18:33 – 26/11/09 – Meno libri per tutti, tagliati 103 milioni per i più poveri…

Questa volta i tagli previsti dall’ultima Finanziaria non passeranno inosservati perché mettono in crisi una misura che è un pilastro della scuola pubblica dal 1967 e che serve a garantire il diritto allo studio a tutti i ragazzi. La notizia sembra imbarazzare anche il governo: sono stati soppressi i fondi che servivano a fornire libri di testo gratis agli alunni meno abbienti nella scuola dell’obbligo.

Si tratta di 103 milioni di euro che, fino a oggi, venivano indirizzati agli enti locali per pagare i buoni libro.“Il governo – commenta il capogruppo Pd in commissione Cultura alla Camera, Manuela Ghizzoni – ha cancellato con la Finanziaria lo stanziamento di soldi che, come dimostra anche il servizio studi di Montecitorio, sono destinati alla fornitura gratuita dei libri di testo a chi non può permetterseli”.

Replica il ministero dell’Istruzione: “I finanziamenti per il 2010 sono già previsti. Saranno infatti assicurati dalle risorse che il governo sta predisponendo e che saranno anche in parte recuperate tramite il rientro dei capitali. É la nostra priorità”.

Se ne deduce che la possibilità, per gli studenti in difficoltà economiche, di accedere ai testi scolastici è appesa allo scudo fiscale: “Prima o poi – ragiona la Ghizzoni – si scoprirà che lo scudo non basterà per tutto. Ogni volta che tagliano, ci raccontano che possiamo stare tranquilli perché rientreranno i capitali dall’estero”. E soprattutto lo scudo è una misura una tantum che finanzierà l’accesso ai libri per un solo anno, mentre i 103 milioni ne avrebbero coperti tre.

Proprio questo lascia perplessa la Ghizzoni, cioè che l’impegno del governo si limiti, come conferma il portavoce del ministro Mariastella Gelmini, a garantire la gratuità dei testi solamente per il 2010: “E’ una beffa. A parte il fatto che non ci sono certezze, ma solo parole, se anche il ministero dell’Istruzione fosse sincero, sta promettendo solo una norma tampone. Quest’anno doveva essere rinnovato il prossimo triennio, come ha fatto tre anni fa il governo Prodi e come sempre avviene. Nel 2011 invece saremo scoperti. Anche il ministro Bondi, ieri in aula, ha ammesso che questo allarme è reale”.

E al ministero dell’Istruzione ammettono che ancora non sanno dove troveranno i fondi il prossimo anno. La preoccupazione emerge anche negli ambienti sindacali: “Questa nuova mossa del governo – dice il segretario generale della Cgil scuola, Mimmo Pantaleo – si inserisce in un’opera di demolizione della scuola pubblica”. E aggiunge: “Si va disperdendo il concetto di gratuità dell’istruzione e tutto ciò – sottolinea il sindacalista – finirà per gravare sulle famiglie, con conseguenze molto pesanti sui loro bilanci considerando la crisi economica che ancora attanaglia il paese”.

Attacca anche la Cisl: “Il mancato stanziamento dei 103 milioni di euro, destinati alla fornitura dei libri di testo per gli alunni meno abbienti, penalizza ingiustamente – dice il segretario generale della Cisl scuola, Francesco Scrima – coloro che hanno minori possibilità economiche. É inconcepibile che un paese civile e che si vanta di essere la sesta potenza economica del mondo ostacoli in questo modo l’esercizio del diritto allo studio”.

Né il ministero dell’Istruzione, né quello dell’Economia, sanno dire come verranno utilizzati i fondi sottratti alla scuola.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

16:19 – 18/11/09 – Gli studenti tornano in piazza per il No Gelmini Day

Di Daniele De Chiara

“Riprendiamoci il futuro”, era scritto su uno striscione che apriva il corteo di Milano. A tenerlo, ragazzi e ragazze in piazza in occasione della “Giornata universale per il diritto allo studio”. Sì, un diritto.

Tutto mentre il ministro Maria Stella Gelmini, minimizzava le iniziative e “bocciava” le oltre 50 manifestazioni, sparse per l’Italia, con un semplice: “Sono quasi tutti legati al mondo dei centri sociali”. Non sembrava. A Milano ci sono state forti tensioni con le forze dell’ordine, che in seguito a scontri con i manifestanti hanno operato fermi, arresti e denunce.Mentre, nell’aria, si sentiva il grido: “Noi la crisi non la paghiamo!”. In mancanza della consueta scorta della polizia, gli studenti si sono mossi liberamente per le vie del centro. Il corteo, tra fumogeni colorati e megafoni che deridevano ministro, sindaco e assessore, ha creato disagi al traffico mentre venivano rovesciati cassonetti.

Quindi un blitz negli uffici dell’assessorato: “Hanno provato a bloccarci – racconta una ragazza del quarto ginnasio -: mentre scappavo avevo paura di cadere, lo zaino mi appesantiva”. Nell’inseguimento sono state danneggiate alcune auto “siete solo teppisti!” gridava un agente, e i carabinieri hanno fatto un largo uso di manganelli e scudi. In piazza dei Mercanti si è assistito ad un ulteriore scontro che ha portato al fermo di quattro ragazzi, due dei quali arrestati, e ad alcune denunce. “È per questo che non risulto come contuso o ferito”, commenta un liceale con grossi lividi, “non voglio mica farmi identificare, sono una vittima”.

Dopo una trattativa con alcuni funzionari della Digos, è stato permesso agli studenti di muoversi in corteo verso piazza Fontana. La giornata si è chiusa con un presidio in piazza San Babila, solidale con i ragazzi portati in questura. Ma, a Milano, sono giorni “particolari”; giorni in cui la tensione si sente. La Moratti ha fatto sgomberare del liceo Gandhi: dopo una notte di occupazione, la polizia è inter-venuta con una fiamma ossidrica. Sempre nei giorni scorsi sono stati arrestati cinque militanti dei collettivi che avevano fatto un’irruzione in una sede milanese degli studenti cattolici di CL.

Quindi ieri…Nel resto di Italia, invece, le manifestazioni si sono svolte pacificamente. A Catania e Palermo il traffico è andato in tilt. “Cani sciolti”, nella maggioranza dei casi. A Torino e a Bari gli universitari hanno occupato il rettorato in seguito a manifestazioni a cui hanno partecipato in migliaia. Nel capoluogo piemontese si è assistito a un innocuo lancio di uova contro la sede regionale del ministero, mentre i manifestanti esponevano un enorme profilattico finto con la scritta “preserviamo l’università”. A Firenze gli studenti hanno occupato i binari della stazione S.M. Novella. A Napoli hanno sfilato in cinquemila, mentre a Roma sono state distribuite banane come denuncia dello stato della nostra Repubblica.

Tutti dei centri sociali come dice la Gelmini? Risponde Luca, un quindicenne di Milano: “Siamo nati quasi tutti dopo la caduta del muro, il ministro tenta di delegittimarci, ma non risponde alla domanda di soldi senza i quali la scuola pubblica è spacciata”. “E’ vero che vado al centro sociale,” continua, “ma proprio per questo le iniziative le organizziamo autonomamente, senza partiti o sindacati che ci dicano che fare o ci finanzino”. L’ex – Onda intanto si prepara per le prossime mobilitazioni, in attesa che qualcuno provi a mettersi alla testa di questa rabbia senza leadership.da

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2009

10:35 – 01/11/09 – Gelmini e Meritocrazia: col suo CV, è credibile?

Ho letto i tuoi giudizi sul ministro Gelmini e il commento piccato di un lettore e vorrei entrare in merito alla discussione.

Ho vinto recentemente a 39 anni un concorso pubblico in Francia. Questo e’ il mio CV: diploma liceo scientifico statale 60/60, laurea in Fisica 110/110 lode, dottorato alla SISSA, 6 anni a Londra MRC, un anno a Yale, 4 anni a Basilea e ora posto all’INSERM. 26 pubblicazioni in stampa e sono editor di un libro.

Sono una mosca bianca? Assolutamente no, sono uno dei tanti, sicuramente non tra gli scienziati di punta e non mi ritengo un genio. Infatti, se guardiamo alle statistiche pubblicate dall’INSERM, il profilo degli altri vincitori e’ molto simile al mio. Tutta gente che ha fatto grandissimi sacrifici ed esperienze e superato ostacoli.

La mia ambizione non e’ quella di fare il ministro, voglio fare ricerca, ma ci sono altre persone vedi Associazione Marie Curie che con un CV simile vorrebbero contribuire a rinnovare universita’ e ricerca in Europa. E persone che sono arrivate da qualche parte solo attraverso i loro sacrifici sono un esempio per i piu’ giovani.

Ora veniamo alla Gelmini che parla di “meritocrazia”. Con il suo CV e’ credibile? Che esempio da’ ai giovani?

Prendiamo due ragazze: una e’ la prima della classe, si laurea col massimo in corso, fa il dottorato e poi gira il mondo senza raccomandazioni distinguendosi ovunque per il suo lavoro. L’altra e’ bocciata, passa a fatica in una scuola privata, passa un concorso con un sotterfugio.

Vi sembra normale che questa persona stia sulla poltrona che decide se la sua coetanea piu’ brava debba oppure no avere un posto a tempo indeterminato? Ma se come la Gelmini giustamente dice devono essere i migliori ad andare avanti, come mai lei e’ ministro?

Cordiali saluti, Marco Canepari, p_artusi@virgilio.it

13:14 – 30/10/09 – L'Università privata di tutto: resta il business..

Siamo alla frutta
Siamo alla frutta

di Caterina Perniconi 

Il Governo conferma la riforma e i tagli di Tremonti: 1000 milioni in meno in 5 anni. I manager guideranno gli atenei 

La fine di un’epoca. Con la riforma dell’Università approvata ieri dal Consiglio dei ministri, sostanzialmente si chiude il capitolo ‘Università pubblica’ in Italia. Il nostro paese non è più in grado di sostenere il sistema e garantirne l’eccellenza. Perciò apre ai privati, che presiederanno i Consigli d’amministrazione e, inevitabilmente, influiranno sull’autonomia degli atenei.

Deriva aziendalistica
Il progetto del ministro Gelmini prevede che il 40% dei membri dei Cda provengano dall’esterno (compreso, al bisogno, il presidente) e l’introduzione di un manager al posto del direttore amministrativo. Su questo aspetto si è mostrato contrario anche il capogruppo dei senatori del Pdl Gasparri: “Personalmente – ha detto – ritengo sbagliato far eleggere il presidente del Cda dai componenti piuttosto che dal rettore. L’Università ha una sua specificità che va mantenuta”. I Consigli di amministrazione assorbiranno gran parte dei poteri del senato accademico e saranno composti dal rettore, da uno studente e da, massimo, altri nove componenti. Dunque sarà diminuita la rappresentanza e il pluralismo di opinioni, proprio nel momento in cui arrivano i privati. Del resto già l’anno scorso era stata inserita, nella legge per lo sviluppo economico, la trasformazione degli atenei in fondazioni. “Siamo molto preoccupati da questa deriva aziendalistica – spiega Claudio Ricciocon l’alibi della situazione economica sono previsti ovunque aumenti delle tasse. Tasse alte ed esterni negli organismi decisionali sono le principali caratteristiche degli atenei privati. Ciò vuol dire che entro nove mesi dall’approvazione (tempo previsto dalla riforma per essere recepita, ndr) tutte le università statali diventeranno di fatto private”.

Conferma dei tagli
Ma questo è solo uno dei temi affrontati nel disegno di legge. Di sicuro quello più caro a Tremonti, che vuole alleggerire il finanziamento pubblico agli atenei. In 5 anni, infatti, saranno tagliati dal Fondo di finanziamento ordinario più di 1000 milioni, pari al 15% del totale. E, nonostante i proclami che anche ieri il titolare di via XX Settembre ha ribadito in conferenza stampa sul recupero dei soldi con lo scudo fiscale, il taglio non è mai stato rettificato. “La proposta del ministro Gelmini – ha dichiarato la Conferenza dei Rettori – rappresenta un’occasione fondamentale. Ma ora è indispensabile, e per più aspetti pregiudiziale, che all’avvio del processo riformatore e a garanzia della sua credibilità, corrisponda una disponibilità adeguata di risorse. A partire da quanto sarà garantito al finanziamento degli atenei per il 2010. Se il taglio fosse confermato provocherebbe il crollo di buona parte del sistema universitario”.

Regole superficiali
Le università saranno rese più autonome nella gestione dei fondi, e verranno valutate dall’Anvur (Agenzia nazionale della valutazione dell’Università e della Ricerca introdotta nella precedente legislatura). I meritevoli avranno più soldi, gli altri li perderanno. Un metodo esistente anche all’estero, che però ha bisogno di essere regolato. “Oggi – racconta Michele Cascella, professore emigrato in Svizzera – si valutano le università nel loro complesso e questo è sbagliato. Perché se un ateneo ha un dipartimento eccellente e cinque scadenti, anche chi ha lavorato virtuosamente verrà spazzato via. Servono regole più precise e non così superficiali”.

Sorteggi infiniti
La riforma prevede anche l’introduzione dell’abilitazione nazionale per l’accesso di associati e ordinari. “L’abilitazione – ha spiegato il Ministro – è attribuita da una commissione nazionale, anche con membri stranieri, che saranno sorteggiati”. Già, il sorteggio: un metodo che, come il Fatto Quotidiano ha raccontato con il bando “Futuro in ricerca”, non funziona (in 6 mesi il Ministero dell’università e della ricerca non è riuscito a scegliere 20 nomi in una rosa di 60). Adesso la Gelmini vuole riproporlo e istituzionalizzarlo per una commissione che avrà potere sul futuro degli studenti. Il Ministro, in conferenza stampa, non risponde alle domande. Resta aperta la questione: non esiste altro metodo?

Precari senza borsa
Arriveranno all’abilitazione i ricercatori che saranno stati contrattualizzati a tempo determinato per 6 anni (3+3). Quindi non c’è più la terza fascia docente e non è chiaro chi li sceglierà e con quale metodo. Al termine dei 6 anni il ricercatore, se abilitato, sarà confermato a tempo indeterminato come associato. Soldi permettendo. Che per il momento le università non hanno. “Noi studenti non siamo contrari ai metodi di valutazione – spiega Lorenzo Zamponi, dottorando di Padova – ne vorremmo anche di più selettivi. Ma purtroppo non si possono valutare gli studenti sulla base di una ricerca che non possono fare perché non ci sono soldi. In più questa riforma prevede che in quei 6 anni i ricercatori si dedichino alla didattica, cioè insegnino abusivamente”. Tra le novità, inoltre, quella che preoccupa di più gli studenti è l’abolizione delle borse post-dottorali. “Ammetto che non è dignitoso trovarsi a più di 30 anni dopo aver studiato per almeno 10, con una borsa di studio – dice Francesca , ricercatrice romana – e che sarebbe auspicabile che queste fossero davvero sostituite da contratti seri. Ma il mio dubbio è: tutte le persone che sopravvivevano con la borsa di studio che faranno? Avranno un contratto o andranno a casa?”

Diritto per delega
È prevista inoltre la delega al governo per cambiare la legge sul diritto allo studio. Ciò significa che la riforma non sarà discussa in Parlamento. L’obiettivo è quello di versare altre borse ai più meritevoli. Ma ogni anno molti ‘idonei’, cioè bisognosi di contributo per studiare, non ricevono i soldi per mancanza di fondi. Sarà difficile coprire quella spesa e averne altri per i più bravi. E poi: aumento del ‘prestito d’onore’, fondato anche questo sull’intervento dei privati (è un metodo usato all’estero dagli studenti che chiedono soldi alle banche per studiare e li restituiscono con gli stipendi). Ma l’Italia non è l’America, i ricercatori restano precari a lungo e senza regole rischiano di trasformarsi in un esercito di indebitati cronici.

Le reazioni
Ieri gli studenti hanno manifestato in tutt’Italia contro la riforma. A Roma gli universitari di Link hanno occupato per qualche minuto alcuni uffici del ministero. Sit-in di protesta davanti alle prefetture fino a notte fonda a Torino, Genova, Napoli, Lecce, Siena, Taranto e Bari. Per la Cgil la riforma “è un’operazione scopertamente autoritaria, una netta invasione di campo nei confronti dell’autonomia universitaria”. Per la Cisl “manca una concreta soluzione alla situazione dei ricercatori ai quali si continua a negare lo status della docenza introducendo ambiti di precarietà che ne indeboliscono ulteriormente il ruolo”. Secondo il Partito democratico “la Gelmini tradisce completamente i propri impegni e non fornisce risorse aggiuntive. Aveva detto che le riforme sarebbero state scambiate con le risorse ma nel ddl non c’è n’è traccia”. “La riforma dell’università non è stata concertata con i diretti interessati – dichiara l’Italia dei Valori – i quali saranno costretti a subire le scelte di un governo irresponsabile che sbarra l’accesso agli atenei e che ragiona con la sola logica dei costi”. Forse si ritroveranno tutti in piazza il 17 novembre, giorno fissato dagli studenti per la manifestazione nazionale.

Pubblichiamo di seguito tre delle e-mail che ci avete inviato all’indirizzo ricercatori@ilfattoquotidiano.it

Continuate ad inviarci le vostre segnalazioni e le vostre storie. 

Laura, una fatica per nulla 
Sono un’assegnista di ricerca in Statistica, ma a partire dal 1° novembre sarò una disoccupata. Anch’io a febbraio del 2009 ho presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb “Futuro in ricerca” bandito dal Miur di cui vi siete occupati. Io e i miei colleghi (in tutto 5 giovani ricercatori non strutturati e tutti sotto i 32 anni) abbiamo lavorato per settimane giorno e notte per preparare il progetto e spedirlo in tempo per la data di chiusura del bando (il 27 febbraio del 2009, ndr). Come voi avete scritto, non si avranno notizie prima di gennaio. E nel frattempo? Io la mia strada l’ho scelta: a gennaio partirò per Parigi, due anni di contratto post-dottorato e poi si vedrà. Tanto all’estero un lavoro a tempo è sinonimo di flessibilità non di precariato. A febbraio anche uno degli altri 4 ricercatori andrà all’estero in cerca di una borsa post-dottorato. La scuola e l’università italiana continuano a sfornare talenti che il resto del mondo usa. Ma se io ed i miei colleghi non avessimo lavorato tanto per presentare il progetto entro la data stabilita dal bando, cosa sarebbe successo? Facile: saremmo stati esclusi dalla partecipazione al bando. E se il Ministero non rispetta i 180 giorni stabiliti dal bando per concludere la procedura di valutazione cosa succede? A quanto pare niente! Non sarebbe possibile immaginare un mega ricorso (o una class-action) da parte di tutti coloro che hanno presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb “Futuro in ricerca”? Magari cosi al Ministero imparano. E la prossima volta capiscono che le regole valgono per tutti.

Laura Trinchera

Charlotte, lettrice bocciata
Dal 1980 insegno inglese all’Università di Padova presso la facoltà di Lettere, fipartimento di Lingue e Letterature Anglo-Germaniche e Slave. Siamo sempre di meno a insegnare una lingua straniera nelle università italiane. Perché non assumono più lettori-Cel, cioè insegnanti di lingua. Ora li chiamano tecnici linguistici, ma è tutt’altra cosa. Sono insegnante, anche se ufficialmente non è questo il termine che si usa oggi. Negli anni mi hanno chiamato: lettore, pretorile, ex-lettore e, più recentemente (dal 1994) Cel (collaboratore ed esperto linguistico). Comunque, insegno inglese o, come preferiscono dire, ‘addestro’. Come al circo. Altro termine offensivo, non tanto per me e i miei colleghi, ma per gli studenti. Sono plurilaureata: in Italia, negli Stati Uniti ed in Inghilterra. E pluribocciata, ma solo in Italia. Non sono mai riuscita a superare un concorso, sia a livello delle scuole medie inferiori e superiori sia a livello universitario. Eppure sono anni che preparo con successo gli insegnanti delle scuole italiane. E loro sì che vincono! Infatti, alcuni dei miei ex studenti sono docenti nelle scuole medie inferiori e superiori e – udite udite!!! – alcuni sono docenti universitari: ricercatori e professori associati. Cioè i miei nuovi capi.

Charlotte Whigham

Francesca, la fiducia è finita
Innanzi tutto sono quasi commossa nel vedere che su Il Fatto Quotidiano c’è un filo diretto per dialogare con i ricercatori. Normalmente, è meglio non parlare di questi lavoratori di “serie B”. Forse è per questo che in Italia il termine ricercatore non evoca l’immagine di un novello Prometeo che brandisce la fiaccola della scienza, ma piuttosto quella di uno sfigato occhialuto vestito fuori moda, che fa battute autoreferenziali per addetti ai lavori e manca totalmente di una vita sociale. Certo, non è così semplice fare shopping quando sopravvivi a un dottorato con 1000 euro al mese, pagandoti tutte le spese. Non hai molto tempo per coltivare passioni alternative quando lavori spesso più di 8 ore al giorno e normalmente anche i week end (per me che lavoravo nell’ambito della biologia la frase ricorrente era questa: “le cellule sono come le mucche, devono mangiare tutti i giorni”). Forse sono stata codarda, non ho avuto il coraggio di lanciarmi in una nuova avventura e continuare il mio percorso andando a specializzarmi all’estero. Ma ci dovrebbe essere una seconda possibilità, che qui in Italia non è contemplata, né forse contemplabile. Cioè che un ricercatore voglia (o per motivi contingenti debba) rimanere in Italia e mettere il suo sapere al servizio della comunità, creando qualcosa di concreto, di direttamente fruibile, sia esso un prodotto materiale o un servizio. Ho peccato anche di fiducia, speravo che ci fosse più spazio sul mercato. Ma le aziende che possono accogliere un profilo come il mio sono poche. Di solito sono richiesti profili da tecnico, per i quali sono “troppo qualificata” (cioè ambisco ad un livello, quindi ad una paga, superiore). Ci sono poi le piccole aziende che possono usufruire delle agevolazioni per la “formazione-lavoro” che ti accolgono a braccia aperte ma poi non sono in grado di assumere. Io non so quale sia la soluzione. Ma se penso che ho 31 anni e sono donna, questa precarietà mi fa ancora più paura.

Francesca Tocco

Fonte: Il Fatto Quotidiano

08:00 – 17/10/09 – Cambiano gli Indirizzi Scolastici: si torna al passato…

La scure della “riforma Gelmini” intende tagliare 131.900 teste nel prossimo triennio, tra bidelli, docenti e personale di segreteria, secondo il programma fissato dal Ministero dell’Economia a giugno dello scorso anno (DL 112/08). Già allora, quando non c’era alcun segnale di crisi economica, si era deciso di destinare “la torta” di 8 miliardi di euro sottratti alla scuola ad altri scopi: offrire un’Alitalia senza debiti ai soci CAI, comprare nuovi cacciabombardieri, o per finanziare un ambizioso ponte che non vedrà mai la luce. Scuole elementari, “medie” e superiori sono state chiamate ad offrire il proprio terzo di “torta”,suddivisa in parti pressoché uguali. È chiaro che il governo intende raggiungere l’obiettivo di fare cassa a spese dell’istruzione pubblica lontano dai riflettori, o fingendo di perseguire altro. A questo scopo, in particolare la “Riforma delle superiori”, prevede una realizzazione in tre tempi: un oggi, un domani (in vigore dal settembre 2009) e un dopodomani (dal 2010).

Proviamo ad analizzare i tre tempi.

1. OGGI. Si approva e si rende operativo con effetti immediati la parte di manovra che si vuole pubblicamente visibile: una operazione di facciata che si può definire “per una scuola seria”, ottima dal punto propagandistico perché, posta in questi termini, non può che essere unanimemente condivisibile, malgrado sia a costo zero. Si afferma con grande enfasi che si vuole premiare il merito, anche se dietro la facciata non c’è assolutamente nulla, perché non si vede quali leggi e quali articoli ne parlano, ossia come, dove e il merito di chi. Un obiettivo tanto più paradossale se si pensa che tanto più alte sono le invocazioni al merito quanto minori sono i meriti di chi invoca…

Si afferma ancora che si intende promuovere una scuola più severa e in questo caso si dà sostanza all’affermazione approvando, ad esempio, le nuove norme sull’ammissione all’Esame di Stato del prossimo 25 giugno. Ad inizio anno vigevano le norme stabilite dal precedente ministro (DM 42 del 22/5/2007), poi, il 13 marzo, il Consiglio dei ministri stabilisce che, per l’ammissione, è necessario almeno il 6 in condotta ed in tutte le materie, in ultimo, l’8 aprile, il ministro ci ripensa ed emette la circolare n.40: è ammesso all’esame di Stato chi ottiene la media del 6!

L’ansia di apparire efficienti e inflessibili, cambiando continuamente le norme ad anno scolastico in corso, aumenta forse la popolarità dei “giustizieri”, ma genera grande confusione non solo tra studenti e docenti, ma anche tra gli stessi dirigenti, costretti a recepire circolari ogni giorno diverse.

La tanto propagandata campagna per la bocciatura con il 5 in condotta è, da questo punto di vista, ancora più “esemplare”. Viene sbandierata con grande clamore, viene approvata con la legge 169 del 30/10/2008 e se ne specificano i contenuti con il DM 5 del 16/1/2009. Qui si spiega che il 5 in condotta “deve scaturire […] esclusivamente in presenza di comportamenti di particolare gravità […] che comportino l’allontanamento temporaneo dello studente dalla scuola per periodi superiori a 15 giorni”. Lo schema di regolamento approvato il 13/03/2009, però, stabilisce che il 5 in condotta si applica anche nei casi di mancanze ai seguenti doveri: “…frequentare regolarmente i corsi e assolvere assiduamente agli impegni di studio …avere nei confronti del personale tutto della scuola e dei compagni lo stesso rispetto, anche formale, che si chiede per se stessi …utilizzare correttamente le strutture, i macchinari e i sussidi didattici e non arrecare danni al patrimonio della scuola…” insomma la casistica diventa vastissima e, di pari passo, diventa enorme il potere discrezionale dei docenti. Non a caso la norma ha trovato buoni difensori all’interno delle scuole, tra quei docenti che hanno visto negli ultimi anni venir meno la propria autorevolezza. Molti sembrano trascurare che l’inasprimento degli strumenti repressivi non è di per sé garanzia nell’ottenimento di una maggiore “disciplina”. Una norma cambiata ad anno in corso, inoltre, offrirà il fianco ai ricorsi dei genitori che riterranno i propri figli ingiustamente danneggiati, con ottime possibilità di successo, se potranno permettersi le spese legali.

A questo si aggiunga pure che modelli scolastici come quello anglosassone, che da anni si distingue per una maggiore severità, non sembra ottenere migliori successi in fatto di rispetto delle regole e delle persone da parte degli studenti. I “nostri ragazzi” saranno forse meno bravi dei loro coetanei d’oltralpe nel mettere crocette su un questionario prestampato, ma mai ad oggi sono entrati in una scuola con un fucile, sono significativamente meno inclini al suicidio e raramente aggrediscono i loro docenti con pugni o armi. Se realmente si vuole un maggior rispetto, inoltre, meglio farebbero i docenti a pretenderlo dai mezzi di informazione e dagli stessi ministri, perché le dicerie sui professori ignoranti e scansafatiche sono state negli ultimi anni artatamente calato dall’alto, erodendone “il prestigio”.

Sull’oggi vale la pena di aggiungere che molte scuole sono in forte “sofferenza economica” perché costrette ad anticipare le somme per il pagamento dell’ordinaria amministrazione, delle visite fiscali rese obbligatorie anche per un solo giorno d’assenza e delle supplenze. Questi Istituti vedono crescere a dismisura il credito vantato nei confronti di uno Stato che da mesi non eroga quanto dovuto e hanno dovuto rinunciare a corsi di recupero per studenti in difficoltà, risparmiare sulla carta igienica e lasciare “scoperte” le classi con docenti in malattia.

2. DOMANI. Se ne parla poco o niente, ma le bozze di regolamento divenute legge il 27 febbraio contengono un taglio del personale scolastico delle “superiori” nell’ordine delle diverse migliaia già a partire dal settembre 2009. Si tratta di quel terzo di “non docenti” (personale ATA) che “salterà” già dal prossimo anno (circa un terzo di 15.167) al quale si aggiungono più di 11.000 docenti. Questi saranno tagliati principalmente per effetto di due misure: la riconduzione delle cattedre a 18 ore e l’innalzamento del rapporto alunni/classe. La prima delle due misure equivale a far sì che nessun docente abbia “ore a disposizione”, secondo alcuni utilizzate sino ad oggi per fare shopping o per far pascolare il chihuahua. In realtà queste ore, molto rare e presenti solo in alcune discipline, vengono utilizzate, ad esempio, per coprire le “assenze brevi”, per l’alternativa all’insegnamento della religione o per progetti di recupero e potenziamento. Eliminare queste ore cancellerà uno spazio di flessibilità rivelatosi prezioso per rimodellare l’offerta formativa sulla base di mutevoli esigenze.

L’aumento del rapporto alunni/classe, poi, promette di avere effetti ancora più gravi per il futuro delle scuole superiori. Le “norme per la riorganizzazione della rete scolastica”, in vigore dal 27/2/2009, prevedono infatti un numero minimo per la costituzione delle classi prime pari a 27 alunni e un massimo di 30, con una possibile oscillazione del 10%. Ciò equivale a dire che dal prossimo anno dovranno esserci dai 25 ai 33 alunni per classe, con conseguenze immaginabili sulla didattica, perché chiunque abbia provato ad insegnare sa che non è possibile svolgere una lezione decente in una classe affollata. Mai come in questo caso si rilevano i danni enormi che, per i ragazzi e la loro formazione, può produrre una “riforma” pensata e scritta da persone che mai si sono avvicinate ad una cattedra.

A questo si aggiunga che un’aula gremita è un’aula potenzialmente pericolosa. Il Ministero lo sa, per cui ha promesso di emanare un elenco delle scuole che, per carenze strutturali, potranno conservare i parametri preesistenti. Questo elenco, però, tarda ad arrivare, perché nessuna o quasi delle nostre scuole può garantire la sicurezza con classi di 27 o 33 alunni. Non a caso negli anni una serie di norme hanno cercato di fissare criteri che non dovrebbero essere ignorati, per affrontare possibili incendi e calamità naturali. In particolare il punto 5 del decreto 26/8/1992 del Ministero dell’Interno: “Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica”, pone un limite massimo di 26 persone (25 alunni) per classe. Il D.M. 18/12/1975 indica inoltre “gli spazi minimi vitali per garantire la funzionalità dei locali scolastici”, pari a 1,96mq per alunno. Non è un caso se molti moderni edifici scolastici hanno aule di 52mq, perché contengano non oltre le 26 persone. Le leggi richiamate sono ancora vigenti e ad esse si aggiunge oggi il DLGS 81 del 2008″ DLgs 81/08 (TU della sicurezza sul lavoro) che definisce la scuola “luogo privilegiato per promuovere la cultura della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”. In questo luogo “privilegiato” si vogliono inscatolare un numero tale di alunni che già il minimo (27) è superiore al massimo consentito dalle norme anti-incendio. È prevedibile che, qualora domani si verificasse una disgrazia in un’aula sovraffollata, i nostri ministri, dimentichi del calcolo criminale fatto oggi, incolperanno l’onnipresente fatalità o quei presidi ai quali si chiede oggi di mettere da parte ogni residuo di dignità e di essere fedeli esecutori di ordini: affollando aule, sperimentando riforme a scatola chiusa o denunciando clandestini!

3. DOPODOMANI. Le classi prime che si costituiranno nel settembre 2010 dovranno fare i conti con la “revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei Licei” e “degli Istituti tecnici”. Essi hanno in comune il notevole taglio al monte ore settimanale e costituiscono la parte “strutturale della riforma”, quella si propone di modificare scopi e contenuti didattici dei nostri Istituti superiori. Si disegnano due canali ben distinti e separati, con 6 indirizzi liceali sempre meno professionalizzanti (pensati per chi dovrà iscriversi all’università) e 11 istituti tecnici più poveri di contenuti culturali e sempre più legati al mondo delle aziende (che farà il suo ingresso “paritetico” negli organismi decisionali). Si cancellano tutte le sperimentazioni e tutti quegli indirizzi, come il liceo scientifico-tecnologico, che potevano costituire “un ponte” tra i due canali.

Di pari passo si intende far viaggiare la regionalizzazione dell’Istruzione e Formazione professionale e in tal senso appare indicativo il protocollo d’intesa firmato da Gelmini e Formigoni il 16 marzo 2009.

Si discute in Parlamento poi la “Proposta di legge Aprea” n. 953, che intende trasformare le nostre scuole in fondazioni (Art.2) con partner pubblici e privati. Queste saranno strutturate secondo un rigido modello piramidale (Art.3) con il dirigente al vertice e, più in basso, il suo vice, il “Consiglio di amministrazione” che sostituisce quello di Istituto (Art.5 e 6) e il Collegio dei docenti. Tra questi verrà stabilita una gerarchia (art.17) con docenti “esperti” (quei baroni che, lungi dall’essere cancellati dalle università, vengono proposti anche alle superiori), docenti “ordinari” e, buoni ultimi, quelli “iniziali”, sottopagati e continuamente ricattabili, perché soggetti a controlli periodici, come la caldaia.

Tutti gli importanti e articolati programmi per il “dopodomani” meriterebbero però uno specifico approfondimento, perché non si limitano a perseguire l’obiettivo del risparmio di cassa, ma intendono evidentemente modificare volto e sostanza delle nostre scuole superiori. È quantomeno anomalo che tali svolte “epocali” vangano concepite in segreto e maturino in assenza di un dialogo con le parti direttamente coinvolte, quelli che in classe entrano ogni giorno: gli studenti e i loro docenti.

Studenti, genitori e lavoratori della scuola, il governo e le finte opposizioni ci costringono oggi ad una scelta: difendere il futuro della scuola statale o stare alla finestra in attesa che la smantellino!

Fonte: tagicon

19:54 – 10/10/09 – Scuola, Anief: Basta bavagli ai precari, questa è loro rivincita

“Non non ci fermiamo: i diritti dei precari vanno rispettati, a costo di arrivare alla Corte costituzionale”: ad annunciarlo ad Apcom è Marcello Pacifico, presidente del sindacato Anief, dopo che il Tar del Lazio ha imposto al ministero dell’Istruzione di dare attuazione all’ordinanza di ottemperanza n. 4581, attraverso cui si stabilisce che i docenti ricorsisti debbono essere tolti dalla coda delle graduatorie delle tre province scelte lo scorso aprile ed essere invece inseriti nelle stesse ‘a pettine’ sulla base dell’effettivo punteggio.

“Stavolta la sentenza – spiega Pacifico – non ammette possibilità di ricorsi o colpi di spugna. L’unica cosa che può fare il ministro, se vuole evitare il commissariamento, è dare seguito a quanto stabilito dal Tar: i nostri docenti, che nei prossimi giorni diventeranno 7.000 per effetto delle ormai scontate sentenze che li riguardano, vanno inseriti subito ‘a pettine’ e senza alcuna riserva”.

Un’operazione che comporterà un mezzo terremoto per tutto il mondo della scuola: nelle scorse settimane le oltre 100 graduatorie provinciali comprensive delle ‘code’, quelle che il Tar ha reputato sbagliate, sono state infatti utilizzate per assegnare 8.000 immissioni in ruolo e circa 100.000 supplenze annuali.

Rivedere le posizioni in graduatoria significherebbe prestare il fianco ai ricorsi di tutti coloro che rimanendo in fondo alle liste di attesa hanno subito un danno: è praticamente scontato che si appelleranno al giudice per rivendicare ruolo o supplenza assegnati a chi li precedeva erroneamente.

Così ad anno scolastico abbondantemente inoltrato moltissimi studenti, con tutte le conseguenze negative sulla didattica, potrebbero ritrovarsi con un cambio di docenti del tutto inaspettato.

“È una situazione che il Miur poteva prevedere sin da subito – ha commentato Pacifico – ovvero dalla prima sentenza del Tar di giugno.

Invece si è incaponito su una situazione che ha prodotto solo danni. Quelli per cui il 20 ottobre l’Anief ha deciso scendere in piazza il 20 ottobre in largo Bernardino da Feltre, vicino al ministero”.

Alcune fonti però prevedono un altro colpo di scena: per tentare di evitare il commissariamento il ministro Gelmini starebbe preparando un emendamento ad hoc, preparato dai massimi esperti del Miur, da inserire nel testo di conversione in legge del decreto legge n. 134 salva-precari.

Un emendamento che servirebbe a rispettare il volere impositivo del Tar, ma che probabilmente farebbe slittare i suoi effetti al prossimo anno.“È chiaro che anche stavolta – continua il leader del sindacato degli educatori in formazione – l’amministrazione pubblica vorrà mettere il bavaglio ai giudici, ma dovrà ascoltare la voce della piazza. In caso contrario stavolta per sentirci dire definitivamente che abbiamo ragione arriveremo al giudice delle leggi: quello della Corte costituzionale”.

Fonte: AGCOM

19:45 – 05/10/09 – Rete Studenti: Domani consegna virtuale di 20 mln alle scuole

Non sulla Nostra Pelle
Non sulla Nostra Pelle

Rete Studenti da domani consegnerà, in maniera virtuale, 20 milioni di euro alle scuole italiane, durante una manifestazione di protesta che servirà a chiedere al governo maggiori finanziamenti per il diritto allo studio. I soldi saranno vincolati all’utilizzo per misure in favore del diritto allo studio e alla qualità dell’istruzione.

“Mancano i soldi per l’edilizia scolastica, e le nostre scuole continua a cadere a pezzi, ad essere poco funzionali e insicure”, scrivono. Mancano i soldi “per pagare i docenti e soprattutto per pagare la loro formazione, per questo i nostri insegnanti insegnano con i metodi in voga nel tardo Ottocento e spesso sono in difficoltà a relazionarsi con un computer”. “Ci paghiamo noi i corsi di recupero, che dovrebbero essere garantiti dalle scuole – prosegue la Retestudenti -, aumentano le tasse scolastiche e i libri di testo sono sempre più cari. Per questo abbiamo chiesto alla Gelmini che porti al governo di cui fa parte la richiesta di un aumento del 2% del Pil in finanziaria, anche per l’avvio di misure straordinarie sul diritto allo studio”. “La Gelmini – si legge in una nota – per ora non ha dato risposte positive, per questo la Rete ha deciso di consegnare qualche fondo alle scuole in modo che riescono a garantirci quantomeno i corsi di recupero di cui abbiamo diritto”.

Le prime consegne sono previste domani a Trento, nei locali della Provincia, in piazza Dante, alle 14.30; a Verona, liceo Maffei, alle 13; a Venezia, ufficio scolastico provinciale, via Muratori, alle 11; e a Bolzano, ufficio scolastico provinciale, via del Ronco. Mercoledì sarà la volta di Padova, Torino, Roma e Palermo.

Fonte: Scuola/ Retestudenti
Scarica il Manifesto contro i Tagli alla Scuola Pubblica