tutt’Italia contro la riforma. A Roma gli universitari di Link hanno occupato per qualche minuto alcuni uffici del ministero. Sit-in di protesta davanti alle prefetture fino a notte fonda a Torino, Genova, Napoli, Lecce, Siena, Taranto e Bari. Per la Cgil la riforma “è un’operazione scopertamente autoritaria, una netta invasione di campo nei confronti dell’autonomia universitaria”. Per la Cisl “manca una concreta soluzione alla situazione dei ricercatori ai quali si continua a negare lo status della docenza introducendo ambiti di precarietà che ne indeboliscono ulteriormente il ruolo”. Secondo il Partito democratico “la Gelmini tradisce completamente i propri impegni e non fornisce risorse aggiuntive. Aveva detto che le riforme sarebbero state scambiate con le risorse ma nel ddl non c’è n’è traccia”. “La riforma dell’università non è stata concertata con i diretti interessati – dichiara l’Italia dei Valori – i quali saranno costretti a subire le scelte di un governo irresponsabile che sbarra l’accesso agli atenei e che ragiona con la sola logica dei costi”. Forse si ritroveranno tutti in piazza il 17 novembre, giorno fissato dagli studenti per la manifestazione nazionale.

Pubblichiamo di seguito tre delle e-mail che ci avete inviato all’indirizzo ricercatori@ilfattoquotidiano.it

Continuate ad inviarci le vostre segnalazioni e le vostre storie. 

Laura, una fatica per nulla 
Sono un’assegnista di ricerca in Statistica, ma a partire dal 1° novembre sarò una disoccupata. Anch’io a febbraio del 2009 ho presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb “Futuro in ricerca” bandito dal Miur di cui vi siete occupati. Io e i miei colleghi (in tutto 5 giovani ricercatori non strutturati e tutti sotto i 32 anni) abbiamo lavorato per settimane giorno e notte per preparare il progetto e spedirlo in tempo per la data di chiusura del bando (il 27 febbraio del 2009, ndr). Come voi avete scritto, non si avranno notizie prima di gennaio. E nel frattempo? Io la mia strada l’ho scelta: a gennaio partirò per Parigi, due anni di contratto post-dottorato e poi si vedrà. Tanto all’estero un lavoro a tempo è sinonimo di flessibilità non di precariato. A febbraio anche uno degli altri 4 ricercatori andrà all’estero in cerca di una borsa post-dottorato. La scuola e l’università italiana continuano a sfornare talenti che il resto del mondo usa. Ma se io ed i miei colleghi non avessimo lavorato tanto per presentare il progetto entro la data stabilita dal bando, cosa sarebbe successo? Facile: saremmo stati esclusi dalla partecipazione al bando. E se il Ministero non rispetta i 180 giorni stabiliti dal bando per concludere la procedura di valutazione cosa succede? A quanto pare niente! Non sarebbe possibile immaginare un mega ricorso (o una class-action) da parte di tutti coloro che hanno presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb “Futuro in ricerca”? Magari cosi al Ministero imparano. E la prossima volta capiscono che le regole valgono per tutti.

Laura Trinchera

Charlotte, lettrice bocciata
Dal 1980 insegno inglese all’Università di Padova presso la facoltà di Lettere, fipartimento di Lingue e Letterature Anglo-Germaniche e Slave. Siamo sempre di meno a insegnare una lingua straniera nelle università italiane. Perché non assumono più lettori-Cel, cioè insegnanti di lingua. Ora li chiamano tecnici linguistici, ma è tutt’altra cosa. Sono insegnante, anche se ufficialmente non è questo il termine che si usa oggi. Negli anni mi hanno chiamato: lettore, pretorile, ex-lettore e, più recentemente (dal 1994) Cel (collaboratore ed esperto linguistico). Comunque, insegno inglese o, come preferiscono dire, ‘addestro’. Come al circo. Altro termine offensivo, non tanto per me e i miei colleghi, ma per gli studenti. Sono plurilaureata: in Italia, negli Stati Uniti ed in Inghilterra. E pluribocciata, ma solo in Italia. Non sono mai riuscita a superare un concorso, sia a livello delle scuole medie inferiori e superiori sia a livello universitario. Eppure sono anni che preparo con successo gli insegnanti delle scuole italiane. E loro sì che vincono! Infatti, alcuni dei miei ex studenti sono docenti nelle scuole medie inferiori e superiori e – udite udite!!! – alcuni sono docenti universitari: ricercatori e professori associati. Cioè i miei nuovi capi.

Charlotte Whigham

Francesca, la fiducia è finita
Innanzi tutto sono quasi commossa nel vedere che su Il Fatto Quotidiano c’è un filo diretto per dialogare con i ricercatori. Normalmente, è meglio non parlare di questi lavoratori di “serie B”. Forse è per questo che in Italia il termine ricercatore non evoca l’immagine di un novello Prometeo che brandisce la fiaccola della scienza, ma piuttosto quella di uno sfigato occhialuto vestito fuori moda, che fa battute autoreferenziali per addetti ai lavori e manca totalmente di una vita sociale. Certo, non è così semplice fare shopping quando sopravvivi a un dottorato con 1000 euro al mese, pagandoti tutte le spese. Non hai molto tempo per coltivare passioni alternative quando lavori spesso più di 8 ore al giorno e normalmente anche i week end (per me che lavoravo nell’ambito della biologia la frase ricorrente era questa: “le cellule sono come le mucche, devono mangiare tutti i giorni”). Forse sono stata codarda, non ho avuto il coraggio di lanciarmi in una nuova avventura e continuare il mio percorso andando a specializzarmi all’estero. Ma ci dovrebbe essere una seconda possibilità, che qui in Italia non è contemplata, né forse contemplabile. Cioè che un ricercatore voglia (o per motivi contingenti debba) rimanere in Italia e mettere il suo sapere al servizio della comunità, creando qualcosa di concreto, di direttamente fruibile, sia esso un prodotto materiale o un servizio. Ho peccato anche di fiducia, speravo che ci fosse più spazio sul mercato. Ma le aziende che possono accogliere un profilo come il mio sono poche. Di solito sono richiesti profili da tecnico, per i quali sono “troppo qualificata” (cioè ambisco ad un livello, quindi ad una paga, superiore). Ci sono poi le piccole aziende che possono usufruire delle agevolazioni per la “formazione-lavoro” che ti accolgono a braccia aperte ma poi non sono in grado di assumere. Io non so quale sia la soluzione. Ma se penso che ho 31 anni e sono donna, questa precarietà mi fa ancora più paura.

Francesca Tocco

Fonte: Il Fatto Quotidiano

12:40 – 29/07/09 – La Lega: test di dialetto per i professori.

Dialetti dItalia
Dialetti d'Italia
Per il Carroccio i docenti devono conoscere la cultura della regione.

“La maggior parte dei professori in servizio al nord è meridionale”

E’ scontro e la riforma si blocca

Fini: “Valutare nel pieno rispetto dei principi fondamentali della Costituzione”

ROMA – I titoli di studio? “Non garantiscono un’omogeneità di fondo e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’insegnante”. Piuttosto, per gli aspiranti prof sarà decisiva “la conoscenze della lingua, della tradizione e della storia delle regioni dove si intende insegnare”, perché “non è possibile che la maggior parte dei professori che insegna al nord sia meridionale”. La Lega, insomma, ci riprova. Con la deputata Paola Goisis che chiede che i criteri “padani” di selezione degli insegnanti vengano inseriti nella riforma della scuola ora all’esame della commissione Cultura della Camera.

Ma il resto della maggioranza non sembra essere d’accordo. E scatta il braccio di ferro tra il Pdl e il Carroccio. Il presidente della commissione, Valentina Aprea (Pdl), sospende il comitato ristretto e chiama in causa direttamente alla conferenza dei capigruppo di Montecitorio. La Lega si oppone. E la riforma, per il momento, si blocca. Con il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ammonisce: “Durante l’esame della riforma la prima commissione e l’aula valutino il pieno e totale rispetto dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale. Si tratta di questione che non può essere opinabile ma che deve essere soltanto riferita a quel che c’è scritto nella Carta”.

“Noi avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola – dice la Goisis – Ma questa non è stata condivisa da tutta la maggioranza. Così abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato all’esame della Commissione Cultura. Abbiamo rinunciato a tutto, tranne che a un punto sul quale insisteremo fino alla fine: ci dovrà essere un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono. Ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante”.

Il capogruppo del Pd in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni, critica l’atteggiamento del centrodestra: “Stupisce veramente la profonda spaccatura – sottolinea – L’istruzione è un tema troppo serio e non può divenire oggetto di pericolose incursioni ideologiche dal sapore tutto nordista”.

Fonte: http://metalmeccanico.blogspot.com/2009/07/bossi-e-la-cricca-padana-interrogano-i.html