12:04 – 14/07/10 – Tu non paghi ed Io Class Action…

Finanziamenti alle scuole. In programma la class action per risarcimento danni.

Nei prossimi giorni sarà notificata al Ministero dell’Istruzione la diffida per la class action per ottenere un risarcimento a favore delle scuole pari ai crediti, circa 1,6 miliardi di euro, che queste vantano nei confronti del Miur.

L’iniziativa è stata promossa dai rappresentanti delle associazioni dei genitori e dalla CGIL al fine ottenere il rispetto del principio costituzionale che prevede l’obbligo per lo Stato di finanziare la scuola della Repubblica e la gratuità del servizio.

20:53 – 12/07/10 – E Io Non Pago!

La 77ª Commissione del Liceo Scientifico Segré di Torino comunica:

Abbiamo fatto il nostro lavoro: ora chiediamo di essere pagati.

Siamo stati nominati commissari d’esame al liceo Segré di Torino, abbiamo corretto i temi, la seconda prova di matematica e i vari quesiti della terza prova; ci siamo scruposolamente attenuti alle precise minuzie della verbalizzazione burocratica, abbiamo ascoltato le tesine degli studenti – alcune nate da una reale motivazione personale, molte stereotipate e raccogliticce -, abbiamo fatto domande e ascoltato le risposte nel colloquio orale, e infine abbiamo firmato due volte griglie e compiti, chiuso i pacchi e sigillato il tutto con la rituale ceralacca e il timbro a secco. Il tutto quantificabile – a occhio – per un totale di circa 80-100 ore.

A un elettricista o a un idraulico si pagano circa 50 euro all’ora, ma a noi – che siamo qualificati professionalmente e laureati, non è previsto che si dia una cifra superiore a qualche centinaio di euro. Si sa, oggi al lavoro degli insegnanti non si riconosce un grande valore e secondo l’opinione pubblica, fortemente orientata e manipolata dai mass media, l’insegnante, in realtà, non è un vero lavoratore. Ultimamente, poi, questa svalutazione si estende a tutti i lavoratori dipendenti, soprattutto se dipendenti dallo Stato. Ed è normale che un calciatore che gioca in serie B percepisca un reddito annuo che è dieci o venti volte quello di un lavoratore dipendente.

Sic eunt res mundi, almeno in questo mondo di calciatori, veline e imprenditori. Questi sono i presupposti nella mentalità e nella prassi della società contemporanea: non stiamo a discuterli qui ed ora, anche se discuterli prima o poi si dovrà.

Un altro presupposto della nostra attuale società – ovvio e consolidato – sembra essere quello in base al quale si paga il lavoro compiuto. Al mercato dopo aver comprato un kg di patate o al ristorante dopo aver pranzato a nessuno verrebbe in mente di andarsene dicendo semplicemente: quando avrò i soldi – e se li avrò – pagherò.

Ma in questa società e in questo stato impregnati dei valori neoliberali degli anni Ottanta e Novanta sta diventando prassi e usanza consolidata per chi ha il cosiddetto coltello dalla parte del manico, insomma per imprenditori pubblici o privati (e la cosa in fondo cambia poco) pagare quando vogliono, e come vogliono, e al limite non pagare proprio. Insomma, siamo giunti, in nome dei valori del neoliberalismo, a una società che oscilla tra il volontariato e lo schiavismo.

Si arriva al paradosso – ben noto a molti professionisti che lavorano per lo stato – di dover pagare (subito) le imposte su un reddito che si riceverà (forse) prima o poi per il lavoro svolto in un ente pubblico che ritarda i pagamenti anche di anni.

Ma, insomma, brevemente e in sintesi, che cosa chiediamo? Che ci paghino, che ci si dia il dovuto, e subito. Se il Ministero, la scuola ecc. non ha i soldi, aveva solo da comunicarlo prima con un po’ di trasparenza: non ci sono soldi; volete venire a lavorare gratis? Dopodiché, ci saremmo comportati di conseguenza e a ragion veduta.

Ma, in realtà, non è questione di quei quattro soldi che non ci vogliono dare. Si tratta di altro. È in primo luogo e soprattutto una questione di principio. Da anni ci vediamo trattati sempre peggio in quanto lavoratori della scuola in specifico e del settore pubblico in generale.

Dobbiamo essere consapevoli che se continuiamo a tacere, tale situazione procederà e si aggraverà ulteriormente. Soltanto prendendo posizione in modo unitario, solidale, fattivo, soltanto da una risposta collettiva in questa direzione possiamo attenderci qualcosa.

Quello che vogliamo allora non sono semplicemente i nostri quattro soldi, che potremmo sempre devolvere a calciatori, veline e imprenditori bisognosi… Il senso del nostro discorso è che si metta un punto fermo a una situazione in rapida degenerazione, si acquisisca consapevolezza di quanto accade e si agisca di conseguenza.

E se anche noi, quando ci si chiede di pagare le tasse, o la bolletta della luce, del gas ecc., rispondessimo che pagheremo quando avremo i soldi, se li avremo e comunque non molto presto?

19:02 – 27/06/10 – I Veri Problemi della Scuola Italiana.

Di Lucio Garofalo

Negli ultimi 16 anni i ministri che si sono avvicendati alla guida del dicastero della Pubblica Istruzione, hanno provveduto solo a varare la propria riforma per lasciare un segno, inevitabilmente infausto, nella storia. L'istruzione è ormai una cavia istituzionale, esposta agli azzardati e scellerati esperimenti riformistici che si sono rivelati semplicemente devastanti. Questi esponenti di governo hanno scambiato lo Stato per un'impresa privata e l'hanno ridotto a brandelli. Su tutti il ministro Mariastella Gelmini, un vero e proprio flagello della cultura che ha oltraggiato profondamente la scuola. Un'istituzione che era il vanto della nazione, con una scuola materna e una scuola elementare giudicate tra le migliori realtà pedagogiche del mondo. E' evidente che gli ideologi del centro-destra sanno bene che il ruolo della scuola è di natura formativa ed eversiva, in quanto ha il compito di forgiare personalità libere e critiche.

I ministri maggiormente affiatati all'interno del governo sono Mariastella Gelmini e Renato Brunetta. Entrambi sono accomunati da due carriere politiche parallele e persino due vite parallele. Entrambi stanno portando avanti due controriforme invise al mondo della cultura e a settori della società civile. Ambedue affrontano il loro incarico come una dura battaglia contro le resistenze opposte da un sistema che non accetta di essere trasformato. Inoltre, entrambi hanno vissuto esperienze personali e professionali spiacevoli e mortificanti, prima di intraprendere l'attività politica e diventare ministri.

Prendiamo in considerazione Brunetta, che si erge a paladino di una “crociata antifannulloni”. Costui appartiene all'aristocrazia dei professori, all'elite dei docenti che guadagnano troppo e, almeno in molti casi, lavorano poco, se non nulla. Lo stesso Brunetta venne a suo tempo censurato per assenteismo dal Rettore dell'Università dove (non) lavorava. Inoltre, Brunetta era un primatista dell'assenteismo anche nel Parlamento Europeo. Insomma, il classico ministro che predica male e razzola peggio.

Per quanto concerne il “Decreto Gelmini”, questo ha imposto una controriforma con decisione unilaterale, senza confronto con i sindacati e le varie componenti del mondo della scuola, senza consultare nemmeno il Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione, senza alcuna riflessione di natura giuridica e tantomeno pedagogica. Sul piano occupazionale le conseguenze sono state subito devastanti e si prospetta nei prossimi anni una vera macelleria sociale. Nel complesso si calcola che il taglio di insegnanti solo nella scuola elementare, per effetto della restaurazione a pieno regime del maestro unico, ammonterebbe ad oltre 80mila posti e saranno i precari ad essere massacrati.

Pertanto, il governo Berlusconi persegue un ritorno al passato che gli permetta di fare cassa, riscuotendo nuovi introiti a scapito della malconcia scuola pubblica, mentre le risorse finanziarie sono dirottate altrove. Scimmiottando con 30 anni di ritardo il modello anglo-americano, cioè la politica neoliberista che ha ispirato le amministrazioni ultraconservatrici della Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli USA, il piano del governo è di subordinare la scuola al servizio del capitale e del mercato del lavoro. La conseguenza finale sarà lo smantellamento della scuola pubblica, per concedere una formazione d'eccellenza ad una platea elitaria e procurare una manodopera crescente a basso costo proveniente dalle scuole pubbliche, riservate alle masse operaie e popolari.

E' questo il modello, miserabile e classista, che ispira la politica, non solo scolastica, del governo Berlusconi, che offende l'istruzione nel nostro paese. Una scuola-parcheggio per bulli e piccoli gangster, dove i docenti sono, nella migliore delle ipotesi, addestratori degli studenti per aiutarli a superare i quiz a risposta multipla (si pensi, ad esempio, alle cosiddette prove Invalsi), soggetti alle valutazioni internazionali. Una scuola sempre più omologante e passivizzante, simile ad una sorta di supermercato dell'offerta educativa, sempre meno comunità educante e democratica. Una scuola che è la negazione della cultura e che, in pratica, produce solo saperi-merci usa e getta.

Si ciancia tanto dei problemi della scuola italiana, ma chi è deputato a risolverli non si adopera affatto in tal senso. In politica ogni soluzione non può essere efficace se non è anche giusta e tempestiva. Il decisionismo e l'efficientismo devono essere calibrati mediante criteri di equità sociale, altrimenti rischiano di essere deleteri. Dunque, vediamo quali sono alcuni dei problemi concreti, ancora irrisolti, della scuola italiana.

Il principale problema della scuola odierna è costituito dalla svalutazione della professionalità degli insegnanti, dallo stato di avvilimento e frustrazione che li attanaglia. Occorre rilanciare in modo concreto la professionalità didattica, rivalutando anzitutto la posizione economica degli insegnanti italiani, che risultano i più sottopagati d'Europa. Per innescare un meccanismo virtuoso occorre rendere appetibile la professione educativa e docente, così da creare le condizioni per indurre le persone più valide e preparate ad aspirare ad un lavoro ben remunerato e molto più apprezzato rispetto al presente. Il recupero del potere d'acquisto condurrà ad un incremento proporzionale del prestigio sociale e favorirà un crescente rendimento qualitativo dei docenti. A beneficiarne saranno anzitutto gli studenti. Questo, in sintesi, è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la scuola italiana.

Un altro problema serio è quello delle attività aggiuntive non obbligatorie, vale a dire i progetti extra-curricolari. Nel campo della didattica i criteri di quantità e qualità sono sovente incompatibili tra loro in quanto si escludono a vicenda. In genere la quantità “industriale” rischia di inficiare la qualità di un progetto, a maggior ragione laddove i progetti sono prodotti in serie. In tal modo le singole istituzioni scolastiche rischiano di diventare vere e proprie fabbriche di progetti, cioè progettifici scolastici.

Personalmente non sono contro i progettifici per rivendicazioni astratte e ideologiche, ma per ragioni legate alla mia esperienza concreta. Nulla mi impedirebbe di essere a favore dei progetti di qualità, purché siano attuati seriamente, ma nel contempo sono cosciente che i casi virtuosi sono eccezioni assai rare. Di norma i “progettifici scolastici” si caratterizzano in modo gretto e negativo per una scarsa creatività e trasparenza, per l'inadeguatezza degli interventi, per una debole rispondenza ai reali bisogni formativi, culturali e sociali degli allievi, mentre obbediscono solo ad una logica affaristica e aziendalistica. Per non parlare dei continui strappi alle regole, delle reiterate violazioni di norme e diritti sanciti dalla legge, delle frequenti scorrettezze e furbizie commesse all'interno delle singole scuole, derivanti da invidie, ambizioni e rivalità individualistiche, contenute in un contesto di direzione autoritaria e verticistica o, in alcuni casi, di leadership pateticamente e falsamente illuminata e paternalistica.

Veniamo, inoltre, alla questione della trasparenza e al tema della democrazia collegiale che ormai versa in uno stato decadente. Dal varo dei Decreti Delegati che nel 1974 istituirono forme e strumenti di democrazia diretta nella scuola, la partecipazione agli organi collegiali si è progressivamente deteriorata. Oggi il potere all'interno degli organi collegiali esclude la massa delle famiglie, degli studenti, del personale docente e non. In pratica l'esercizio del potere decisionale nelle singole scuole è riservato ad una cerchia oligarchica formata dal Dirigente scolastico e dai suoi più stretti collaboratori.

Esaminiamo il caso emblematico di un organo come il Collegio dei docenti. Un tempo questo era la sede deputata a discutere gli argomenti più nobili ed elevati, tematiche psico-pedagogiche e culturali, per cui gli insegnanti, specie i più aperti, coscienti e motivati, avevano modo di confrontarsi e maturare sotto il profilo intellettuale e professionale. Oggi i Collegi dei docenti sono ridotti a centri di mera ratifica formale delle decisioni assunte dai dirigenti. Tale avallo avviene generalmente tramite procedure esautoranti, che umiliano la dignità e la sovranità dei Collegi stessi. Questi sono diventati il luogo più alienante e passivizzante in cui si dibatte di questioni esclusivamente finanziarie, senza la dovuta trasparenza, senza fornire le informazioni concernenti il budget effettivo di spesa. Insomma, i Collegi dei docenti approvano senza neanche conoscere fino in fondo l'oggetto reale previsto all'ordine del giorno, cioè i finanziamenti, talvolta cospicui, che vanno a beneficio di una minoranza di colleghi, coincidente con la cerchia ristretta formata dal cosiddetto “staff dirigenziale”.

Questo processo di logoramento della democrazia partecipativa, della trasparenza e dell'agibilità democratica e sindacale, degli spazi di libertà e legalità nella scuola, è in atto da oltre 15 anni. Tale involuzione in senso autoritario è dovuta ai colpi letali inferti dai governi di centro-sinistra e di centro-destra. Nella fattispecie particolare, le principali responsabilità politiche di tale declino sono da rinvenire in un momento storico-legislativo assai importante: l'istituzione della legge sull'autonomia scolastica.

La mera formulazione giuridica dell'autonomia non ha stimolato le scuole ad esercitare un ruolo di traino e promozione culturale rispetto al contesto di appartenenza. In molti casi, le istituzioni scolastiche hanno assunto una posizione subalterna ai centri di potere vigenti nelle realtà locali. A ciò si aggiunga un crescente imbarbarimento dei rapporti tra i lavoratori della scuola, in quanto questa è divenuta il teatrino di laceranti conflittualità, sorte in molti casi in un clima di debole e sciocco paternalismo. Questi fenomeni alienanti e disgreganti sono un corollario dell'autonomia, nella misura in cui tale normativa non ha favorito un assetto equo ed efficiente, generando soprattutto confusione, contrasti, assenza di certezze, violazione di regole e diritti, incentivando comportamenti furbeschi, spregiudicati ed arroganti, esasperando uno spirito di cinismo, arrivismo e un'accesa competizione per scopi prettamente venali e carrieristici.

19:51 – 25/06/10 – Rapporto Bambini e Adolescenti in Italia: Un Quadro degli Ultimi 10 anni. (EURISPES)

[Sintesi elettronica a cura di TerritorioScuola Server] – In diversi settori, dall'agricoltura all'industria, l'impiego dei piccoli Ciàula in lavori spesso pesanti e malpagati rappresentava una condizione di sfruttamento brutale, ma socialmente accettato.


Sempre la letteratura, con il racconto del Padre padrone di Gavino Ledda ci offre uno scorcio amaro di come l'istruzione non fosse, in quegli anni, un diritto inalienabile per bambini e giovani, ma fosse piuttosto vissuta come un elemento dannoso per l'economia della famiglia….

In alcuni casi, una lettura oggettiva dei fenomeni e dei cambiamenti, ci porterebbe ad individuare delle estremizzazioni: passando dall'assenza dei diritti ad una sorta di sudditanza psicologica, una specie di sindrome da senso di colpa degli adulti nei confronti dei più piccoli che nelle pagine del Rapporto Nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza abbiamo rintracciato nel fenomeno dei figli-padroni.


D'altra parte, occorre constatare che la tutela del minore e il diritto ad una crescita armonica, sebbene riconosciuti come punto cardine del nuovo modo di guardare all'infanzia, non siano sostenuti pienamente dalle stesse Istituzioni che troppo spesso delegano tout court alla buona volontà dei singoli o al lavoro delle associazioni la totale responsabilità in questo particolare àmbito.


Nel 2000, quando Eurispes e Telefono Azzurro decisero di dar vita ad un Rapporto Nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza vi era, ad ispirarci, la consapevolezza che le caratteristiche che andava assumendo la nostra società stessero producendo un progressivo allontanamento dai bisogni e dai diritti dei nostri bambini e dei nostri adolescenti.


Nella prima edizione del Rapporto parlavamo di un'infanzia tradita sottolineando come la società attuale ci costringa a ripensare alla raffigurazione artistica dei bambini nel Medioevo, rappresentati nelle dimensioni naturali, ma con visi ed espressioni da grandi, tanto da sembrarci oggi nani o piccoli mostri….


Nello stesso tempo, era forte la sensazione che l'attenzione e l'impegno delle Istituzioni fossero tanto declamati quanto superficiali e spesso disattesi.
Il Rapporto si proponeva quindi, attraverso la produzione di dati e analisi rigorosamente scientifici, una lettura del problema libera da condizionamenti ideologici e culturali.


L'impresa non era di per sé facile. Vi erano allora stereotipi consolidati ed un approccio al tema con forti connotazioni istituzionali che condizionavano ogni ipotesi di lettura critica della realtà.


Si trattava di lavorare per tentare di superare la tendenza alla semplificazione con la quale si pretendeva di raccontare e interpretare la complessità che caratterizzava, e caratterizza, la realtà delle società moderne e quindi anche la condizione dell'infanzia e dell'adolescenza in particolare e dell'universo giovanile più in generale.


Si assumeva che l'infanzia e l'adolescenza appartenessero a categorie a sé stanti, quasi ad una sorta di limbo temporale in attesa dell'ingresso nella società degli adulti. Una condizione meritevole di cure e di attenzioni, ma comunque esterna alle problematiche sociali e culturali con le quali il mondo degli adulti deve quotidianamente misurarsi.


È evidente che una impostazione di questo tipo non poteva che produrre una progressiva marginalizzazione della condizione dei nostri bambini e adolescenti così come peraltro avviene per gli anziani o le categorie sociali più fragili.


La perdita della consapevolezza che la società, pur nelle sue numerose articolazioni e condizioni, debba essere considerata un tuttuno ha prodotto una cultura verticale che tende ad isolare e a circoscrivere piuttosto che coinvolgere ed integrare.

La tendenza era ed è quella di costruire mondi: i bambini, gli adolescenti, gli adulti, gli anziani, ciascuno con le proprie caratteristiche e le proprie esigenze che finiscono per allontanarsi e spesso per entrare in conflitto….

Perciò chi ancora non è in grado di produrre o chi non produce più deve accontentarsi: i bambini e gli adolescenti di poter consumare e gli anziani di una decorosa, quando possibile, assistenza.


Si è spesso sottolineata l'inadeguatezza delle politiche di sostegno alle famiglie, che risultano carenti sia sul piano economico sia sul piano della programmazione.


In Italia, la assoluta priorità non solo economica, ma anche culturale e sociale della famiglia, viene continuamente e retoricamente declamata, ma nei fatti le politiche familiari italiane si collocano agli ultimi posti in Europa per quantità e per qualità degli interventi.


Tutto ciò è accaduto non come evento necessario in concomitanza con cicli economici fortemente negativi, ma come scelta strategica di lungo periodo….

Basti pensare al tema del quoziente familiare sul quale si discute senza approdare a concreti risultati ormai da molti anni.


Questi sono solo alcuni dei temi che con spirito critico e, per alcuni, con fastidiosa costanza il Rapporto ha proposto all'attenzione dei media, delle Istituzioni e dell'opinione pubblica nel corso di questi ultimi dieci anni.


Il Rapporto ha attraversato, esplorandone anche le pieghe più nascoste, il mondo ed i problemi dell'infanzia e dell'adolescenza segnalando, tutte le volte che è stato possibile, le buone pratiche, l'impegno delle Istituzioni pubbliche e private, i risultati e i successi raggiunti….

Un campione vastissimo, rappresentativo delle diverse realtà geografiche del Paese, stratificato per sesso, età, dimensioni del Comune di residenza.


Niente di eroico, per carità, ma solo l'impegno svolto in completo spirito di servizio di due istituzioni come Telefono Azzurro ed Eurispes che dimostra come anche il privato possa contribuire alla affermazione dell'interesse generale.

Download del Rapporto Bambini e adolescenti in Italia: Un quadro degli ultimi 10 anni.

20:23 – 21/06/10 – I Soldi Pubblici alla Scuola Pubblica…

La scuola pubblica in Italia è allo sbando e a settembre il problema scoppierà in modo devastante.

A Bologna gli insegnanti sono in rivolta contro il ministro Gelmini e il governo per i tagli che producono 42.000 insegnanti in meno, 15.000 bidelli e assistenti in meno, fino a 33 studenti per classe.

In compenso alle scuole private è stato assegnato un miliardo e mezzo di euro.

Lo Stato deve finanziare la scuola pubblica, non quella privata.

Fonte: Beppe Grillo Blog

19:40 – 18/06/10 – Mobilità: le Proroghe per gli Aggiornamenti.

Roma, 18 giugno 2010 – Mobilità docenti 2010/2011, differite le date di scadenza per la scuola secondaria di II° grado.

Con la nota 6047 del 18 giugno 2010 vengono date disposizioni urgenti per le funzioni di organico di diritto e mobilità per la scuola secondaria di II grado.

In particolare, è prorogata:

– al 30 giugno la data ultima per la definizione degli organici docenti del 2° grado e per l’inserimento dei dati;
– al 19 luglio la pubblicazione dei trasferimenti.

19:09 – 18/06/10 – È morto José Saramago, Premio Nobel per la Letteratura.

José Saramago (1922 - 2010)
José Saramago (1922 - 2010)

José Saramago
(1922-2010)

È morto oggi alle Canarie lo scrittore portoghese José Saramago, premio Nobel per la letteratura. Ateo convinto, le sue opere molto critiche nei confronti della religione (Il Vangelo secondo Gesù Cristo e Caino) sono state oggetto di repliche altrettanto decise da parte delle gerarchie ecclesiastiche . Saramago era anche presidente onorario dell’associazione Luca Coscioni.

Ad memoriam.

José Saramago[Su Silvio Berlusconi]:

“Non vedo quale altro nome potrei dargli. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte del paese di Verdi se un vomito profondo non riesce a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene e distruggere il cuore di una delle più ricche culture europee.” (da La cosa Berlusconi, El País, 7 giugno 2009; citato ne il manifesto, 8 giugno 2009, p. 2)

Citazioni di José Saramago
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