Lavagne Interattive Multimediali Un collega della scuola “Iqbal Masih” – 126° Circolo di Roma scrive:
Per la nostra scuola non ci sono soldi, ci viene ripetuto costantemente.
Non ci sono soldi per le supplenze, non ci sono soldi per i progetti, non ci sono soldi per la minima iniziativa di miglioramento dell’offerta formativa, non ci sono i soldi per la carta igienica e il sapone (ma questi non ci sono mai stati).
In compenso, stiamo per essere inondati dalle LIM, dalle Lavagne Interattive Multimediali, che cominceranno presto a essere distribuite nelle scuole secondarie di primo grado e nelle scuole superiori.
Dal sito della Pubblica Istruzione:
“…Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, con un investimento di 20 milioni di euro, mette a disposizione delle scuole secondarie di primo grado 10.000 Lavagne interattive multimediali (Lim). … Verrà potenziata la dotazione informatica delle scuole. Lavagne digitali, pc portatili e fondi per acquisire contenuti digitali verranno dati, a partire dal mese di dicembre 2008, a 1.180 scuole (il 10% degli istituti scolastici principali). Nel mese di dicembre 2009 il progetto verrà attivato in 4.180 scuole (il 40% degli istituti scolastici principali). Le scuole potranno così sviluppare contenuti didattici digitali, fruirne in rete e utilizzare strumenti di collaborazione come blog, wiki e videoconferenze. ….”
Ma se non c’è un euro per la banale gestione del quotidiano, che senso ha prevedere un investimento così massiccio in un progetto estremamente sofisticato e leggermente utopico?
Se a me manca il pane quotidiano, decisamente non vado a investire tutti i miei risparmi a Vienna in una costosa torta Sacher. Oppure no?
Ma accantoniamo per un attimo i tanti dubbi che il progetto LIM ministeriale porta con sè.
Diamo per scontato che il progetto abbia un senso, che la scuola italiana sia matura per un’ipotesi di lavoro su queste basi, e che ci sia un gran numero di docenti disposti a organizzare le loro lezioni con l’ausilio di un computer, un videoproiettore e una penna virtuale all’infrarosso.
Anche in questo caso, la scelta del Ministero di spendere 20 milioni di euro per migliaia di set completi è estremamente discutibile.
È possibile oggi realizzare lavagne multimediali a costi estremamente contenuti, utilizzando i computer e i videoproiettori già esistenti in molte delle scuole italiane, e investendo non più di 50 euro per l’acquisto dei due unici accessori aggiuntivi che sono necessari: un videocomando del Nintendo WII (meno di 40 euro) e una penna all’infrarosso (meno di 10 euro). Chi scrive ha realizzato personalmente una LIM con queste modalità, impegnando un pomeriggio di lavoro e spendendo 44,50 euro.
Per i lettori interessati a saperne di più, qui sotto sono elencati alcuni indirizzi internet molto utili.
Brunetta Flu Di Rita Guma –Presidente dell’Osservatorio sulla Legalità.
A seguito del documento redatto dai ministri Gelmini e Fazio e inviato agli uffici scolastici regionali, in cui si sollecita la responsabilita’ di personale della scuola e studenti nel rimanere a casa in caso di malattie da raffreddamento per evitare il potenziale contagio qualora si manifesti una influenza suina, l’Osservatorio ritiene sarebbe opportuno sospendere altre norme volute dai ministri Brunetta e Gelmini che di fatto confliggono con tale raccomandazione.
Infatti, in virtu’ delle disposizioni volute dai ministri Brunetta e Gelmini per il personale della pubblica amministrazione e della scuola, l’impiegato pubblico che si assenti per malattia, ove non ospedalizzato, subisce la decurtazione di un terzo dello stipendio per i primi dieci giorni di OGNI episodio di malattia. Il che, ovviamente, scoraggia chi non viva di rendita dal rimanere a casa ogni volta che contrae una malattia da raffreddamento o ha tosse, dolori articolari o febbre.
Molti docenti, anzi – contrariamente a quanto si crede – da sempre si fanno un punto d’onore di andare a scuola anche quando stanno male, e sarebbe molto difficile far loro cambiare idea mantenendo in vigore una normativa che sembra considerare i dipendenti in malattia tutti come fannulloni.
Altra disposizione rischiosa, questa volta del solo ministro Gelmini, riguarda le assenze degli studenti che, qualora superino il terzo dei giorni di scuola, determinano l’automatica impossibilita’ di essere promossi a fine anno. Se confermata e non revocata, tale disposizione dissuadera’ la maggior parte delle famiglie dal tenere i figli a casa alle prime avvisaglie di febbre o di sintomatologia influenzale, perche’ il ripetersi di tali eventi (in inverno non infrequente) potrebbe portare ad un cumulo di assenze troppo elevato. Gia’ oggi, soprattutto nella scuola dell’obbligo, molti genitori mandano i figli a scuola anche quando stanno male perche’ non hanno chi li guardi ne’ – data l’eta’ – possono lasciarli a casa da soli. Sarebbe grave dare a loro e ad altri una ragione in piu’ per non astenersi dalla scuola in caso di rischio per gli altri.
Imparare Sicuri - Rapporto 2009Scuola: alle aule la palma della insicurezza. E da oggi il rischio è il sovraffollamento. Presentato il VII° Rapporto di Cittadinanzattiva su sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici.
Aule invivibili, bagni sporchi, palestre inagibili, cortili immondezzai. E poi crolli di intonaco, sedie e banchi rotti, barriere architettoniche, cavi volanti, pavimenti sconnessi. Un campionario di insicurezza diffuso nelle nostre scuole da Nord a Sud, con alcune situazioni paradossali: ad esempio l’aula con luci talmente soffuse da sembrare un night club, la scuola con 12 alunni disabili ma senza bagni adeguati, e quella senza riscaldamento anche se inaugurata solo tre anni fa.
Dal VII° Rapporto Impararesicuri di Cittadinanzattiva, presentato oggi a Roma, emerge l’immagine di una scuola un pò cadente su sicurezza, qualità e comfort. Da ormai sette anni Cittadinanzattiva indaga sulla sicurezza delle nostre scuole e quest’anno giunge a quota 1447 edifici monitorati da un totale di 1527 cittadini adeguatamente formati.
Il Rapporto 2009 fa riferimento a 106 scuole di 11 regioni, per un totale di 33.606 studenti, di cui 610 disabili, e 3.726 insegnanti.
Già il contesto è a rischio
Gli edifici monitorati si trovano in un contesto ambientale caratterizzato da rischio sismico (54% delle scuole), rischio idrogeologico (26%), rischio industriale (7%), ed in zone ad elevato inquinamento acustico (8%) o elettromagnetico (4%). Le stesse scuole hanno registrato episodi di criminalità nei pressi o all’interno dell’edificio (14%), oltre che episodi di bullismo (11%) e vandalismo (34%). Per gli incidenti, ricordiamo i dati Inail appena pubblicati: nel 2008 ci sono stati 92.060 infortuni accorsi a studenti (+1.6% rispetto al 2007) e 13.879 ad insegnanti (+1,8%).
Certificazioni: sempre assenti
Resta grave l’assenza delle certificazioni. Risulta provvista del certificato di agibilità statica solo una scuola su tre (32%), ed una su quattro ha i certificati di agibilità igienico-sanitaria (26%) e di prevenzione incendi (27%).
Dato molto positivo è quello relativo alle prove di evacuazione, realizzate da tutte le scuole monitorate, almeno una volta l’anno. C’è però ancora la metà degli studenti che riceve solo sporadicamente, o non riceve affatto, attività formative sui comportamenti per la sicurezza. A questo proposito Cittadinanzattiva annuncia che anche quest’anno, il 25 novembre, si celebrerà la VII Giornata nazionale della sicurezza nelle scuole: saranno coinvolte le scuole di tutta Italia, con un evento centrale in Abruzzo in collaborazione con il Dipartimento nazionale della Protezione civile.
Distacchi e crolli di intonaco: si salvi chi può
Basterebbe riepilogare gli episodi di cronaca che, solo nel corso del 2008-2009, hanno raccontato di cadute di finestre, solai, tetti e controsoffitti per rendersi conto che è un problema da non sottovalutare. Da Naro (AG) a Biella, da Poggioreale a Messina, da Bolzano a Agrigento, da Novoli (LE) a Belluno ed ancora a Carbonia, solo per citarne alcuni come esempio. I distacchi di intonaco interessano, in misura diversa, tutti i locali scolastici: sono segnalati nel 17% delle aule, nel 16% dei laboratori scientifici, 14% delle palestra, 13% delle mense, 11% dei bagni e aule computer.
Aule, che disastro!
Le aule in cui studenti ed insegnanti trascorrono dalle cinque alle otto ore al giorno, sono un vero disastro dal punto di vista del comfort e della sicurezza. Come se non bastasse, da questo nuovo anno scolastico, saranno anche a rischio sovraffollamento, a causa del nuovo decreto attuativo del Ministro Gelmini (legge 133/2008, art.64) che innalza il numero minimo e massimo di alunni per classe. Per questo Cittadinanzattiva lancia da oggi una “Misuriamoci con classe”, campagna di sensibilizzazione rivolta ai cittadini per invitarli a segnalare aule sovraffollate. Basterà compilare l'apposita scheda.
Aule con...Ecco alcuni dati:
Fonte: Cittadinanzattiva, VII Rapporto Impararesicuri 2009
Le palestre: così poche, così malmesse
Il 34% delle scuole monitorate non dispone di una palestra al suo interno. Per il resto conquistano la palma dell’ambiente più sporco della scuola e ben poco adeguato ai disabili (ben il 22% presenta barriere architettoniche).
Ecco la classifica degli ambienti più sporchi: palestre (17% delle scuole), bagni e corridoi (12%), aule studenti (11%), mensa (9%), sala docenti (6%), aula computer (5%), segreteria e laboratori scientifici (4%), biblioteca (3%).
Altro che mascherina, qui serve il sapone
Mentre si parla di influenza suina e di strategie per la prevenzione nelle scuole, Cittadinanzattiva registra ormai da anni bagni senza sapone. Quest’anno sono il 61% del totale.
Cosa manca...
Fonte: Cittadinanzattiva, VII Rapporto Impararesicuri 2009
Cosa chiediamo
Dati certi da quali partire. “Il ministro Gelmini, spiega Bizzarri, ha annunciato che a dicembre si sarà l’Anagrafe dell’edilizia scolastica. Noi aspettiamo che i risultati siano resi pubblici e soprattutto che servano da base per disporre gli interventi necessari e non più prorogabili”.
Nessuna proroga. Sempre a dicembre 2009 è il termine ultimo perchè enti locali e regioni adeguino le scuole alla legge sulla sicurezza (decreto 81/08). Non accetteremo proroghe.
Non interrompere i finanziamenti per almeno un quinquennio. E’ indispensabile proseguire nel reperimento dei fondi, pubblici e privati, dando la priorità, per la messa in sicurezza degli edifici, a quelli in peggiori condizioni e a quelli situati nelle zone ad alta e altissima sismicità.
Idoneità sismica. Nelle zone ad elevato rischio sismico, la certificazione non è tutto. Per le scuole situate in queste zone va prevista anche l’idoneità sismica perchè è l’unica che attesta che la scuola è in grado di “reggere” ai terremoti.
Aule sicure e accoglienti. In aula i ragazzi trascorrono il 90% del loro tempo a scuola. Bisogna investire per la loro messa in sicurezza e per renderle accoglienti. “Al Ministero chiediamo di valutare l’impatto del decreto (legge 133/2008, art.64) che innalza il numero minimo e massimo di alunni per classe e, se necessario, che lo ritiri: il rischio del sovraffollamento è reale, e non si può scaricare tutta la responsabilità sui dirigenti. Dal canto nostro vigileremo sulla situazione ed interverremo a sostegno dei cittadini”, conclude Bizzarri.
Gelmini sul Corriere del 11/09/09 : «Ci sono alcuni dirigenti scolastici e insegnanti, una minoranza, che disattendono l'attuazione delle riforme».In che senso disattendono? «Ad esempio vogliono mantenere il modulo anche se il modulo è stato abolito con il passaggio al maestro unico prevalente»
Sei tu Gelmini che hai parlato di “poter scegliere” se avere le 40 ore o i moduli col maestro unico e li hai previsti…cosa affermi ora? Sai cosa vuol dire “modulo”? Significa troncone orario curriculare. Che può adattarsi, o meno, alle esigenze delle famiglie che possono (per ora) scegliere per il proprio figlio il “tempo pieno”.
Mò s'incazza, la Gelmini, perché in Italia la maggioranza dei genitori che lavorano hanno ri-scelto il tempo pieno ovvero: il curricolo spalmato su 40 ore che richiede, per forza, l'apporto di due insegnanti. Ma è chiaro che la sciuretta che demolisce la scuola italiana pubblica per conto terzi, spara così, in un puro delirio propagandistico-elettorale, le sue cagate.
Quando iscrivi un bimbo alle elementari ti viene fornito un modulo (nel senso di foglio di carta, capito Gelmini?) con cui ti si chiede se vuoi far fare al pargolo 27, 30, o 40 ore. Ciò è previsto dalla legge che la stessa Gelmini ha fatto stilare, ma da una che conosce poco la lingua italiana non ci si può aspettare che sia al corrente di ciò a cui ha dato seguito, perché è ignorante e soprattutto perché c'è poco di suo in queste deliberazioni.
Ma la strolega dell'istruzzione (in suo onore 2 zeta, che ha sfregiato il suo ruolo anche solo con il suo stile creativo di stravolgimento dell'italiano scritto) non se lo ricorda e poiché i fondi stanziati per la scuola sono proprio pochini pochini, insufficienti diciamo, per i bisogni della scuola primaria italiana, cosa fa?
Non ci vuole molto a capire che, avendo lasciato la possibilità di scelta, la maggioranza dei genitori che lavorano scelgono le 40 ore. E quindi il maestro unico non ci sta. E quindi il suo livore per non far risparmiare come il “padrone Berlusconi” desidera sull'istituzione scolastica italiana, si esprime prendendosela con chi? non con i genitori, che sono tanti e votano, ma con il personale scolastico (quel poco che è rimasto) che oggi lavora in condizioni di “attività estrema”: senza segretari, senza materiale, senza tecnici informatici, senza bidelli, senza mediatori culturali e – dulcis in fundo – senza insegnanti di sostegno.
Esprimere malcontento a scuola per le pessime condizioni in cui questa sciacquetta costringe a lavorare i docenti è ovvio che è “fare politica”. Quindi: “via i professori che fanno politica” (titolo dell'articolo del Corriere).
Chiaramente, l'abitudine alla menzogna nel popolo dele libertà vigilate è contagioso, dice Gelmini che la scuola è:
” un servizio che dovrebbe stare a cuore a tutti. Come gli ospedali”
Certo, Gelmini. Te e i tuoi accoliti la scuola la state facendo diventare proprio come gli ospedali. Come questi ospedali precisamente.
Storie di ordinaria precarietàMi chiamo V. La R. , a soli 19 anni sono diventata Maestra tramite Concorso superato a Brescia negli anni settanta.
Ho successivamente conseguito a Catania due idoneità all’insegnamento e, in più, ho seguito tantissimi corsi di perfezionamento e aggiornamento riguardanti la didattica.
Ad un certo punto di questo percorso, anche per motivi familiari, non ho potuto svolgere un servizio continuativo nelle scuola e ho lavorato a Catania solo con supplenze brevi.
Negli anni ottanta si è costituito il cosiddetto “doppio canale” nelle graduatorie, per cui chi avesse svolto solo 300 ore di servizio a scuola acquisiva automaticamente il diritto di entrare di ruolo…
Nel mio caso, avendo svolto solo servizio saltuario, pur essendo “plurititolata” (cioè in possesso di due idoneità come ho detto prima) non ho ottenuto il diritto al ruolo, in quegli anni aperto a tanti…
Dal 2000 in poi e dunque per ben otto anni… ho lavorato ogni anno (da ottobre/novembre fino al termine delle attività didattiche) riuscendo a maturare i 12 punti di servizio.
Per un anno intero ho perfino fatto l’esperienza didattica del sostegno (seppure sprovvista di titolo) con un bambino autistico.
In questi anni ho sempre lavorato con impegno e passione riuscendo ad ottenere dei risultati eccellenti anche nelle situazioni più problematiche e disagiate, pensando ad una “naturale” progressione di carriera… invece ho fatto solo la “carriera del gambero”… Lo scorso anno ho lavorato solo tre mesi… e, quindi, quest’anno non posso fruire nemmeno del sussidio della disoccupazione.
Mia figlia, che sognava di fare l’insegnante e si era iscritta ad una facoltà umanistica, ha ultimamente abbandonato il suo bel sogno avendo visto quanto difficile e controverso sia stato finora il mio percorso professionale, mai riconosciuto né premiato se non dagli apprezzamenti positivi che ho sempre avuto dai Genitori degli alunni, dai Dirigenti scolastici, dagli alunni stessi…
Mi sento davvero colpita nella mia dignità quando si afferma che nella Scuola si vuol fare il reclutamento in base al “merito”… Ma quale merito, dico io? Quale sarà la Scuola “della qualità”? Quella in cui, tra l’altro, non si tiene conto nemmeno della continuità didattica, con questa eccessiva precarietà, fluidità, andirivieni di insegnanti… tutti gli anni!
Ultimamente io e mio marito non lavoriamo, quest’anno io non ho ricevuto un incarico e mio marito ha da poco dovuto chiudere una piccola attività commerciale; non potremo forse nemmeno pagare gli studi a nostra figlia che rischia di demotivarsi ancora di più, spero non cada in depressione…
Adesso mi trovo qui al Provveditorato occupato di Catania cercando di trarre forza anche tramite il confronto con altri Colleghi nella mia stessa situazione. Certo, non ci arrenderemo, d’altronde siamo abituati a “lottare” e ci stiamo unendo tutti insieme per far capire che ci siamo, per difendere il nostro ruolo nella società, la nostra identità e dignità professionale giornalmente vilipese da una politica governativa che non ci riconosce… siamo qui per difendere la “nostra” Scuola pubblica e di qualità, ma nei fatti non nelle parole…!
Non Rubateci il Futuro “Non rubateci il futuro“ è il nome del coordinamento degli istituti che lo scorso anno ha animato nella capitale la protesta contro la scuola del trio Tremonti-Brunetta-Gelmini. A quell’epoca sarebbe ancora stato possibile interpretare quella frase come una sollecita esortazione a ritornare sui propri passi rispetto ad una serie di (allora) progetti di affossamento della scuola pubblica italiana. Oggi possiamo ben dire che il futuro ce lo hanno rubato.
Si tratta di una affermazione che non ammette replica. Ce lo hanno rubato nella maniera più brutale e volgare, non solo perché quei progetti sono diventati quasi tutti realtà: con le (contro)riforme di tutti i segmenti dell’istruzione; con il taglio di risorse economiche e culturali, conseguenze di una Finanziaria che già dall’ estate 2008 si annunciava come una scure ai danni dell’istruzione; con la privatizzazione della scuola, prevista nel progetto di legge Aprea; con i provvedimenti dell’acchiappafannulloni Brunetta. Ce lo hanno rubato perché il tutto è avvenuto in un clima di indifferenza generale, in cui – se non fosse per le sacrosante proteste dei precari, che ancora vengono seguite da TV e giornali, fino a che i riflettori dei media decideranno che il fenomeno è decantato e non fa più audience e si appassioneranno ad altre vicende – non un editorialista, non un politico ha ritenuto di dover dedicare un momento di riflessione, ad esempio, al fatto che i regolamenti delle scuole superiori prevedono il taglio del 10% dell’orario. Avete capito bene: il 10%. E’ un’enormità. Si tratta di un colpo alla cultura, alla democrazia, alla emancipazione – che si concretizzerà a partire dal prossimo anno scolastico – e che non significa solo taglio di cattedre (e, di conseguenza, allontanamento dal lavoro di donne e uomini, i famosi precari, appunto, che hanno contribuito in maniera significativa a far crescere la scuola italiana); ma anche taglio di sapere, di conoscenza, di esperienza culturalmente determinata e determinante per i nostri ragazzi. Significa andare a condizionare pesantemente la possibilità che gli studenti italiani alimentino le proprie capacità critico-analitiche. Significa – tra le tante altre cose – concretizzare un’idea di scuola e di cittadinanza che non prevede – che non deve prevedere – l’affinamento e il potenziamento di quelle capacità.
Un evento simile in un Paese realmente democratico e che avesse davvero le parole della nostra Costituzione impresse in modo indelebile nel proprio Dna avrebbe scatenato le reazioni più vibranti. Invece silenzio. Silenzio anche di una buona parte della società e della scuola stessa, che in molti provvedimenti del suddetto trio hanno trovato pane per la propria necessità di certezze, in un periodo di drammatica incertezza: maestro unico, voto numerico, 5 in condotta. Per poter credere che quelli sono i problemi, che quella è la realtà. È rassicurante, perché qualcuno sta lavorando, ha lavorato per risolverli. Creando però intanto una scuola incapace di licenziare cittadini che rivendichino l’esigibilità dei propri diritti e che bevano acriticamente ciò che viene (ironicamente?) chiamata “l’informazione”.
Gli altri, quelli che non ci stanno, quelli che non ci starebbero, sono soli. Orfani di qualsiasi rappresentanza politica, considerando il fatto che la scuola pubblica non costituisce più una priorità nell’agenda di nessuno. Privi di riferimenti, pieni di rabbia, di indignazione, si agitano come vespe sotto un bicchiere, confinati lì in parte dalla schiacciante maggioranza che chi ci governa ha in Parlamento; in parte dal balbettio isolato e imbarazzato di pochi rappresentanti dell’ “opposizione”, impacciati portavoce di una compagine che non ha da tempo un programma convincente sulla scuola pubblica. E che anzi da alcune parti plaude compostamente a certi provvedimenti governativi.
Il futuro ce lo hanno rubato, dunque. Lo hanno rubato al Paese. Lo hanno rubato ai bambini e ai ragazzi che si trovano in una scuola povera, demotivata, sempre più inadeguata a fornire risposte alla complessità e alla diversità del fuori; lo hanno rubato a coloro che oggi nelle piazze rivendicano – purtroppo inutilmente – la propria dimensione professionale e i diritti ad essa conseguenti; lo hanno rubato alle donne e agli uomini di “buona volontà”, che in un questo tempo ingrato e privo di passioni che non siano pulsioni effimere trovano ancora la forza e la voglia di esigere il bene della collettività. Le responsabilità è da ricercare in un generale disinvestimento – prima che economico, culturale – sulla scuola pubblica, anche quello davvero bipartsan. Che ciascuno ha gestito alla sua maniera, partendo dalla propria storia e dalle proprie convinzioni. Ma che è confluito ovunque in un neoliberismo sfrenato, che immobilizzerà in maniera definitiva le differenze di classe. A pagare, come sempre, saranno i “meno”: i meno vecchi; i meno fortunati. Ma, prima di tutto, i meno abbienti: coloro che paradossalmente più degli altri vedevano in una scuola pubblica laica, pluralista, di qualità, la propria principale speranza per il futuro. A loro il futuro è stato scippato violentemente.
Grande solidarietà dagli automobilisti e dagli amministratori del Sassarese
di Pier Giorgio Pinna
La 131 bloccata dai precari della scuolaSASSARI. Ci sono molti modi per vincere una battaglia. E non sempre il successo appare chiaro subito. I precari della scuola hanno capito di avercela fatta solamente alle 9 del mattino. Non prima, quando all’alba si erano mossi in trecento per paralizzare all’altezza del bivio per Muros la più importante strada della Sardegna, la Carlo Felice. E neanche nel momento in cui sindaci e politici avevano garantito il loro appoggio. È stato due ore dopo, non appena tutti i blocchi sulla 131 sono stati eliminati, quando 20 km di tir, auto, furgoni e pullman sono lentamente sfilati davanti ai manifestanti ai due lati della carreggiata. Minuti carichi di tensione, all’inizio. Poi da moltissimi dei mezzi in attesa da oltre mezz’ora sono arrivati saluti, incitamenti, applausi, mentre tanti clacson suonavano in segno di apprezzamento. Solo qualche camionista ha lanciato insulti distribuendo vaffa… a raffica. Tutti gli altri, ai bidelli con gli striscioni anti-tagli e ai prof che gridavano «siamo gli insegnanti dei vostri figli», hanno manifestato comprensione, sostegno, solidarietà. Dando una prova di tolleranza niente male. E facendo tirare un sospiro di sollievo alle decine di agenti e carabinieri che sino a quell’istante avevano controllato con mano ferma il sit-in per evitare incidenti.
IL CORTEO. Una giornata, quella di ieri, densa di proteste e proposte. Appuntamento al sorgere del sole: km 201 della Carlo Felice, nell’ampia carreggiata a tre corsie per senso di marcia tra i distributori Esso e Tamoil e lo svincolo. Un punto scelto non a caso: è uno dei pochi di tutta la 131 dov’è possibile far rallentare il traffico senza problemi. Pattuglie della Stradale presidiano i tratti nevralgici di Campomela. Arrivano gli aderenti al Comitato precari della provincia di Sassari. Seguono dirigenti della Cgil e della Cisl. Sventolano le bandiere dei sindacati, affiancate da quelle dell’Irs e di Sinistra e libertà.
I dimostranti invadono le corsie alle 7 in punto, come previsto. Gli agenti segnalano il sit-in con palette e lampeggianti. A fermarsi per primo davanti al blocco è un autocarro diretto verso Cagliari. Trasporta materiali derivati da «grandi estrazioni», come reca scritto sulle fiancate. Dietro, comincia a formarsi una fila di macchine. Lo stesso succede dall’altra parte della strada, dove è all’opera il secondo gruppo di precari. Le code diventeranno sempre più estenuanti col passare del tempo: i dimostranti si faranno da parte a intervalli di 10 minuti, ma il transito sarà lentissimo.
GLI STRISCIONI. Alle 7.10, verso Sassari, le colonne arrivano sino alle gallerie del Mascari. Nel frattempo i precari sviluppano la loro pacifica offensiva mediatica. Ancora al buio, indossano giubbini catarifrangenti. Cominciano a distribuire volantini. Tirano fuori dalle sacche megafoni, fischietti, coperchi di pentole per ritmare gli slogan, persino campanacci. E issano manifesti e striscioni. Tanti. Colorati. Tutti ricchi di fantasia. Parlano meglio loro di un oratore consumato. «Il ministro non vuole una scuola di qualità/ Vuole una scuola dell’antichità». «Cara Gelmini, siamo stanchi di viaggiare per andare a lavorare/Ma lei non pensi di farci riposare». «Siamo docenti non stabilizzati: schiavi di Stato». Con reminiscenze dei movimenti studenteschi del passato, ce n’è davvero per tutti: «Per quanto vi crediate assolti, siete comunque coinvolti». «+Tagli -Scuola = Ignoranza». «Senza lavoro e senza bidella: ecco la ricetta di Mariastella». «La cultura non si vende/Le scuole non sono aziende».
I COMMENTI. A piedi, con la fascia tricolore, dopo le 8 approdano sulla Carlo Felice i primi cittadini di Tissi, Ossi, Codrongianos, Florinas, Cargeghe, Muros. E la presidente della Provincia, Alessandra Giudici. Che ricorda: «Agli Stati generali della scuola convocati per la prossima settimana a Sassari ho invitato l’a ssessore Baire e il governatore Cappellacci. Mi auguro partecipino: abbiamo bisogno di risposte da parte della Regione». Il sindaco di Sassari, Gianfranco Ganau, rincara la dose: «Il progetto del governo è indecente, inaccettabile, soprattutto nell’isola, dove si rischia una perdita di scolarizzazione nelle zone interne».
LE REAZIONI. Duro il leader d’Indipenditzia Repubbrica de Sardigna, Gavino Sale: «Lo sfascio è totale. Non si salva nulla: dalla chimica ai fondi Fas, dall’energia sino, adesso, alla scuola. Stare con l’Italia è un lusso che non possiamo più permetterci». Incalza il consigliere comunale sassarese del Partito democratico Roberto Schirru: «I tagli andavano fatti altrove, non certo tra gli insegnanti e i bidelli». Mentre il candidato alla segreteria sarda del Pd Silvio Lai rileva: «Sono convinto che esistano ampi spazi perché la Gelmini modifichi la sua posizione, ma il fronte della protesta deve restare compatto in tutt’Italia». «Abbiamo un governo geniale: per risolvere la questione-precari li licenzia tutti, come fece Reagan con i controllori di volo negli Usa», osserva il difensore civico del Comune di Sassari Graziano Tidore, anche lui professore. E Rosario Musmeci, di Sinistra e libertà: «L’isola sta diventando il baluardo di un nuovo modello dove la Regione è una stampella utile a finanziare il disimpegno nazionale».
Crede invece nell’intesa ratificata il 30 luglio dall’assessore Baire il responsabile sardo della Uil scuola, Giuseppe Macioccu: «Ma l’accordo va modificato in modo da garantire anche i precari senza abilitazione». E se i giovani comunisti del circolo Centro storico di Sassari si dicono pronti a contribuire a costituire un comitato unitario anticrisi, afferma la sua netta contrarietà all’u ltima misura varata a Roma il coordinatore di Sardigna Natzione Indipendentzia. Sostiene infatti Bustianu Cumpostu: «Premesso che questa scuola è una istituzione coloniale che cancella l’identità dei sardi, diciamo no ad assunzioni clientelari».
LE IDEE. Sulla 131 i precari rilanciano il loro piano. Criticano le posizioni di alcuni sindacati, giudicati troppo arrendevoli. Scandiscono con slogan il programma. «A fora, a fora/la ministra accabadora». «Alunni accorpati/Insegnanti disoccupati». «Tagliate i vostri privilegi, non il nostro lavoro». C’è chi, come Sara Marras e Sabrina Casu, tra le ultime inserite in graduatoria dopo i corsi Siss, chiede: «A che è servito buttar via tanti soldi, se oggi il nostro titolo non è spendibile e siamo comunque tagliate fuori?». Altri, in vena di citazioni, ricordano come in queste ore sulle mura del liceo classico Siotto, a Cagliari, siano apparsi alcuni versi di Archiloco: un inno alla libertà, ancora attuale dopo quasi tre millenni. E, da professionisti della cultura, ne approfittano per lanciare un segnale. Come il poeta greco, prima di nuove battaglie, avvertono: «La volpe conosce mille trucchi, l’istrice uno solo ma buono».