Circolare Ministeriale - 26 giugno 1998 - Prot. N.4942 dell' 8 Luglio 1998 del Maestro Adriano Fontani
La Ricostruzione di un fatto: quando l'ex-Ministero della Pubblica Istruzione incaricò Scientology…
In italia il più grande ente pubblico statale, la più grande azienda nazionale, MPI-MIUR, con Scientology stipulò una convenzione onde i seguaci di Ron Hubbard tenessero corsi di aggiornamento e formazione per docenti di ogni ordine e grado.
Premetto che la nostra Amministrazione è un mostro di proporzioni mondiali, ingestibile e clientelare, un mastodonte verticistico ed autoritario, troppo spesso inosservante di leggi e regolamenti, prima vera causa di mobbing-bossing, una Istituzione Pubblica centralizzata che per la sua elefantiacità e mastodonticità non ha uguali nel mondo: 1.310.000 dipendenti. Il più grande Ente pubblico degli USA, il Dipartimento della Difesa (il Pentagono), militari inclusi, ha meno della metà dei dipendenti: 652.400. Negli Usa (4 volte i nostri abitanti) il Ministero-Dipartimento dell'Educazione conta 4.573 dipendenti.
Una delle conseguenze di tanta mole sono clientelismo, ingestibilità, incontrollabilità e favoritismi: solo un simile ente poteva stipulare una convenzione con quella che a giudizio di tutti è in assoluto di gran lunga la più pericolosa tra le grandi, ricche sette religiose multinazionali: Scientology, fondata da Ron Hubbard.
Ricordo che in data 16-7-2007, su diretto invito del Presidente Luciano Violante, fui personalmente audito in Commissione Affari Costituzionali della Camera proprio sulla pericolosità delle Grandi Sette internazionali (audio su Radio Radicale e resoconto stenografico facilmente reperibili su Internet, digitando Maestro Adriano Fontani).
In quel caso era in gioco un'altra potente Setta, anch'essa, diversamente che in Italia, non riconosciuta legalmente nella più avanzata ed avveduta Francia, la CCT di Geova con la quale pure il MPI-MIUR (stando a 5 diversi Casi documentati successi in diverse parti d'Italia dal 1990 al 2007) ha strani ed ambigui rapporti di sudditanza.
Una Circolare del Viceministro Carla Rocchi (allora MPI Luigi Berlinguer), datata 26 giugno 1998 (Prot. N.4942 dell’ 8 Luglio 1998), stabiliva che la Commissione degli Ispettori Tecnici aveva dato parere favorevole in data 16.6.1998 ad attività di aggiornamento e formazione dell'Associazione A.N.C.I.M., parte di Scientology, avente come tema le tecnologie di comunicazione di Ron Hubbard, (fondatore appunto di Scientology). La circolare specificava pure che la frequenza a tale Corso, a Roma, dava diritto agli incentivi economici e di carriera previsti dal CCNL.
La pericolosità di Scientology, in quanto a distruzione della personalità, plagio, manipolazione mentale, subornazione, induzione al suicidio e mobbing, è ampiamente comprovata. Resta da chiedersi dietro quali eventuali lauti compensi la ricchissima setta abbia ottenuto simili permessi, autorizzazioni e riconoscimenti da un ente che, come la scuola pubblica, ha come unica finalità quella educativa, ma che, a sua volta vede essa stessa e non pochi suoi dirigenti sempre più spesso perdere cause, subire ricorsi, condanne penali e civili e pagare risarcimenti danni nei tribunali italiani per casi di mobbing, bossing, abusi d'autorità e violazione delle leggi.
Adriano Fontani
N.d.r.: usanze del genere continuano, purtroppo, ad attraversare – immutate – intere generazioni di governi, partiti, istituzioni e ministeri.
Con preoccupazione ed allarme noi docenti intendiamo denunciare il pesante attacco in corso contro l'istruzione pubblica che avrà come inevitabile risultato quello di compromettere ancor di più il futuro delle nuove generazioni e dell'intera società italiana.
Preoccupazione ed allarme perché la Scuola Pubblica viene soffocata economicamente da anni di tagli ai finanziamenti, da parte di uno Stato che riduce le risorse alle scuole per il normale funzionamento e rifiuta di rimborsare i miliardi di euro di crediti maturati dalle scuole italiane negli anni scorsi.
Preoccupazione ed allarme perché la Scuola Pubblica viene smantellata con i tagli all'organico. Ridurre il numero dei docenti e delle docenti vuol dire produrre il sovraffollamento nelle classi, dequalificare la didattica, aumentando invece la condizione di precarietà lavorativa che incide negativamente sulla continuità e progettualità didattica.
Preoccupazione ed allarme, perché si fa sempre più concreto un progetto di incentivi e finanziamenti alla scuola privata, sottratti ad una scuola pubblica sempre più abbandonata a se stessa. Respingiamo la persistente campagna denigratoria contro il corpo docente e contro la scuola pubblica. Al contrario è evidente che essa, ormai da anni, resta ancora in piedi solo grazie all'impegno volontario di molti/e insegnanti e famiglie.
Accusiamo questa classe dirigente di scaricare sulla scuola pubblica la situazione di declino economico, sociale e culturale della società nella quale loro per primi ci hanno condotto; non è certo colpa delle/dei docenti e se questa società non riesce a garantire lavoro, mobilità sociale, utilizzo adeguato delle forze produttive, e se i lavori intellettualmente più qualificati sono resi precari o sottopagati obbligando migliaia di eccellenze ogni anno ad emigrare all'estero.
Accusiamo questa classe dirigente della responsabilità e degli effetti di trent'anni di videocrazia e di sospetta strategia di distrazione di massa, che si è tradotta per la cittadinanza in un allontanamento crescente dalle tematiche sociali, in disinformazione diffusa, in cancellazione della memoria recente, in superficialità delle conoscenze, in proposizione di modelli privi di qualsiasi spessore culturale. È chi lavora nella scuola che ha subito e subisce gli effetti di questo degrado e che continua ad essere lasciato sola/o nella difesa di una dimensione culturale della persona e della vita. Ci accusano di non insegnare ai/alle giovani la Storia moderna, ma chi l'ha pervicacemente ridimensionata o addirittura eliminata dai curricoli? Chi l'ha eliminata dai programmi della Scuola Primaria insieme alla Geografia europea e mondiale, e allo studio di Darwin in Scienze? Chi vuole introdurre il dialetto a scuola mentre toglie le/i docenti specialisti di inglese nella primaria e taglia i fondi per l'insegnamento di altre lingue straniere?
Accusiamo questa classe dirigente di disinformare la popolazione riguardo la scuola pubblica con continue bugie che vengono insistentemente sostenute dai Ministri: in particolare ricordiamo che la spesa statale per l'istruzione pubblica in Italia è tra le più basse dell'OCSE, che la scuola pubblica italiana gode del maggior consenso delle famiglie in Europa, che a fronte della scuola privata italiana, classificata tra le peggiori al mondo, i risultati in diversi ordini della Scuola Pubblica sono stati tra i migliori al mondo, nonostante questa classe dirigente abbia fatto del suo peggio per indebolirla. Non è vero nemmeno che le bocciature sono aumentate, anzi sono invece diminuite: i docenti si sono rifiutati di essere esecutori acritici degli orientamenti ministeriali.
NOI DOCENTI DA PARTE NOSTRA:
Ribadiamo con ancora più forza il nostro impegno a sviluppare nei/nelle giovani le capacità logiche, di ragionamento e approfondimento e a favorire un pensiero critico e scientifico, la creatività e l'immaginazione contro ogni omologazione, conformismo, pregiudizio, luogo comune, rifiutando di ridurre l'intelligenza ad un dato banale misurabile con test o quiz.
Ribadiamo la volontà di continuare la tradizione egualitaria della scuola pubblica italiana, favorendo lo spirito di cooperazione e di solidarietà e, come prescritto nella Costituzione, prestando particolare attenzione verso chi incontra più difficoltà, contro ogni apparente meritocrazia basata in realtà sulle crescenti disuguaglianze sociali.
Ribadiamo l'importanza della relazione professionale ed umana tra docenti e studenti, l'importanza di rafforzare le motivazioni allo studio ed alle conoscenze e di stimolare la curiosità culturale.
Ribadiamo l'importanza di contrastare la grave dispersione scolastica italiana e di dare a ciascun allievo/a la possibilità di sviluppare le proprie capacità, valutandone i progressi rispetto le condizioni di partenza.
Ci rifiutiamo infine di ridurre il ruolo docente a quello di semplice funzionario-controllore dei comportamenti giovanili e del consenso sociale, in un contesto che genera sempre più emarginazione e che non è più in grado di garantire un futuro professionale nemmeno ai/alle più meritevoli. Meglio invece sarebbe se cominciassero a pagare gli ingenti debiti contratti con le scuole, stabilizzassero gli organici, destinassero più fondi alla Scuola Pubblica e più risorse per eliminare la dispersione scolastica, invece che dirottarli a Banchieri ed Industriali, a guerre ed armamenti.
Uno Sguardo sull'Educazione 2009 Come accade ogni anno, la pubblicazione del rapporto dell’OCSE “Uno Sguardo sull'Educazione 2009” desta attenzione soprattutto per i dati statistici ivi contenuti e l’inevitabile graduatoria dei paesi virtuosi e di quelli da mettere dietro la lavagna. Ben più raramente l’attenzione si sofferma sulle indicazioni e i suggerimenti che l’OCSE offre sulla base dell’analisi dei dati raccolti. Vale, invece, la pena di soffermarsi su questi aspetti per la loro, non sempre positiva, influenza sulle politiche educative di vari paesi.
Livelli educativi e benefici economici
Innanzitutto anche l’edizione del 2009 conferma il legame virtuoso tra alti livelli d’istruzione e benefici individuali, soprattutto in termini salariali e della maggiore richiesta del mercato del lavoro. Un’affermazione, la cui validità andrebbe, però, attualmente verificata, perché i dati si fermano al 2007, quindi al periodo precedente il tracollo della finanziaria mondiale e la crisi economica. Inoltre, come d’abitudine, l’OCSE evidenzia una visione ristretta del valore dell’educazione, limitata ai benefici per i singoli (di genere maschile) e non per la società nel suo complesso. Un aspetto, quello dei benefici educazione/livelli salariali, di cui, però, non sembrano beneficiare granché gli insegnanti. Secondo i dati elaborati poco tempo fa dall’Internazionale dell’Educazione, in numerosi paesi – soprattutto nell’Europa Centrale e dell’Est- sono stati operati tagli ai salari dei docenti, con situazioni drammatiche come quelle della Lettonia dove i docenti hanno subito una decurtazione dei salari fino al 50%.
La ricerca conferma anche le maggiori difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro per le persone scarsamente qualificate: il 42% delle persone dei paesi membri dell’OCSE con un livello educativo inferiore alla scuola secondaria superiore sono disoccupati e quelli che perdono il lavoro hanno una probabilità molto più alta di rimanere disoccupati per lungo tempo. Di conseguenza il rapporto sollecita un’ulteriore espansione dell’accesso all’istruzione superiore e un incremento a livello globale dei laureati. Ancora una volta, però, l’OCSE compila una mera classifica dei paesi, presentandoli nelle loro posizione relative, senza considerare che cosa c’è alle spalle di tali esiti: per esempio, la scelta d’investire risorse per garantire l’accesso all’istruzione superiore per tutti, a prescindere dal background socio economico. Infine, il rapporto invita a equilibrare maggiormente il rapporto fondi pubblici e privati nel settore educativo, con grave rischio, nei casi in cui si chiede di ridurre i fondi pubblici a favore di quelli privati, di aumentare gli aspetti di commercializzazione e di privatizzazione dell’università e della ricerca.
La mancanza di uguaglianza delle opportunità nell’educazione e formazione continua
Il rapporto conferma – ancora una volta – che i programmi di educazione e formazione continua difficilmente raggiungono le persone con qualifiche e livelli di studio bassi, mentre continuano ad aumentare le opportunità formative per chi ha fatto studi medio-alti. Inoltre, i dati di partecipazione sono ancora bassi: meno del 6% della popolazione tra 30-39 anni dei paesi OCSE. Dati ancora inferiori per quanto riguarda la popolazione quarantenne. “Uno sguardo sull’educazione” assegna una particolare attenzione alla formazione sul lavoro, invitando i paesi membri a migliorare i sistemi di apprendimento permanente, rendendoli più adeguati ai bisogni dei lavoratori adulti con basse qualifiche.
L’influenza dei fattori socio-economico sul successo scolastico
Nell’analizzare i fattori che stanno alla base del successo tra i paesi con i migliori esiti nell’indagine Pisa 2006, l’OCSE ammette che il background socio-economico è un fattore cruciale In tutti i paesi i cui dati sono confrontabili, gli studenti che hanno gli esiti più alti vengono da famiglie con un buon retroterra socio-economico. Il peso della situazione socio economico sul successo scolastico varia, inoltre, da paese a paese. Il rapporto afferma che esistono delle lezioni da apprendere dai paesi che riescono a coniugare qualità ed equità (Austria, Finlandia, Giappone, Hong Kong), senza però dare ulteriori informazioni.
La partecipazione all’educazione della prima infanzia
Il rapporto sottolinea l’espansione significativa dell’educazione della prima infanzia: dal 41% di bambini di 3/ 4 anni iscritti in istituti educativi nel 1996 si è passati al 71% del 2007… Si tratta, a parere dell’OCSE, di un elemento importante per garantire il successo scolastico, che però richiede, educatori ben formati in grado di rispondere all’aumento delle iscrizioni, ma anche alla qualità del servizio prestato.
I livelli educativi favoriscono la salute ed altri elementi sociali
Per la prima volta “Uno sguardo sull’educazione 2009” indaga sull’impatto dei livelli educativi su fattori quali la salute, l’interesse verso la politica e la fiducia tra le persone., dimostrando una stretta relazione tra elevati livelli d’istruzione e la salute, nonché maggior fiducia in se stessi e nell’ambiente in cui si vive. In pratica, l’educazione, come già dimostrato da altre ricerche a livello internazionale, si rivela un fattore dirimente per più vasti benefici non solo a livello individuale, ma anche sociale ed economico.
Occorre controllare la spesa pubblica e delle famiglie per l’educazione
Malgrado i benefici a tutti i livelli di una buona educazione, l’OCSE manifesta, ancora una volta, tutte le sue preoccupazioni per l’eccessiva spesa pubblica destinata all’educazione. I paesi dell’OCSE spendono in media il 6,1% del PIL in educazione, il 13.3% della spesa pubblica totale. Il rapporto evidenzia che la spesa per studente della scuola primaria e secondaria è cresciuta del 35% dal 1995 al 2006 (un periodo di relativa stabilità del numero degli studenti), mentre nell’istruzione superiore l’aumento dal 2000 al 2006 è stato di soli 11 punti in percentuale e in un terzo dei paesi dell’OECD è addirittura diminuita, malgrado l’aumento delle iscrizioni. A parere dei ricercatori, i maggiori costi dovuti all’aumento delle iscrizioni nella scuola della prima infanzia e a livello dell’istruzione terziaria devono spingere i governi a cercare nuove alleanze per acquisire risorse aggiuntive e cercare di più l’intervento dei finanziamenti privati. Attualmente tali settori ricevono – media OCSE – rispettivamente il 19% e il 27% dei finanziamenti da fonti private, soprattutto dalle famiglie. Ovviamente l’OCSE promuove la presenza delle tasse universitarie, accompagnate, però, da misure di equità. Vale la pena di segnalare che tra i 7 paesi con il più alto tasso di iscrizioni agli istituti superiori ci sono Finlandia, Norvegia e Svezia dove anche l’istruzione terziaria è gratuita e in cui la spesa pubblica viene compensata dai benefici a livello sociale economico e culturale.
L’educazione una soluzione alla crisi?
L’OCSE argomenta che in tempo di crisi l’educazione deve dimostrare di essere un valore per la produzione di ricchezza (intesa esclusivamente in senso monetario) al fine di giustificare le spese sempre crescenti. I parametri scelti per la solita graduatoria tra paesi sono le risorse alla scuola primaria e secondaria, come le ore trascorse in classe dagli studenti, il numero delle ore d’insegnamento, la dimensione delle classi, il costo salariale dei docenti per studente e la percentuale del loro tempo di lavoro dedicata all’insegnamento. In pratica, però, i livelli di spesa dei singoli paesi mascherano politiche e scelte assai differenti, su cui il rapporto dell’OCSE non interviene, lasciando l’impressione che tutte le combinazioni possano andare bene, purché si tengano i costi sotto controllo.
Non sulla Nostra Pelle Rete Studenti da domani consegnerà, in maniera virtuale, 20 milioni di euro alle scuole italiane, durante una manifestazione di protesta che servirà a chiedere al governo maggiori finanziamenti per il diritto allo studio. I soldi saranno vincolati all’utilizzo per misure in favore del diritto allo studio e alla qualità dell’istruzione.
“Mancano i soldi per l’edilizia scolastica, e le nostre scuole continua a cadere a pezzi, ad essere poco funzionali e insicure”, scrivono. Mancano i soldi “per pagare i docenti e soprattutto per pagare la loro formazione, per questo i nostri insegnanti insegnano con i metodi in voga nel tardo Ottocento e spesso sono in difficoltà a relazionarsi con un computer”. “Ci paghiamo noi i corsi di recupero, che dovrebbero essere garantiti dalle scuole – prosegue la Retestudenti -, aumentano le tasse scolastiche e i libri di testo sono sempre più cari. Per questo abbiamo chiesto alla Gelmini che porti al governo di cui fa parte la richiesta di un aumento del 2% del Pil in finanziaria, anche per l’avvio di misure straordinarie sul diritto allo studio”. “La Gelmini – si legge in una nota – per ora non ha dato risposte positive, per questo la Rete ha deciso di consegnare qualche fondo alle scuole in modo che riescono a garantirci quantomeno i corsi di recupero di cui abbiamo diritto”.
Le prime consegne sono previste domani a Trento, nei locali della Provincia, in piazza Dante, alle 14.30; a Verona, liceo Maffei, alle 13; a Venezia, ufficio scolastico provinciale, via Muratori, alle 11; e a Bolzano, ufficio scolastico provinciale, via del Ronco. Mercoledì sarà la volta di Padova, Torino, Roma e Palermo.
Roberta Roberti - Docente di Parma Scritto da Roberta Roberti, insegnante e genitore di Parma
Gentile Ministro Gelmini, insegno da 17 anni nella scuola superiore della Repubblica italiana. Credo di dare molto al mio lavoro. Non solo da un punto di vista organizzativo o rappresentativo, ma anche da un punto di vista qualitativo.
La difesa della scuola pubblica che da anni pratico con orgoglio, visto lo scempio progressivo del sistema educativo nazionale, non è funzionale ad alcuna posizione partitica.
E’ semmai vero il contrario: io sono costretta a vivere la mia professione in una dimensione politica, perché il diritto all’istruzione e gli obiettivi della scuola in cui credo e che vorrei per mio figlio sono seriamente compromessi dai tagli, dall’incompetenza di chi dall’alto decide, dalla volontà di privatizzare o quantomeno semiprivatizzare il sistema educativo, dai nidi all’università. Difendere la scuola pubblica per me significa pratica quotidiana in classe, nella ricerca di metodologie didattiche che mi aiutino ad entrare in comunicazione con i ragazzi, a “farli respirare con il cervello”, come diceva alla radio una giovane studentessa.
Lei mi dice che io sono un funzionario pubblico e che pertanto posso non essere d’accordo con la sua riforma, ma devo tacere e limitarmi ad eseguire, obbedendo al mio datore di lavoro. Altrimenti dovrei lasciare la scuola e candidarmi nelle liste di qualche partito. Le ricordo, ma credo Lei debba averlo ben presente in quanto donna di legge, che i “funzionari pubblici” non devono giurare fedeltà a nessuno, se non alla Costituzione. Come funzionario pubblico, io sono garante, per quanto di mia competenza, dei diritti che la nostra Costituzione sancisce per i cittadini. E quindi, nell’adempiere le mie funzioni, devo dare loro una buona scuola e devo renderli consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri di studenti e di cittadini. Se la qualità della scuola che frequentano non è all’altezza della sfida cui ci mette di fronte la società della conoscenza, allora io ho il dovere di informarli del perché ciò accade, di ciò cui avrebbero diritto e viene loro negato, responsabilizzandoli perché sappiano difenderlo.
No, caro ministro Gelmini. Noi genitori non ci stiamo, perché la scuola dei nostri figli si impoverisce sempre di più, in tutti i sensi, pedagogico, didattico, materiale. Il tempo pieno non esiste più, è inutile che ci raccontiate che è cresciuto. Che schizofrenia è sostenere nella stessa intervista che le compresenze sono abolite, che c’è il maestro unico e che si sono aperte 35.000 sezioni a tempo pieno in più? Per i nostri figli e le nostre figlie noi non vogliamo un parcheggio. Hanno diritto ad una scuola di qualità, laica, democratica, pluralista e gratuita. Ci spaventano i tagli ai fondi e al personale, ci spaventano i programmi veramente immiseriti dalle varie indicazioni nazionali dei suoi predecessori, che Lei ora si appresta ad armonizzare.
No, caro Ministro Gelmini, noi docenti non ci stiamo. Fra i principi costituzionali ai quali io, funzionario pubblico, devo essere fedele, c’è anche quello che mi tutela nell’esercizio delle mie funzioni. Esiste la mia libertà di insegnamento, e Lei, ministro, non può toccarmela. Lei potrà boicottarmi togliendomi le compresenze, le ore di programmazione in team, le ore di sostegno a ragazzi e ragazze, bambini e bambine disabili, Lei potrà soffocarmi con indicazioni nazionali misere e impoverite, Lei potrà anche impormi tutti i test del mondo, ma in classe ci vado io e la mia libertà di insegnamento mi consente di esprimere le mie opinioni. O vuole preparare dei bei video ministeriali sui vari argomenti di studio, che saremo costretti a propinare ai nostri studenti? Lo diceva anni fa l’onorevole Aprea: in palestra, davanti ad un bel maxischermo, se ne possono tenere anche 70, di bambini.
Ci sentiamo presi in giro dalle conferenze stampa e dai proclami su giornali e televisioni, che presentano della situazione una lettura talmente falsata, ignobilmente distorta, da lasciarci senza parole. Perché quest’anno in tanti entreremo in classe e ci troveremo di fronte 30-33 alunni, alcuni di recente immigrazione, alcuni che hanno perduto le ore di sostegno, con meno ore di laboratorio, senza un euro per le supplenze, con locali fuorilegge quanto all’affollamento, eccetera, eccetera. Ci troveremo a correre da una classe all’altra, senza avere il tempo di stabilire relazioni con gli alunni, con i colleghi, con i genitori. O forse Lei vuole dirmi che nella scuola che verrà io non dovrò fare altro che eseguire asetticamente le Sue unità didattiche finalizzate a far superare ai miei alunni i Suoi test. Che non devo perdere tempo nella crescita emotiva e nell’educazione, nello sviluppare insieme a loro il pensiero critico e riflessivo sui fenomeni e gli eventi?
Quando avrà trovato una teoria pedagogica sufficientemente accreditata in grado di dimostrare che per un processo di apprendimento efficace non è indispensabile la relazione, allora potremo cominciare a discutere. Quanto ai contenuti, mi permetta di dubitare seriamente che ci sia mai stato, finora, qualcuno veramente in grado di occuparsene. E anche in questo caso, di persone che vivono in aula, a scuola, ne sono state interpellate veramente poche.
Ministro, nell’Atto di Indirizzo da Lei firmato, si parla di sostegno alla progettazione, ai gruppi di lavoro e di ricerca per una buona scuola. In modo politico, ma assolutamente gratuito e trasparente, centinaia di migliaia di insegnanti, genitori e studenti Le stanno dicendo che non vi lasceranno distruggere la scuola e l’università pubbliche. Non sanno solo dire dei no. Hanno idee chiare e precise da sottoporvi, frutto di un lungo entusiasmante lavoro di condivisione e confronto. Hanno studiato, fatto ricerche, costruito la buona scuola giorno per giorno. Nessuno di Voi vuole ascoltarli. Non mi illudo che possa esserci un’inversione di tendenza da parte del Suo governo. Il controllo sociale che ne può derivare, oltre al business che si può aprire, sono troppo allettanti, e l’opposizione del mondo della scuola si presenta ancora fiacca, divisa e rassegnata. Ma, sinceramente, non capisco come una donna possa prestarsi ad un gioco come questo, senza nessuna vergogna. Il ministro Moratti, quando le dissero che avrebbero tagliato i fondi alla scuola e all’università in maniera assai meno ingente di quanto non sia stato detto ora a Lei, si disse pronta a dare le dimissioni. E i tagli furono decisamente ridimensionati. Ma la Moratti era Disneyland a confronto. Alla scuola della quale Lei è la responsabile governativa, stanno tagliando miliardi di euro e 150.000 posti di lavoro. Lei sarà per sempre ricordata come il ministro che ha affossato la scuola e l’università pubbliche.
Ci pensi, Ministro. Io, intanto, nel mio piccolo, farò un po’ di politica in classe e cercherò di avvicinare i miei allievi al significato della bellezza. Il che può essere molto utile per sentirsi cittadini consapevoli.
Sindrome da Burnout Il dott. Vittorio Lodolo D’Oria scrive:
Gentili docenti e dirigenti, nel porgere l’augurio di un proficuo lavoro per il nuovo A.S., desidero mettervi al corrente dell’iniziativa in corso che spero vorrete promuovere nel Vs.istituto. Sollecitato da numerosi docenti, e al fine di ottenere la debita attenzione sulla questione del Disagio Mentale Professionale, ho deciso di avviare una raccolta firme di docenti e dirigenti per attivare risposte concrete al succitato fenomeno.
Nell’appello allegato, suffragato da evidenti dati scientifici, si chiede al Ministro della Pubblica Istruzione di:
– attivare la raccolta di dati epidemiologici sul DMP nei docenti; – avviare sistematicamente formazione e informazione di dirigenti e docenti sulla prevenzione e la gestione del DMP;
– valutare attentamente i dati raccolti sul fenomeno DMP prima di innalzare“tout court” a 65 anni l’età pensionabile delle donne-insegnanti; – informare la classe medica sulla reale condizione di usura psicofisica della professione e sensibilizzare l’opinione pubblica per restituirle, almeno in parte, la spettante dignità.
Quanto sopra anche alla luce del nuovo Testo Unico sulla sicurezza dei lavoratori (D. Lgs 81/08) e delle recenti modifiche (D. Lgs. 106/09). Chi volesse aderire al suddetto appello, firmando lo stesso e promuovendo la raccolta firme nel proprio istituto, è pregato di accompagnare la sottoscrizione col numero del documento di identità non scaduto. La raccolta si protrarrà solo fino al 30 settembre.
L’appello (scaricabile del link sottoriportato e corredato dagli spazi per le firme), già sottoscritto da 700 docenti che hanno partecipato ai seminari formativi della settimana scorsa (7-11/), sarà presentato al Ministro in Ottobre. Si richiede infine di spedire le firme raccolte al seguente indirizzo: Dr. Vittorio Lodolo D’Oria c/o Argon Via Stephenson 43A 20157 Milano
Giorgio Stracquadanio, deputato PDL e consulente politico di Maria Stella Gelmini, viene intervistato da RaiNews24.
Giorgio Stracquadanio dice: «Fino all’anno scorso, dipendevano dal Ministero della Pubblica Istruzione 1 milione e 300 mila persone. Il piano di riduzione prevede che in 3 anni si passi a 1 milione e duecentomila. Come si attua e perché si attua questa riduzione? Uno, si attua perché essendoci meno studenti, occorrono meno insegnanti.»
Ma non è Pereira..
Giorgio Stracquadanio dice che ci sono meno studenti. Ma è vero? Ecco i dati per l’anno scolastico 2009/2010:
Scuola materna: per la prima volta supereremo il milione di bambini. 28 mila in più dell’anno scorso. Una media di quasi 24 bambini per classe.
Scuola media: da settembre ci saranno 18 mila studenti in più. Contestualmente, ci saranno ben 120 classi in meno.
Scuola superiore: Dai 21,8 alunni per classe dello scorso anno, si passa a 22,1 alunni. Ci saranno classi con più di 30 alunni, esclusi uno o più eventuali alunni disabili.
Disabili: sarà l’anno record per la presenza di alunni disabili: oltre 178 mila contro i 176.000 dell’anno scorso. Gli insegnanti di sostegno, tuttavia, restano invariati: 90.469.
Giorgio Stracquadanio dice: «Il giornalismo italiano è quello che questi numeri non dice.»
O è lui che questi numeri non li dà?
Giorgio Stracquadanio dice: «Quello che deve essere chiaro a tutti è che la scuola ha smesso definitivamente di essere un ammortizzatore sociale, quello per il quale si va a scuola non perché si ha una vocazione a insegnare, si fa un concorso e lo si vince, ma per cui si cerca un posto qualunque e si spera in una sanatoria.»
Giorgio Stracquadanio dice che i precari non hanno vinto nessun concorso, e che scelgono la scuola come si sceglierebbe un posto qualunque. Ma è vero?
Nella scuola lavorano due tipologie di precari: quelli abilitati e quelli non abilitati. In entrambi i casi, sono inseriti in graduatorie stilate sulla base di titoli posseduti e quindi di una professionalità ritenuta idonea al ruolo da ricoprire. I precari abilitati hanno sostenuto un concorso, e in alcuni casi anche un corso propedeutico della durata di 1 o 2 anni, per ottenere l’abilitazione, ossia quel titolo con validità ministeriale che permette di essere inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. I concorsi e i corsi per accedere a tali graduatorie, stilate per assegnare contratti a tempo indeterminato e determinato nella scuola, sono stati organizzati dallo stesso Ministero dell’Istruzione, con la partecipazione delle università che hanno certificato conoscenze e competenze idonee per l’insegnamento di una precisa materia.
I precari abilitati hanno effettuato un lungo percorso verso il ruolo – l’assegnazione di una cattedra a tempo indeterminato. Hanno acquisito conoscenze e competenze specifiche, certificate, in anni di servizi svolti anche in scuole diverse, spesso non percependo che 10 mensilità annuali.
Giorgio Stracquadanio dice: «Ci dobbiamo interessare a lungo di una cena a cui partecipa il presidente del Consiglio.»
Una cena, caro Stracquadanio, cui parteciparono:
Silvio Berlusconi (presidente del Consiglio);
Angelino Alfano (Ministro della Giustizia);
Niccolò Ghedini (avvocato di Berlusconi e parlamentare PDL)
Carlo Vizzini (presidente commissione Affari Costituzionali al Senato della Repubblica)
Luigi Mazzella (giudice della Corte Costituzionale)
Paolo Maria Napolitano (giudice della Corte Costituzionale)
Il 6 ottobre 2009 la Consulta giudicherà sulla legittimità costituzionale del Lodo Alfano, che rende immuni le quattro più alte cariche dello stato dalla mano della giustizia. Il lodo Alfano porta il nome del commensale n°2; è stato scritto in toto, in parte, o con la fondamentale consulenza del commensale n°3; è già servito a salvare il commensale n°1 dal processo per corruzione sul caso Mills, e verrà votato dai commensali n°5 e n°6. Potrebbe essere stata l’ultima cena. L’ultima del nostro ordinamento democratico.
Giornalista: «Che cosa consiglia al professore qui presente (ndr: un insegnante precario di educazione fisica) che dopo 25 anni si trova a rischio di perdere il posto di lavoro?»
Giorgio Stracquadanio dice: «Io in questo momento sono un deputato. Tra 4 anni potrei non esserlo più. Sono un giornalista e non ho nessun giornale che mi attende. Non ho nessuna aspettativa. Cosa mi consiglia lei di fare, nel caso in cui io non venissi ricandidato, rieletto e perdessi il lavoro? Di darmi da fare a cercarne un altro. O sbaglio?»
Caro Giorgio Stracquadanio, …sbagli!
Fra 4 anni, al termine della legislatura, avrai la tua pensione da parlamentare. Hai idea di quante famiglie di precari ci vivrebbero?