19:32 – 01/10/10 – Università Chiuse e Nuovi Emigranti…

Nell'Europa comunitaria i primi emigranti sono romeni con 1,9 milioni, molti in Italia. Un dato quasi scontato. La seconda nazione di emigranti europei è l'Italia con 1,2 milioni di persone. Un dato molto meno scontato. I nostri ragazzi dopo la laurea se ne vanno, se disoccupati se ne vanno, se precari se ne vanno, se sottopagati se ne vanno.

In Spagna, in Inghilterra, in Francia, in Olanda, in Danimarca. E' la nuova emigrazione. Nel dopoguerra gli italiani partivano per le miniere belghe e le industrie tedesche, erano i viaggi della speranza con le valigie di cartone. Oggi ci sono i viaggi della disperazione.

Si parte con i voli low cost per le multinazionali, le aziende tecnologiche o per un qualunque lavoro dignitoso in un Paese civile.

Un Paese che fa studiare i propri giovani per offrire loro solo la disoccupazione e li costringe all'emigrazione è un Paese di folli.
fonte: Eurostat.

Le Università rimandano l'apertura. Quando riapriranno? A che serve studiare in un un Paese dove fanno carriera i cialtroni e i leccaculo?

“Sono iscritto all'università di Pisa, facoltà di Ingegneria.

Ti scrivo per una situazione davvero insostenibile. La facoltà di Pisa come tante altre facoltà in tutta Italia, la stessa “Sapienza” di Roma ha pubblicato un comunicato sul proprio sito in cui denuncia che, nonostante i tagli effettuati in base alle disposizioni ministeriali, non ci sono i fondi necessari per dare inizio all'anno accademico sta rinviando di settimana in settimana l'inizio delle lezioni con un disagio enorme per noi studenti.

Il governo dello psiconano sta distruggendo una risorsa troppo importante per uno Stato sia a livello europeo che mondiale. Il vero problema è che nessuno ne parla, nè i giornali ,nè le televisioni, NESSUNO!! Stiamo regredendo sempre di più… dall'”alto” vogliono un popolo italiano ignorante e suddito… NOI GIOVANI DOVREMMO ESSERE IL FUTURO PER L'ITALIA E QUESTO FUTURO CE LO VOGLIONO TOGLIERE!”. Gianni S.

10:36 – 30/09/10 – Proposta di Legge Bye Bye Gelmini.

ByeBye Gelmini
ByeBye Gelmini

Dal 30 Settembre al 2 Ottobre Roma sarà invasa da un esercito molto particolare, quello degli studenti UniOn. La nuova associazione studentesca sarà infatti presentata ufficialmente in una 2 giorni che comprenderà una variegata serie di incontri attraverso i quali sarà possibile conoscere l’associazione, apprenderne l’ identità culturale e le battaglie che essa intende portare avanti.

Nella stessa occasione verrà lanciato ufficialmente un percorso che, attraverso un’accorata discussione per una nuova riforma della scuola e dell’istruzione, si concluderà con una raccolta di firme per una proposta di legge popolare.

Che dire? Noi siamo pronti, adesso cari studenti tocca a voi !!!!

Programma:

Centro Congressi Cavour, Via Napoli 46, Roma.

30 SETTEMBRE.

Saluti comitato UniON.

30 settembre.

9.30 RI-FORMATI! Studenti, Riforma e altri enigmi.
Saluti – presentazione proposta di legge “Bye bye Gelmini”.
Francesco Pardi (senatore),
Luisa Capelli(docente universitario),

15.30 IN-FORMATI! Il virus democrazia negli Atenei.
Saluti delle associazioni.
Sonia Alfano, (europarlamentare).
Gioacchino Genchi (ex funzionario di Stato),
Salvatore Borsellino (fondatore movimento “Agende Rosse”).

1 ottobre.

9.30 MEDIAMONDI Rete e informazione negli Atenei.
Claudio Messora (blogger e giornalista).
Luigi De Magistris (europarlamentare).
Francesca Fornario (autrice satirica).

15.30 NON SOLO CREDITI Università e Cultura, un motore.
per i diritti.
Nicola Tranfaglia, (storico).
Amid Barole Abdu (mediatore interculturale).
Paolo Patané (presidente Arcigay).

Testo della proposta di Legge Bye Bye Gelmini. Scarica il Documento.

Fonte: http://www.studentiunion.it/

18:52 – 09/06/10 – La Meglio Gioventù…

Courtesy TerritorioScuola

Leggi le News per Emigrare Presto e Bene..: ITALIANSINFUGA!

Ve lo ricordate il film “La meglio gioventù”, Marco Tullio Giordana? Quella scena in cui avviene il dialogo tra il professore e lo studente:

Professore di Patologia: – lei ha una qualche ambizione?

Studente: – ma… non…

Professore incalzante: – E Allora vada via… Se ne vada dall’Italia, lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuole fare: il chirurgo?

Studente: – non lo so, non ho ancora deciso…

Professore: – Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi! Vada in America, se ha le possibilità. Ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere; un posto bello e inutile, destinato a morire…

Studente: – Cioè secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?

Professore: – e magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…

Studente: – E allora professore perché rimane?

Professore: – Come perché? Mio caro, Io sono uno dei dinosauri da distruggere…

10:35 – 01/11/09 – Gelmini e Meritocrazia: col suo CV, è credibile?

Ho letto i tuoi giudizi sul ministro Gelmini e il commento piccato di un lettore e vorrei entrare in merito alla discussione.

Ho vinto recentemente a 39 anni un concorso pubblico in Francia. Questo e’ il mio CV: diploma liceo scientifico statale 60/60, laurea in Fisica 110/110 lode, dottorato alla SISSA, 6 anni a Londra MRC, un anno a Yale, 4 anni a Basilea e ora posto all’INSERM. 26 pubblicazioni in stampa e sono editor di un libro.

Sono una mosca bianca? Assolutamente no, sono uno dei tanti, sicuramente non tra gli scienziati di punta e non mi ritengo un genio. Infatti, se guardiamo alle statistiche pubblicate dall’INSERM, il profilo degli altri vincitori e’ molto simile al mio. Tutta gente che ha fatto grandissimi sacrifici ed esperienze e superato ostacoli.

La mia ambizione non e’ quella di fare il ministro, voglio fare ricerca, ma ci sono altre persone vedi Associazione Marie Curie che con un CV simile vorrebbero contribuire a rinnovare universita’ e ricerca in Europa. E persone che sono arrivate da qualche parte solo attraverso i loro sacrifici sono un esempio per i piu’ giovani.

Ora veniamo alla Gelmini che parla di “meritocrazia”. Con il suo CV e’ credibile? Che esempio da’ ai giovani?

Prendiamo due ragazze: una e’ la prima della classe, si laurea col massimo in corso, fa il dottorato e poi gira il mondo senza raccomandazioni distinguendosi ovunque per il suo lavoro. L’altra e’ bocciata, passa a fatica in una scuola privata, passa un concorso con un sotterfugio.

Vi sembra normale che questa persona stia sulla poltrona che decide se la sua coetanea piu’ brava debba oppure no avere un posto a tempo indeterminato? Ma se come la Gelmini giustamente dice devono essere i migliori ad andare avanti, come mai lei e’ ministro?

Cordiali saluti, Marco Canepari, p_artusi@virgilio.it

13:14 – 30/10/09 – L'Università privata di tutto: resta il business..

Siamo alla frutta
Siamo alla frutta

di Caterina Perniconi 

Il Governo conferma la riforma e i tagli di Tremonti: 1000 milioni in meno in 5 anni. I manager guideranno gli atenei 

La fine di un’epoca. Con la riforma dell’Università approvata ieri dal Consiglio dei ministri, sostanzialmente si chiude il capitolo ‘Università pubblica’ in Italia. Il nostro paese non è più in grado di sostenere il sistema e garantirne l’eccellenza. Perciò apre ai privati, che presiederanno i Consigli d’amministrazione e, inevitabilmente, influiranno sull’autonomia degli atenei.

Deriva aziendalistica
Il progetto del ministro Gelmini prevede che il 40% dei membri dei Cda provengano dall’esterno (compreso, al bisogno, il presidente) e l’introduzione di un manager al posto del direttore amministrativo. Su questo aspetto si è mostrato contrario anche il capogruppo dei senatori del Pdl Gasparri: “Personalmente – ha detto – ritengo sbagliato far eleggere il presidente del Cda dai componenti piuttosto che dal rettore. L’Università ha una sua specificità che va mantenuta”. I Consigli di amministrazione assorbiranno gran parte dei poteri del senato accademico e saranno composti dal rettore, da uno studente e da, massimo, altri nove componenti. Dunque sarà diminuita la rappresentanza e il pluralismo di opinioni, proprio nel momento in cui arrivano i privati. Del resto già l’anno scorso era stata inserita, nella legge per lo sviluppo economico, la trasformazione degli atenei in fondazioni. “Siamo molto preoccupati da questa deriva aziendalistica – spiega Claudio Ricciocon l’alibi della situazione economica sono previsti ovunque aumenti delle tasse. Tasse alte ed esterni negli organismi decisionali sono le principali caratteristiche degli atenei privati. Ciò vuol dire che entro nove mesi dall’approvazione (tempo previsto dalla riforma per essere recepita, ndr) tutte le università statali diventeranno di fatto private”.

Conferma dei tagli
Ma questo è solo uno dei temi affrontati nel disegno di legge. Di sicuro quello più caro a Tremonti, che vuole alleggerire il finanziamento pubblico agli atenei. In 5 anni, infatti, saranno tagliati dal Fondo di finanziamento ordinario più di 1000 milioni, pari al 15% del totale. E, nonostante i proclami che anche ieri il titolare di via XX Settembre ha ribadito in conferenza stampa sul recupero dei soldi con lo scudo fiscale, il taglio non è mai stato rettificato. “La proposta del ministro Gelmini – ha dichiarato la Conferenza dei Rettori – rappresenta un’occasione fondamentale. Ma ora è indispensabile, e per più aspetti pregiudiziale, che all’avvio del processo riformatore e a garanzia della sua credibilità, corrisponda una disponibilità adeguata di risorse. A partire da quanto sarà garantito al finanziamento degli atenei per il 2010. Se il taglio fosse confermato provocherebbe il crollo di buona parte del sistema universitario”.

Regole superficiali
Le università saranno rese più autonome nella gestione dei fondi, e verranno valutate dall’Anvur (Agenzia nazionale della valutazione dell’Università e della Ricerca introdotta nella precedente legislatura). I meritevoli avranno più soldi, gli altri li perderanno. Un metodo esistente anche all’estero, che però ha bisogno di essere regolato. “Oggi – racconta Michele Cascella, professore emigrato in Svizzera – si valutano le università nel loro complesso e questo è sbagliato. Perché se un ateneo ha un dipartimento eccellente e cinque scadenti, anche chi ha lavorato virtuosamente verrà spazzato via. Servono regole più precise e non così superficiali”.

Sorteggi infiniti
La riforma prevede anche l’introduzione dell’abilitazione nazionale per l’accesso di associati e ordinari. “L’abilitazione – ha spiegato il Ministro – è attribuita da una commissione nazionale, anche con membri stranieri, che saranno sorteggiati”. Già, il sorteggio: un metodo che, come il Fatto Quotidiano ha raccontato con il bando “Futuro in ricerca”, non funziona (in 6 mesi il Ministero dell’università e della ricerca non è riuscito a scegliere 20 nomi in una rosa di 60). Adesso la Gelmini vuole riproporlo e istituzionalizzarlo per una commissione che avrà potere sul futuro degli studenti. Il Ministro, in conferenza stampa, non risponde alle domande. Resta aperta la questione: non esiste altro metodo?

Precari senza borsa
Arriveranno all’abilitazione i ricercatori che saranno stati contrattualizzati a tempo determinato per 6 anni (3+3). Quindi non c’è più la terza fascia docente e non è chiaro chi li sceglierà e con quale metodo. Al termine dei 6 anni il ricercatore, se abilitato, sarà confermato a tempo indeterminato come associato. Soldi permettendo. Che per il momento le università non hanno. “Noi studenti non siamo contrari ai metodi di valutazione – spiega Lorenzo Zamponi, dottorando di Padova – ne vorremmo anche di più selettivi. Ma purtroppo non si possono valutare gli studenti sulla base di una ricerca che non possono fare perché non ci sono soldi. In più questa riforma prevede che in quei 6 anni i ricercatori si dedichino alla didattica, cioè insegnino abusivamente”. Tra le novità, inoltre, quella che preoccupa di più gli studenti è l’abolizione delle borse post-dottorali. “Ammetto che non è dignitoso trovarsi a più di 30 anni dopo aver studiato per almeno 10, con una borsa di studio – dice Francesca , ricercatrice romana – e che sarebbe auspicabile che queste fossero davvero sostituite da contratti seri. Ma il mio dubbio è: tutte le persone che sopravvivevano con la borsa di studio che faranno? Avranno un contratto o andranno a casa?”

Diritto per delega
È prevista inoltre la delega al governo per cambiare la legge sul diritto allo studio. Ciò significa che la riforma non sarà discussa in Parlamento. L’obiettivo è quello di versare altre borse ai più meritevoli. Ma ogni anno molti ‘idonei’, cioè bisognosi di contributo per studiare, non ricevono i soldi per mancanza di fondi. Sarà difficile coprire quella spesa e averne altri per i più bravi. E poi: aumento del ‘prestito d’onore’, fondato anche questo sull’intervento dei privati (è un metodo usato all’estero dagli studenti che chiedono soldi alle banche per studiare e li restituiscono con gli stipendi). Ma l’Italia non è l’America, i ricercatori restano precari a lungo e senza regole rischiano di trasformarsi in un esercito di indebitati cronici.

Le reazioni
Ieri gli studenti hanno manifestato in tutt’Italia contro la riforma. A Roma gli universitari di Link hanno occupato per qualche minuto alcuni uffici del ministero. Sit-in di protesta davanti alle prefetture fino a notte fonda a Torino, Genova, Napoli, Lecce, Siena, Taranto e Bari. Per la Cgil la riforma “è un’operazione scopertamente autoritaria, una netta invasione di campo nei confronti dell’autonomia universitaria”. Per la Cisl “manca una concreta soluzione alla situazione dei ricercatori ai quali si continua a negare lo status della docenza introducendo ambiti di precarietà che ne indeboliscono ulteriormente il ruolo”. Secondo il Partito democratico “la Gelmini tradisce completamente i propri impegni e non fornisce risorse aggiuntive. Aveva detto che le riforme sarebbero state scambiate con le risorse ma nel ddl non c’è n’è traccia”. “La riforma dell’università non è stata concertata con i diretti interessati – dichiara l’Italia dei Valori – i quali saranno costretti a subire le scelte di un governo irresponsabile che sbarra l’accesso agli atenei e che ragiona con la sola logica dei costi”. Forse si ritroveranno tutti in piazza il 17 novembre, giorno fissato dagli studenti per la manifestazione nazionale.

Pubblichiamo di seguito tre delle e-mail che ci avete inviato all’indirizzo ricercatori@ilfattoquotidiano.it

Continuate ad inviarci le vostre segnalazioni e le vostre storie. 

Laura, una fatica per nulla 
Sono un’assegnista di ricerca in Statistica, ma a partire dal 1° novembre sarò una disoccupata. Anch’io a febbraio del 2009 ho presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb “Futuro in ricerca” bandito dal Miur di cui vi siete occupati. Io e i miei colleghi (in tutto 5 giovani ricercatori non strutturati e tutti sotto i 32 anni) abbiamo lavorato per settimane giorno e notte per preparare il progetto e spedirlo in tempo per la data di chiusura del bando (il 27 febbraio del 2009, ndr). Come voi avete scritto, non si avranno notizie prima di gennaio. E nel frattempo? Io la mia strada l’ho scelta: a gennaio partirò per Parigi, due anni di contratto post-dottorato e poi si vedrà. Tanto all’estero un lavoro a tempo è sinonimo di flessibilità non di precariato. A febbraio anche uno degli altri 4 ricercatori andrà all’estero in cerca di una borsa post-dottorato. La scuola e l’università italiana continuano a sfornare talenti che il resto del mondo usa. Ma se io ed i miei colleghi non avessimo lavorato tanto per presentare il progetto entro la data stabilita dal bando, cosa sarebbe successo? Facile: saremmo stati esclusi dalla partecipazione al bando. E se il Ministero non rispetta i 180 giorni stabiliti dal bando per concludere la procedura di valutazione cosa succede? A quanto pare niente! Non sarebbe possibile immaginare un mega ricorso (o una class-action) da parte di tutti coloro che hanno presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb “Futuro in ricerca”? Magari cosi al Ministero imparano. E la prossima volta capiscono che le regole valgono per tutti.

Laura Trinchera

Charlotte, lettrice bocciata
Dal 1980 insegno inglese all’Università di Padova presso la facoltà di Lettere, fipartimento di Lingue e Letterature Anglo-Germaniche e Slave. Siamo sempre di meno a insegnare una lingua straniera nelle università italiane. Perché non assumono più lettori-Cel, cioè insegnanti di lingua. Ora li chiamano tecnici linguistici, ma è tutt’altra cosa. Sono insegnante, anche se ufficialmente non è questo il termine che si usa oggi. Negli anni mi hanno chiamato: lettore, pretorile, ex-lettore e, più recentemente (dal 1994) Cel (collaboratore ed esperto linguistico). Comunque, insegno inglese o, come preferiscono dire, ‘addestro’. Come al circo. Altro termine offensivo, non tanto per me e i miei colleghi, ma per gli studenti. Sono plurilaureata: in Italia, negli Stati Uniti ed in Inghilterra. E pluribocciata, ma solo in Italia. Non sono mai riuscita a superare un concorso, sia a livello delle scuole medie inferiori e superiori sia a livello universitario. Eppure sono anni che preparo con successo gli insegnanti delle scuole italiane. E loro sì che vincono! Infatti, alcuni dei miei ex studenti sono docenti nelle scuole medie inferiori e superiori e – udite udite!!! – alcuni sono docenti universitari: ricercatori e professori associati. Cioè i miei nuovi capi.

Charlotte Whigham

Francesca, la fiducia è finita
Innanzi tutto sono quasi commossa nel vedere che su Il Fatto Quotidiano c’è un filo diretto per dialogare con i ricercatori. Normalmente, è meglio non parlare di questi lavoratori di “serie B”. Forse è per questo che in Italia il termine ricercatore non evoca l’immagine di un novello Prometeo che brandisce la fiaccola della scienza, ma piuttosto quella di uno sfigato occhialuto vestito fuori moda, che fa battute autoreferenziali per addetti ai lavori e manca totalmente di una vita sociale. Certo, non è così semplice fare shopping quando sopravvivi a un dottorato con 1000 euro al mese, pagandoti tutte le spese. Non hai molto tempo per coltivare passioni alternative quando lavori spesso più di 8 ore al giorno e normalmente anche i week end (per me che lavoravo nell’ambito della biologia la frase ricorrente era questa: “le cellule sono come le mucche, devono mangiare tutti i giorni”). Forse sono stata codarda, non ho avuto il coraggio di lanciarmi in una nuova avventura e continuare il mio percorso andando a specializzarmi all’estero. Ma ci dovrebbe essere una seconda possibilità, che qui in Italia non è contemplata, né forse contemplabile. Cioè che un ricercatore voglia (o per motivi contingenti debba) rimanere in Italia e mettere il suo sapere al servizio della comunità, creando qualcosa di concreto, di direttamente fruibile, sia esso un prodotto materiale o un servizio. Ho peccato anche di fiducia, speravo che ci fosse più spazio sul mercato. Ma le aziende che possono accogliere un profilo come il mio sono poche. Di solito sono richiesti profili da tecnico, per i quali sono “troppo qualificata” (cioè ambisco ad un livello, quindi ad una paga, superiore). Ci sono poi le piccole aziende che possono usufruire delle agevolazioni per la “formazione-lavoro” che ti accolgono a braccia aperte ma poi non sono in grado di assumere. Io non so quale sia la soluzione. Ma se penso che ho 31 anni e sono donna, questa precarietà mi fa ancora più paura.

Francesca Tocco

Fonte: Il Fatto Quotidiano

08:00 – 17/10/09 – Cambiano gli Indirizzi Scolastici: si torna al passato…

La scure della “riforma Gelmini” intende tagliare 131.900 teste nel prossimo triennio, tra bidelli, docenti e personale di segreteria, secondo il programma fissato dal Ministero dell’Economia a giugno dello scorso anno (DL 112/08). Già allora, quando non c’era alcun segnale di crisi economica, si era deciso di destinare “la torta” di 8 miliardi di euro sottratti alla scuola ad altri scopi: offrire un’Alitalia senza debiti ai soci CAI, comprare nuovi cacciabombardieri, o per finanziare un ambizioso ponte che non vedrà mai la luce. Scuole elementari, “medie” e superiori sono state chiamate ad offrire il proprio terzo di “torta”,suddivisa in parti pressoché uguali. È chiaro che il governo intende raggiungere l’obiettivo di fare cassa a spese dell’istruzione pubblica lontano dai riflettori, o fingendo di perseguire altro. A questo scopo, in particolare la “Riforma delle superiori”, prevede una realizzazione in tre tempi: un oggi, un domani (in vigore dal settembre 2009) e un dopodomani (dal 2010).

Proviamo ad analizzare i tre tempi.

1. OGGI. Si approva e si rende operativo con effetti immediati la parte di manovra che si vuole pubblicamente visibile: una operazione di facciata che si può definire “per una scuola seria”, ottima dal punto propagandistico perché, posta in questi termini, non può che essere unanimemente condivisibile, malgrado sia a costo zero. Si afferma con grande enfasi che si vuole premiare il merito, anche se dietro la facciata non c’è assolutamente nulla, perché non si vede quali leggi e quali articoli ne parlano, ossia come, dove e il merito di chi. Un obiettivo tanto più paradossale se si pensa che tanto più alte sono le invocazioni al merito quanto minori sono i meriti di chi invoca…

Si afferma ancora che si intende promuovere una scuola più severa e in questo caso si dà sostanza all’affermazione approvando, ad esempio, le nuove norme sull’ammissione all’Esame di Stato del prossimo 25 giugno. Ad inizio anno vigevano le norme stabilite dal precedente ministro (DM 42 del 22/5/2007), poi, il 13 marzo, il Consiglio dei ministri stabilisce che, per l’ammissione, è necessario almeno il 6 in condotta ed in tutte le materie, in ultimo, l’8 aprile, il ministro ci ripensa ed emette la circolare n.40: è ammesso all’esame di Stato chi ottiene la media del 6!

L’ansia di apparire efficienti e inflessibili, cambiando continuamente le norme ad anno scolastico in corso, aumenta forse la popolarità dei “giustizieri”, ma genera grande confusione non solo tra studenti e docenti, ma anche tra gli stessi dirigenti, costretti a recepire circolari ogni giorno diverse.

La tanto propagandata campagna per la bocciatura con il 5 in condotta è, da questo punto di vista, ancora più “esemplare”. Viene sbandierata con grande clamore, viene approvata con la legge 169 del 30/10/2008 e se ne specificano i contenuti con il DM 5 del 16/1/2009. Qui si spiega che il 5 in condotta “deve scaturire […] esclusivamente in presenza di comportamenti di particolare gravità […] che comportino l’allontanamento temporaneo dello studente dalla scuola per periodi superiori a 15 giorni”. Lo schema di regolamento approvato il 13/03/2009, però, stabilisce che il 5 in condotta si applica anche nei casi di mancanze ai seguenti doveri: “…frequentare regolarmente i corsi e assolvere assiduamente agli impegni di studio …avere nei confronti del personale tutto della scuola e dei compagni lo stesso rispetto, anche formale, che si chiede per se stessi …utilizzare correttamente le strutture, i macchinari e i sussidi didattici e non arrecare danni al patrimonio della scuola…” insomma la casistica diventa vastissima e, di pari passo, diventa enorme il potere discrezionale dei docenti. Non a caso la norma ha trovato buoni difensori all’interno delle scuole, tra quei docenti che hanno visto negli ultimi anni venir meno la propria autorevolezza. Molti sembrano trascurare che l’inasprimento degli strumenti repressivi non è di per sé garanzia nell’ottenimento di una maggiore “disciplina”. Una norma cambiata ad anno in corso, inoltre, offrirà il fianco ai ricorsi dei genitori che riterranno i propri figli ingiustamente danneggiati, con ottime possibilità di successo, se potranno permettersi le spese legali.

A questo si aggiunga pure che modelli scolastici come quello anglosassone, che da anni si distingue per una maggiore severità, non sembra ottenere migliori successi in fatto di rispetto delle regole e delle persone da parte degli studenti. I “nostri ragazzi” saranno forse meno bravi dei loro coetanei d’oltralpe nel mettere crocette su un questionario prestampato, ma mai ad oggi sono entrati in una scuola con un fucile, sono significativamente meno inclini al suicidio e raramente aggrediscono i loro docenti con pugni o armi. Se realmente si vuole un maggior rispetto, inoltre, meglio farebbero i docenti a pretenderlo dai mezzi di informazione e dagli stessi ministri, perché le dicerie sui professori ignoranti e scansafatiche sono state negli ultimi anni artatamente calato dall’alto, erodendone “il prestigio”.

Sull’oggi vale la pena di aggiungere che molte scuole sono in forte “sofferenza economica” perché costrette ad anticipare le somme per il pagamento dell’ordinaria amministrazione, delle visite fiscali rese obbligatorie anche per un solo giorno d’assenza e delle supplenze. Questi Istituti vedono crescere a dismisura il credito vantato nei confronti di uno Stato che da mesi non eroga quanto dovuto e hanno dovuto rinunciare a corsi di recupero per studenti in difficoltà, risparmiare sulla carta igienica e lasciare “scoperte” le classi con docenti in malattia.

2. DOMANI. Se ne parla poco o niente, ma le bozze di regolamento divenute legge il 27 febbraio contengono un taglio del personale scolastico delle “superiori” nell’ordine delle diverse migliaia già a partire dal settembre 2009. Si tratta di quel terzo di “non docenti” (personale ATA) che “salterà” già dal prossimo anno (circa un terzo di 15.167) al quale si aggiungono più di 11.000 docenti. Questi saranno tagliati principalmente per effetto di due misure: la riconduzione delle cattedre a 18 ore e l’innalzamento del rapporto alunni/classe. La prima delle due misure equivale a far sì che nessun docente abbia “ore a disposizione”, secondo alcuni utilizzate sino ad oggi per fare shopping o per far pascolare il chihuahua. In realtà queste ore, molto rare e presenti solo in alcune discipline, vengono utilizzate, ad esempio, per coprire le “assenze brevi”, per l’alternativa all’insegnamento della religione o per progetti di recupero e potenziamento. Eliminare queste ore cancellerà uno spazio di flessibilità rivelatosi prezioso per rimodellare l’offerta formativa sulla base di mutevoli esigenze.

L’aumento del rapporto alunni/classe, poi, promette di avere effetti ancora più gravi per il futuro delle scuole superiori. Le “norme per la riorganizzazione della rete scolastica”, in vigore dal 27/2/2009, prevedono infatti un numero minimo per la costituzione delle classi prime pari a 27 alunni e un massimo di 30, con una possibile oscillazione del 10%. Ciò equivale a dire che dal prossimo anno dovranno esserci dai 25 ai 33 alunni per classe, con conseguenze immaginabili sulla didattica, perché chiunque abbia provato ad insegnare sa che non è possibile svolgere una lezione decente in una classe affollata. Mai come in questo caso si rilevano i danni enormi che, per i ragazzi e la loro formazione, può produrre una “riforma” pensata e scritta da persone che mai si sono avvicinate ad una cattedra.

A questo si aggiunga che un’aula gremita è un’aula potenzialmente pericolosa. Il Ministero lo sa, per cui ha promesso di emanare un elenco delle scuole che, per carenze strutturali, potranno conservare i parametri preesistenti. Questo elenco, però, tarda ad arrivare, perché nessuna o quasi delle nostre scuole può garantire la sicurezza con classi di 27 o 33 alunni. Non a caso negli anni una serie di norme hanno cercato di fissare criteri che non dovrebbero essere ignorati, per affrontare possibili incendi e calamità naturali. In particolare il punto 5 del decreto 26/8/1992 del Ministero dell’Interno: “Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica”, pone un limite massimo di 26 persone (25 alunni) per classe. Il D.M. 18/12/1975 indica inoltre “gli spazi minimi vitali per garantire la funzionalità dei locali scolastici”, pari a 1,96mq per alunno. Non è un caso se molti moderni edifici scolastici hanno aule di 52mq, perché contengano non oltre le 26 persone. Le leggi richiamate sono ancora vigenti e ad esse si aggiunge oggi il DLGS 81 del 2008″ DLgs 81/08 (TU della sicurezza sul lavoro) che definisce la scuola “luogo privilegiato per promuovere la cultura della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”. In questo luogo “privilegiato” si vogliono inscatolare un numero tale di alunni che già il minimo (27) è superiore al massimo consentito dalle norme anti-incendio. È prevedibile che, qualora domani si verificasse una disgrazia in un’aula sovraffollata, i nostri ministri, dimentichi del calcolo criminale fatto oggi, incolperanno l’onnipresente fatalità o quei presidi ai quali si chiede oggi di mettere da parte ogni residuo di dignità e di essere fedeli esecutori di ordini: affollando aule, sperimentando riforme a scatola chiusa o denunciando clandestini!

3. DOPODOMANI. Le classi prime che si costituiranno nel settembre 2010 dovranno fare i conti con la “revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei Licei” e “degli Istituti tecnici”. Essi hanno in comune il notevole taglio al monte ore settimanale e costituiscono la parte “strutturale della riforma”, quella si propone di modificare scopi e contenuti didattici dei nostri Istituti superiori. Si disegnano due canali ben distinti e separati, con 6 indirizzi liceali sempre meno professionalizzanti (pensati per chi dovrà iscriversi all’università) e 11 istituti tecnici più poveri di contenuti culturali e sempre più legati al mondo delle aziende (che farà il suo ingresso “paritetico” negli organismi decisionali). Si cancellano tutte le sperimentazioni e tutti quegli indirizzi, come il liceo scientifico-tecnologico, che potevano costituire “un ponte” tra i due canali.

Di pari passo si intende far viaggiare la regionalizzazione dell’Istruzione e Formazione professionale e in tal senso appare indicativo il protocollo d’intesa firmato da Gelmini e Formigoni il 16 marzo 2009.

Si discute in Parlamento poi la “Proposta di legge Aprea” n. 953, che intende trasformare le nostre scuole in fondazioni (Art.2) con partner pubblici e privati. Queste saranno strutturate secondo un rigido modello piramidale (Art.3) con il dirigente al vertice e, più in basso, il suo vice, il “Consiglio di amministrazione” che sostituisce quello di Istituto (Art.5 e 6) e il Collegio dei docenti. Tra questi verrà stabilita una gerarchia (art.17) con docenti “esperti” (quei baroni che, lungi dall’essere cancellati dalle università, vengono proposti anche alle superiori), docenti “ordinari” e, buoni ultimi, quelli “iniziali”, sottopagati e continuamente ricattabili, perché soggetti a controlli periodici, come la caldaia.

Tutti gli importanti e articolati programmi per il “dopodomani” meriterebbero però uno specifico approfondimento, perché non si limitano a perseguire l’obiettivo del risparmio di cassa, ma intendono evidentemente modificare volto e sostanza delle nostre scuole superiori. È quantomeno anomalo che tali svolte “epocali” vangano concepite in segreto e maturino in assenza di un dialogo con le parti direttamente coinvolte, quelli che in classe entrano ogni giorno: gli studenti e i loro docenti.

Studenti, genitori e lavoratori della scuola, il governo e le finte opposizioni ci costringono oggi ad una scelta: difendere il futuro della scuola statale o stare alla finestra in attesa che la smantellino!

Fonte: tagicon

14:15 – 14/10/09 – L'Italietta delle Lauree Facili…

Che bella questa nostra Nazione o Patria, come piace chiamarla a qualcuno, che nulla investe sulle eccellenze e sui giovani, che taglia i soldi alla scuola pubblica a favore della privata, che non si cura di dare un futuro alla ricerca scientifica e tecnologica e, piuttosto che farlo premiando chi fa ricerca, preferisce favorire chi è legato a centri di potere, facendo sì che i giovani migliori, vadano ad arricchire, con le loro conoscenze, altri Paesi che, al contrario di noi, aprono le porte alla conoscenza ed all’eccellenza e la cui scelta si rivela vincente in termini di sviluppo e civiltà.E dunque qual’è la notizia? Nientemeno che l’Università Partenope di Napoli, ha stipulato un accordo con la UIL perché i suoi iscritti abbiano la possibilità di ottenere fino a 60 crediti per il conseguimento della Laurea triennale in Giurisprudenza. La notizia l’ho presa dal Forum della CGIL Beni Culturali, che a sua volta porta quale fonte l’articolo sul Corriere della Sera del 12 Ottobre, a firma di Sergio Rizzo, cioè di uno che non si astiene dal denunciare situazioni paradossali e scandalose legate al potere.Il coinvolgimento quale attore protagonista della UIL, chiarisce degli orientamenti politici di quest’ultima, poco incllini al dissenso e molto proni al potere che, riconoscendole il ruolo di cortigiana, ha istituito un patto ed una linea preferenziale che di fatto esclude invece la CGIL, alla fine unico sindacato che ancora difende gli interessi dei lavoratori.

La notizia che segue fa apparire superato pure il CEPU e non l’ha pubblicata un pinco-pallino qualsiasi, bensì Sergio Rizzo, il famoso co-autore con Gian Antonio Stella del libro “La Casta”.
DAL “CORRIERE DELLA SERA.IT” DEL 12 OTTOBRE 2009

I VERTICI DEL SINDACATO REGIONALE VALUTANO CHI HA DIRITTO ALLO «SCONTO»
L’università che «regala» un anno agli iscritti della UIL.
Sessanta crediti per il triennio in legge alla Parthenope.

di Sergio Rizzo

ROMA — «Non c’è proprio niente di strano». Questo il commento del professor Federico Alvino quando, due anni fa, saltò fuori che nell’università con il record di docenti imparentati, la Parthenope di Napoli, anche lui, preside di giurisprudenza, poteva vantare una parentela coi fiocchi. Sua moglie Marilù Ferrara è infatti la figlia di Gennaro Ferrara, ininterrottamente da oltre un ventennio rettore dell’ateneo. Una parentela, inoltre, dalle spiccate venature politiche. Alvino è consigliere comunale di Napoli, capogruppo dell’Udc. Invece il suocero è vicepresidente della giunta provinciale. Deleghe: politiche scolastiche e diritto allo studio.

Proprio niente di strano, per come funziona l’università italiana. Che dire allora dell’ultima perla di cui si può fregiare il trentasettenne Alvino, uno dei presidi più giovani d’Italia? Qualche settimana fa la Parthenope ha firmato con la Uil della Campania una convenzione che consentirà a chi ha in tasca la tessera del sindacato guidato da Luigi Angeletti di vedersi riconoscere fino a 60 crediti per il corso di laurea triennale in giurisprudenza. Uno sconto, secco, di un anno su tre.
Come ottenerlo? Sentite che cosa dice la convenzione: «In considerazione delle conoscenze e delle abilità che i lavoratori iscritti alla Uil potranno certificare in ragione delle funzioni e delle mansioni a loro attribuite verranno riconosciuti 60 crediti al personale impegnato in attività di tipo tecnico, gestionale o direttivo…50 crediti al personale impiegato in attività caratterizzato da conoscenze mono specialistiche…» . Ma sapete chi stabilisce i requisiti per avere diritto allo sconto? Ecco l’articolo 2 della convenzione: «La Uil segreteria regionale della Campania si impegna a collaborare con l’Università nell’individuazione dei requisiti nella fase istruttoria delle richieste degli iscritti». Cioè la decisione viene presa insieme al sindacato. E se un iscritto alla Uil ha magari già fatto qualche esame in quella università e vuole vederselo riconosciuto? Stropicciatevi gli occhi: «Il riconoscimento degli esami stessi — ha scritto Luciano Nazzaro della Uil Campania ai suoi colleghi — sarà curato dalla stessa Uil».

Ma per quanto possa sembrare inverosimile, convenzioni come quella appena stipulata dall’ateneo delle «dieci famiglie », come la definì nel giugno 2007 un articolo di Repubblica , nelle università italiane non sono affatto rare. Quando alla fine degli anni Novanta con la riforma voluta dal centrosinistra vennero istituite le lauree triennali, si decise di riconoscere crediti formativi accumulati con l’esperienza lavorativa. C’era una disposizione europea. Ma in Italia l’opportunità diventò ben presto occasione per i furbi. Da lì al malcostume vero e proprio il passo fu breve. E il malcostume dilagò. Si arrivò a regalare i pezzi di carta: c’erano convenzioni che consentivano di vedersi abbuonare anche tutti i crediti formativi del corso di laurea. Bastava discutere la tesi. E in qualche caso neanche quello.

Naturalmente dietro pagamento di rette profumate. A che cosa servivano le lauree prese in questo modo? Prevalentemente a passare di grado nella pubblica amministrazione. Da impiegato a funzionario, da sottufficiale a ufficiale, da pizzardone a graduato.
Con relativo incremento di stipendio. Quando Fabio Mussi, tre anni fa, arrivò al ministero dell’Università, trovò questo sfacelo e stabilì il limite tassativo di 60 crediti (che sono pur sempre un anno di studio), cercando pure di introdurre criteri rigorosi per concederli. Ma evitare che lo sconto tocchi anche a somari con il solo merito di avere un tesserino nel portafoglio si è in seguito rivelato pressoché impossibile. Il giro di vite ha appena intaccato l’andazzo. Chi si stupisce che due anni dopo la direttiva Mussi una università statale come la Parthenope di Napoli forse non sa che a metà 2007  l’Università statale di Messina ha fatto una convenzione simile con la Cisl: anche in quel caso 60 crediti. Bastava avere un diploma di scuola media superiore e un posto di lavoro alla regione, o in una Asl, oppure in un altro ente pubblico. Ma soprattutto essere iscritti al sindacato di Raffaele Bonanni, dettaglio essenziale per accedere direttamente al secondo anno di Scienze politiche, giurisprudenza, statistica, economia. Ma è niente in confronto alle convenzioni che hanno firmato alcune università private «telematiche». Convenzioni con la Uil Poteri locali, la Ugl enti pubblici, la Rsu della Provincia di Agrigento, l’associazione romana vigili urbani, l’associazione dipendenti del ministero dell’Interno, il centro formazione professionale Enti padri Trinitari… Davvero niente di strano?

Fonte: AncheIoCiSono